LETTERA APERTA AL PRESIDENTE NAPOLITANO
Capita. Capita nella vita di incontrare qualcuno che ti racconta qualcosa, parole su cui vai in seguito a riflettere e che scopri esserti utili. Capita anche che qualcuno ti porga una lettera. “…Tu che scrivi qua e là, gliela passeresti a Viareggiok una mia lettera per Napolitano? Perché proprio a lui? Ne capirai il motivo leggendola”. Certo, perché no?, faccio al mio amico che chiameremo “Signor G” per convenienza e per correttezza nei suoi confronti. Leggiamola insieme…
“Caro Presidente Napolitano mi perdoni se non mi presento. Lei capirà da quello che sto per spiegarle che non lo faccio per viltà ma per necessità. Qualche giorno fa lei ha detto pubblicamente che “chi non paga le tasse non è degno di essere italiano”. Lì per lì non ci ho fatto caso più di tanto ma poi, dormendoci sopra, mi sono reso conto che lei aveva inveito contro quella categoria di scomunicati cui oggi faccio parte. Così, invece di tenere per me il mio sconcerto, ho pensato di darle una spiegazione, sperando nella sua comprensione. Nasco in una famiglia medio borghese, non ricca ma nemmeno povera. Il piccolo boom degli anni sessanta era stato in qualche modo utile anche a noi; entrambi i miei genitori lavoravano. Hanno lavorato per 40 anni la mia mamma e 42 il mio papà. Le traversie di aver fatto studiare e allevato due figli non li hanno lasciati benestanti e con un lascito in banca ma hanno permesso loro una vita decorosa. Dei due figli io non scelsi di prendere la strada che mi era stata consigliata; ancora oggi mi domando se sia stato un errore o se abbia comunque ben speso la mia vita. Mi sono fatto tutto da solo, qualsiasi sia il risultato che ho ottenuto. Mi sono sposato, sono sopravvissuto al divorzio e ai suoi inevitabili strascichi, mi sono tolto qualche piccola soddisfazione, ho persino trovato modo di comprarmi – con un mutuo e con un po’ di fatica – due piccole case in campagna: una casa ed un annesso.
Ho sempre avuto un mezzo di proprietà; no, mai grosse auto e neppure nuove, ma macchine decorose con cui affrontare i miei spostamenti. Ho avuto piccoli momenti di ristrettezze ed ho attraversato periodi di soddisfazioni, anche economiche. No, niente a che fare con certe dichiarazioni dei redditi che leggo spesso sui giornali, io sono una persona come tante, ma l’essere riuscito ad andare avanti da solo nella vita, con la consapevolezza che non avrei mai avuto un’eredità come paracadute e senza un aiuto da parte della famiglia, è stato un mio piccolo vanto. Una vita come milioni di altre, Signor Presidente, una vita da “piccolo borghese”, come andava di moda chiamarla ai tempi in cui lei utilizzava questa definizione, negli anni settanta. Poi, una decina di anni fa, una scelta professionale forse sbagliata o presuntuosa, o forse, molto più semplicemente, la schiuma iniziale di quell’onda lunga di crisi che adesso ci sta tenendo le teste sott’acqua come un surfista che cade da un’onda oceanica e tiene il respiro. Tiene il respiro sperando che l’onda passi alla svelta quando c’è ancora ossigeno nei polmoni. Ecco, Presidente, io non so se lei possa aver mai provato l’esperienza di restare sott’acqua e sentire l’ossigeno che svanisce e manca ma è esattamente quello che io – credo come altri milioni e milioni di italiani – sto provando. Ci terrei a sottolinearle che il mio lavoro non è stato fine a se stesso; con il mio lavoro molte decine prima, molte centinaia di persone poi, hanno avuto modo di lavorare. Dal mio lavoro sono dipese le piccole fortune di tante famiglie. Ma le dicevo che qualcosa è cambiato da una decina di anni…cercherò di farle capire…senza espormi. Le aziende con cui lavoro ed ho lavorato hanno cominciato a pagare di meno, ad essere meno in grado di dar lavoro a me e a tutto l’indotto. E questo proprio in un momento in cui era possibile leggere sui giornali che proprio il mio settore di competenza era in grande espansione; in virtù del mercato ed in virtù di certe leggi che parevano esser state fatte da voi appositamente per favorirne un’espansione.
Dal pagare di meno al pagare in ritardo il passo è stato breve: prima trenta e sessanta giorni, poi il salto a centoventi e centottanta (..che sono quattro e sei mesi, Presidente!) e poi piano, piano fino ad un anno. Arrivare da un anno a un anno e mezzo, con un po’ di scuse ed un paio di trucchetti amministrativi è stato un vento, come diciamo noi in Toscana. Ma si sopravviveva. Male, ma in qualche modo c’era possibilità di andare avanti; facendo scorte come gli scoiattoli, spendendo meno in spese voluttuarie, tagliando dove era possibile tagliare. L’ultima vacanza, Presidente, l’ho fatta otto anni fa, a settembre, una settimana in una casa in prestito. Da allora non me lo sono più potuto permettere. E la fortuna di vivere in una città come Viareggio non mi aiuta: non vado più al mare da almeno dieci anni. Ma ci terrei a elencarle le mie piccole privazioni progressive; poche cose rispetto a certi paesi in disgrazia, ma notevoli mutamenti nella mia micro-economia domestica: andavo a caccia e a pesca e non l’ho più fatto da dieci anni. Andavo a teatro, spesso al cinema, mi concedevo qualche piacere aggiuntivo con musica e libri (due mie passioni), uscivo con la mia compagna a cena un paio di volte al mese, indugiavo in qualche piccolo sfizio gastronomico e quando potevo facevo qualche piccolo restauro alla mia casa. Non ho mai speso in abiti firmati, neppure in stile casual, ma da tempo i miei negozi, una volta ogni anno o due, sono quelli gestiti dai cinesi. Tutti questi sono stati tagli necessari, Presidente, necessari non a mantenere uno status quo ma ad andare avanti. Ero consapevole di rischiare di mettere in difficoltà la famosa economia di Stato; in fondo, niente viaggi, niente vacanze, niente spese voluttuarie, niente cultura e svago, meno cibo, meno abbigliamento, niente edilizia…tutte categorie, mi pare, in una certa difficoltà, oggi.
E meno male che non ho mai fumato, né bevuto alcolici. Negli ultimi tre o quattro anni, poi le mie entrate si sono quasi azzerate: ho continuato a lavorare ma praticamente solo ed esclusivamente per non perdere diritti acquisiti o per restare in un certo giro professionale. Da quattro anni i rapporti con i miei clienti, chiamiamoli così, sono stati di questo tipo: lavoriamo, speriamo di portare il progetto a termine e se, pagate tutte le spese, avanza qualcosa, ci dividiamo in percentuale. Inutile dire che pare non sia mai avanzato nulla. Così, Signor Presidente, ho fatto un po’ di tutto: ho tagliato l’erba per giardini e proprietà per due lire, ho tagliato e spaccato legna per otto mesi, ho detto di sì a qualsiasi minuscola richiesta di qualsiasi minuscolo ed ipotetico cliente. Ma il mio conto in banca non è mai salito sopra i due o tremila euro, quella che io considero la soglia sotto la quale una gomma bucata non è rimediabile. Così, come raccontava un mio compaesano, certo Egisto Malfatti, nonostante sia poco piacevole, “dato che ‘ddebiti ‘en tanti” ho scelto di affittare la mia casa, in estate, andando a dormire altrove. Il primo anno dichiarai tutto quanto avevo guadagnato (7800 euro, Presidente) ed andai tranquillo a farmi fare i conti convinto che non avrei mai dovuto pagare tasse: ero sicuro di essere sotto il limite di povertà. Quelli erano gli unici denari che avevo incassato, quell’anno. Quando mi chiesero 1390 euro per averne guadagnate 7800 capii che non avrei più potuto farlo. E cominciai ad evadere, io che avevo sempre pagato fino all’ultima stilla di lira, io che ero sempre in credito con lo Stato, cominciai a raccontar balle. Adesso dichiaro la metà di quello che incasso con l’affitto estivo, Presidente, perché non solo la situazione in questi anni non è migliorata ma perché è addirittura peggiorata e di molto. Non sto a spiegare a lei che la benzina rende impossibile l’uso dell’auto se non per necessità assoluta, non le elenco le nuove tasse e la percentuale di aumento di esse perché è lei, Signor Presidente, che ne ha favorito, direttamente o indirettamente, aumento e creazione, non sto a spiegarle che in casa facciamo fatica a pagare il telefono (che sarà la prossima cosa che taglieremo, con dispiacere e alla faccia della necessità dell’accesso al web tanto strombazzato), a fare la spesa come una volta, a fare il minimo; le dico solo che ho vissuto la mia nuova condizione di bugiardo e evasore molto male, con insicurezza, con timore. Con vergogna. Quella vergogna che ho provato quando lei ci ha sputato in faccia la nostra vile condizione di ladri, di parassiti, come narra quel famoso spot.
Poi, leggendo il giornale – degli altri, Presidente, degli altri… – ho visto che i partiti politici ottengono mediamente il sessanta/settanta per cento di ciò che serve loro; ho visto che tanti partiti, il suo compreso Presidente, non si accorgono che qualcuno ruba nei bilanci decine di milioni, come se nessuno fosse in grado di accorgersene, ho visto che il nuovo Primo Ministro che ha due vitalizi e due stipendi è persino Senatore a vita e che la maggior parte di onorevoli, senatori, politici hanno stipendi minimi di una decina di migliaia di euro…al mese, Presidente…e che, nonostante ciò, non riescono a dare l’esempio a noi ladri parassiti diminuendosi gli emolumenti. Anzi: ne chiedono di ulteriori, così come ha fatto un suo compagno di partito che ha addirittura chiesto di aumentare i contributi statali ai partiti, estendendoli alle fondazioni che dai partiti dipendono. Ho visto gli elenchi di benefici di cui godono parte degli italiani, ho visto che un fesso qualsiasi fatto eleggere da un partito politico qualsiasi, dopo cinque anni ha diritto a 3500 euro di pensione al mese. Io non li ho mai visti, neppure in lire, quei soldi, Presidente! , ma so che andrò in pensione un attimo prima di mettermi a sedere in carrozzina…sempre che la veda, quella pensione. Ho visto dipendenti spinti ad abbandonare il lavoro in anticipo (esodati li chiamate, e neppure lo Zingarelli me lo riporta come termine italiano) e poi messi nei guai senza che nessuno ne conosca il numero esatto; ho visto chiedere l’Imu ad anziani che vivono in pensione come se avessero una seconda casa ed ho visto infilare tra le pieghe dei vostri decreti legge un codicillo che permette ai costruttori di non pagare l’Imu sulle case nuove invendute.
Ho visto politiche tese a favorire “i giovani” che difatti sono senza lavoro solo perché da loro ci si aspetta che aiutino a pagare le pensioni agli anziani, pagandosi da soli le loro, ho visto che nessuno di voi ha veramente mai voluto affrontare l’immenso problema del cinquantenne che perde il lavoro e che non ha speranza di trovarne un altro a causa di politiche dissennate e illusorie…ho visto fare ciccia di porco (mi perdoni l’espressione!) dei poveri Cristi e tartassare quelli che, dite voi, dovrebbero favorire la crescita. Come se nessuno di quei geni che oggi ci governano non sapesse che una mucca non va mai munta fino in fondo perché senza latte muore. Ha presente un limone, Presidente? Ne ha mai spremuto uno con le sue mani? Sa che quando il succo non vien più fuori, se lei guarda dentro vede il bianco della buccia? Ecco io, oggi, mi sento così…no, non mi ammazzerò mai perché sarebbe una sconfitta ed io voglio vincere su una classe politica che pensa di avermi cancellato dicendomi che quel Paese che ho contribuito a mantenere per cinquant’anni mi dovrebbe cacciare come un ladro. Quel paese che mi confonde con i veri evasori e che crede che limitando a mille euro l’uso del contante si possa tracciare il nero! Un paese composto da una classe politica che non ha ancora compreso che i veri evasori non pagano con il bancomat ed i veri ladri e trafficanti non si cambiano merce portandosi la macchinetta al seguito! Lo stesso Paese in cui i partiti non dimenticano mai gli amici degli amici e quando possono li aiutano in modi vergognosi e patetici…infilandoli in fondazioni inutili e costose, donando loro stipendi, consulenze ed emolumenti che fanno parlare – non sempre ma ogni tanto – persino quei quotidiani che, proni, riescono ancora a non mettervi alla berlina in prima pagina. Qua nella nostra provincia ne sappiamo qualcosa, Presidente! Forse perché voi, i giornali, li tenete per le cosine…sì, quelle cose lì sotto, sa?… per via dei contributi alla carta stampata.
Ed è così, Presidente, che pensando a tutto questo non mi sono sentito un ladro ma un resistente, uno che deve “far passare la nottata” restando vivo nonostante tutto. Non è una guerra vera questa, non si sparano altro che i poveracci che hanno perso con l’onore il coraggio, ma è una guerra che dovremo vincere sopravvivendo perché saremo noi piccoli ladri di essenza vitale che faremo ripartire questo paese, l’unico che ha aumentato le tasse del 70% senza riuscire a tagliare la spesa pubblica oltre il 30%, Presidente…lo dicono le vostre ricerche, mica io. Persino la Grecia ha saputo fare meglio di noi con il 45% di tasse ed il 55% di tagli ! No, io non solo non mi sento un ladro, evadendo quei cinquemila euro l’anno, ma un sopravissuto, un sopravvivente schifato e stomacato. Ed offeso. Offeso dalla sua miopia, dalla sua poca voglia di capire. E questa è una cosa che la accomuna a tutti quelli con cui si dà serenamente del tu alla magica buvette del Parlamento, dove i vostri aumenti paiono non arrivare mai.
Avete perso contatto con la realtà del Paese, Presidente, ed avete spremuto il limone fino al bianco della buccia. Niente più succo: dovete solo sperare che la mucca non muoia, perché i prossimi sareste voi. Perché chi vi ha pagato e vi paga lo stipendio è defunto. Spero capirà perché non posso firmare la mia lettera: vorrei resistere a casa mia senza essere costretto a venderla da Equitalia (mai nome meno realistico venne scelto!), e non ospite in una delle vostre fatiscenti strutture carcerarie. Ci ripensi la prossima volta che parlerà a braccio, Signor Presidente, o almeno provi a distinguere tra sopravviventi e veri ladri. Un ex-elettore italiano.”.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
RICORDO DI LUCIO
Una mattina di poco meno di vent’anni fa ricevetti una telefonata molto seccata da Bologna: “Ciao Giancarlo, scusami se ti disturbo a quest’ora ma c’è Lucio che desidera parlarti con urgenza. Ti ha cercato anche a casa ma non ti ha trovato, puoi chiamarlo quando hai tempo?”. Ricordo che lo feci nel giro della mattinata, che per me significava “immediatamente”, e quando ci parlai mi parve un po’ seccato. Non ne comprendevo il motivo, ero certo che a casa non mi avrebbe mai potuto cercare nessuno quindi, giusto per trovare conforto nelle mie supposizioni, tornando a casa la sera chiesi sbadatamente se qualcuno mi avesse cercato il giorno precedente, certo della risposta negativa. Fu mia sorella a dirmi: “Ho risposto io a un imbecille di un tuo amico che ha chiamato due o tre volte facendo finta di essere Lucio Dalla, la prima volta gli ho risposto gentilmente dopo l’ho mandato affanculo ed ho tirato giù il telefono!”.
Lucio non aveva mai avuto il mio numero di casa ma era fatto così: quando riteneva di avere bisogno di te o pensava di avere una buona cosa da proporti non si fermava certo davanti a un numero di telefono ignoto. Ero certo che dovesse aver fatto almeno una dozzina di telefonate per trovare qualcuno che gli passasse quello giusto. Conobbi Dalla grazie a un timido maestro della discografia italiana, Michele, che me lo spedì in cima a un monte per fare una serie di interviste e per parlare di progetti. In cima al monte, a stare ai proprietari, non sarebbe mai venuto nessuno. E invece vennero tutti e quando venivano quelli che facevano finta di comandare si crogiolavano con molti almeno per un’ora. Poi tornavano a non far niente, come sempre. A quelli cui piaceva lavorare, con Lucio c’era molto da fare: disponibile, cortese, allegro. Ma anche furbo e attento. Sapeva che suo tramite molti dei suoi sarebbero passati da lì e così fu. Riuscì a mandarci tutti i suoi pupilli tra cui almeno un paio di buon valore.
Ci credeva Lucio, credeva molto nel suo lavoro e credeva sarebbe stato sempre in grado di toccare la corda giusta. Contrariamente a tanti che ho incontrato, Lucio era rimasto l’uomo cortese e pronto un po’ per tutti, alla mano e accessibile. Sapeva di avere avuto un dono ma non te lo faceva pesare, anzi, pareva quasi che quel dono, una volta utilizzato per finalizzare un progetto fosse da mettere da parte perché ci sarebbe stato da trovare una nuova magia per il passo successivo. Me lo ricordo come un uomo curioso, sempre attento, troppo attento. Talvolta anche così avanti da imbarazzare. Un uomo perfettamente consapevole che il suo dono di poeta e di artista aveva il suo limite in due punti fondamentali: il pubblico e la mancanza di ispirazione. Per questo aveva un enorme rispetto del pubblico ed era in perenne ricerca di nuovi stimoli, di nuove idee, di nuovi obbiettivi ed orizzonti. Nuove sfide.
Quando venne per la prima volta in cima al monte, ci mettemmo a parlare appoggiati alla porta del mio ufficio; pareva una discarica ma sembrava che lì gli uffici fossero fatti così. Notò la custodia di un fucile da caccia che tenevo in ufficio da giorni e che avrei dovuto portare ad aggiustare, con poca voglia. Se lo fece prestare per l’intervista che volle fare in giro per la tenuta con un cameraman al seguito a rincorrerlo; in fondo alla chiacchierata si era preparato una risposta alla domanda che aveva chiesto fosse quella conclusiva: “Che ci fai Lucio con un fucile a tracolla?”…”Sono a caccia di cacciatori…” rispose ammiccando all’obbiettivo. Poi me la fece rivedere in studio, ridendo, ma senza polemiche, senza tragedie. Due posizioni diverse, ma accettate da entrambi.
Ricordo quando mi consegnarono il suo video per “Attenti al lupo” e mi raccontarono di come Lucio avesse convinto Ron a cedergli la canzone: “…Tu sei visto dalla gente in modo troppo serio – gli spiegò – ….io sono un pagliaccio buffo, non ti ci vedo a canticchiare Attenti al lupo, attenti al lupo… ed essere preso sul serio. Io, invece, sì”. E se la prese. Anche se, probabilmente, non ne avrebbe mai avuto bisogno. Ricordo che un pomeriggio, prima di un concerto che avremmo ripreso, gli dissi che mio padre era innamorato della sua “Caruso”, ma forse non troppo per la melodia o per i testi, ma perché in mezzo alla canzone lui cantava in napoletano e mio papà amava la terra di suo padre. Mi disse che gliela avrebbe dedicata… ed io, vergognandomi, lo pregai di non farlo. Cretino, idiota. Papà sarebbe stato felice di sentire quella dedica. Ho ancora perfettamente in testa quando lo chiamai per chiedergli di rendersi disponibile per registrare un concerto acustico per noi; come sempre le pecore dei suoi colleghi avrebbero voluto farlo e lo avrebbero fatto, come fecero, ma prima avrebbe dovuto scattare il famoso meccanismo del “D’accordo, se lo ha fatto lui, posso farlo anche io”…oppure ancor meglio del “Perché lo fa lui ed io no?”. Lucio sarebbe stato perfetto per far scattare la molla. Tutti mi chiedevano mesi per preparare una scaletta decente; lui mi chiese quindici giorni. Ci mettemmo di più noi a predisporre gli studi.
Poi, finito il concerto e la registrazione, mentre il pubblico se ne stava a chiacchiera o nella speranza di vederlo passare per i corridoi, lui, preceduto da una mezza dozzina di scagnozzi, si infilò velocemente nel passaggio verso l’uscita. Mi passò quasi di corsa davanti e non volendolo disturbare accennai a un timido saluto, dalla mia terza fila, mentre una ventina di Vip gli si facevano incontro. Si girò di scatto, si fece spazio tra la gente e mi ringraziò, lui, perché “si era divertito moltissimo”. Era così, furbo o sincero, marpione o cristallino che fosse. Ed io non seppi mai come ringraziarlo, perché da quel giorno ebbi molte richieste per avere il medesimo spazio in quella trasmissione dal vivo. Bella e fortunata, tra l’altro.
Ammetto di non aver mai amato il Dalla che tutti conoscono di più; il “mio” Lucio era più quello de “Il cielo” della “Casa in riva al mare”, quello del testo “vero” di “4 marzo 1943”. Il “mio” Dalla era quello che mi aveva parlato di Jazz che amava e quando gli avevo nominato io un paio di cose che non conosceva se le era appuntate e sono certo le avrebbe ascoltate. Era un artista libero, aperto, curioso, non mi importa davvero se paraculo, nel senso buono del termine. Poi non ci incontrammo più per anni, dopo parecchie piccole avventure come quella, splendida e su cui rido ancora, del famoso clip “nero” che fece ingoiare a un ingenuo Red Ronnie. La ricordo velocemente. Ospite al Roxy Bar e privo del clip per “Henna”, convinse Red a spegnere le luci in studio e a lasciar passare la musica per quattro, interminabili, minuti. Una follia televisiva, un delirio, un caso clinico per un qualsiasi televisivo che l’avesse messa in onda : un buco nero di quattro minuti che Red/Gabriele accettò e che Lucio volle far diventare un clip…e che lo divenne.
Il primo ed unico clip nero a zero lire della storia del pop italiano. Lucio aveva fatto suicidare in diretta la televisione e molti televisivi avevano pure battuto le mani. Grande! E così fu che non ci vedemmo più, i casi della vita, per diversi anni. E quando ci incrociammo di nuovo ed io, imbarazzato, mi avvicinai per salutarlo e iniziai a ricordargli chi fossi e quel che avevamo fatto insieme….”Ma che stai a di’? – Mi interruppe – Mi hai preso per un vecchio rincoglionito, Giancarlo?” e mi abbracciò. Era fatto così e mi piaceva. Così come mi sarebbe piaciuto portargli quella cosa che ho dentro questa scatola di latta con memoria e che sono sicuro avrebbe letto con interesse. E magari l’avrebbe anche fatta, chiedendomi una quindicina di giorni per prepararsi.
“Il Cielo. La Terra finisce e là comincia il cielo.”
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
NON C’E’ LIMITE AL RIDICOLO
Stupratori di gruppo, assassini e mangiatori di cani indifesi, politici ladri e incompetenti, stragisti e razzisti, spacciatori, tuttologi. Sono queste le categorie che proprio non riuscirei mai a salvare dall’ira di Dio, neppure potendo farlo. Potrei anche aggiungere chi mi rubò la prima moto nel 1972 o i gestori di discoteche ma sarebbe un qualcosa in più. Nulla potrei mai fare, nel mio piccolo, per evitare la diffusione delle prime categorie di disutili e criminali, e ancor meno, purtroppo, per l’ultima, quella dei tuttologi, se non indirizzare contro di loro le mie invettive. Oggi mi limiterò a condannare l’irrilevanza apparente dell’ultima categoria elencata.
Ritengo che non possa esistere al mondo persona dotata di tale cultura, tale conoscenza, tale ingegno e facoltà critica da potersi permettere di dire, validamente, la sua non solo in qualsiasi campo ma anche e spesso anche solo limitatamente ad un unico campo ben individuato. Non credo ai critici d’arte che vadano dall’arte romana a Picasso, non credo ai critici cinematografici che possano conoscere, apprezzare e giudicare allo stesso modo Charlie Chaplin e i fratelli Cohen, non credo che possa neppure esistere un critico musicale che non dico possa esprimersi, ma possa addirittura aver ascoltato anche solo una volta tutti i generi musicali esistenti. E di conseguenza possa disquisirne criticamente. Voglio andare oltre: io credo fermamente che non esista neppure un critico musicale, ad esempio, in grado di dare giudizi competenti anche limitatamente a un solo filone musicale, pur ampio, quale, ad esempio, l’heavy metal. Figurarsi se costui dovesse mai parlarci dell’intera storia del rock. O del pop.
Non più di tre giorni fa mi trovavo a recuperare informazioni sulla grafica e sulle meravigliose illustrazioni, la cartellonista, la fumettistica, che hanno caratterizzato la California di fine anni sessanta. Sono un appassionato dell’arte psichedelica di Stanley Mouse e Alton Kelly, delle grafiche di Rick Griffin, di Robert Crumb, di Bruce Steinberg, della nascita di quella corrente meravigliosa che confondeva la musica con la grafica riuscendo ad attecchire, in seguito, persino in spazi di elevata commerciabilità come, ad esempio gli skateboard o le tavole da surf restando credibile. E dato che quell’arte è sempre andata a braccetto con le copertine degli album che provenivano da San Francisco, ne sono sempre stato affascinato. Ricordo che godevo degli ambigramma nascosti nelle copertine o nei manifesti e che perdevo tempo a godermi della soddisfazione di scoprirli. Non ricordo esattamente per quale motivo, ma sono stato colpito dalla notizia di una mostra di fotografia rock organizzata da Guido Harari.
Guido è nostro Robert Ellis, il nostro Ross Halfin, il nostro Mark Weiss, l’Annie Leibovitz italiano…il prototipo del fotografo rock, come diversi amici personali che ho avuto con me negli anni. Guido è un signor professionista che ha scelto di metter su, ad Alba la città dove vive, una galleria di fotografie rock e l’ha inaugurata con My Back Pages, un omaggio alla poesia di Dylan e ad alcuni maestri italiani che ha incontrato nel corso della sua carriera. Bello, coraggioso e interessante. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Poco sotto, un’altra notizia: Dario Salvatori (nella foto) sta scrivendo, ha scritto, scriverà undici volumi di musica, un secolo di note dal 1900 ad oggi. Immediatamente ho pensato: “Guarda che belinate scappano ai correttori di bozze; si tratterà di musica dal 1990 ad oggi…che sarebbe già un bel casino!”. Poi mi è caduto di nuovo l’occhio sul numero: undici volumi…No, Dio mio, no! Ti prego, ti supplico, fa’ che si tratti di un errore, fa’ che sia un refuso, fa’ che…..no, no…proprio undici volumi. Undici. Volumi. Undici.
Incredibile. Pazzesco. Delirante. Montanelli scrisse la “Storia d’Italia”, ventidue volumi, ma si era fatto aiutare da Gervaso e Cervi… leggo. Le mani mi tremano. Poi, incredulo, corro sul web e cerco conforto in una smentita. No, tutto vero. Dario Salvatori, il sessantenne che si veste da cinquant’anni come un surfista dodicenne, il vecchietto che tutto crede di sapere sul pop italiano, l’uomo che ci dispensa da troppe decadi notizie sui festival sanremesi e sulla subcultura dell’evanescente pop italiano, l’uomo che senza Arbore sarebbe stato relegato a vita tra le pagine di Ciao 2001 a scrivere di Gianni Pettenati e Gianni Morandi partorisce undici volumi per la Arcana. L’istinto è di chiamare il direttore editoriale per chiedere cosa possiamo aver fatto per meritarci tutto questo. Però decido di leggere l’intero articolo. Così scopro che Salvatori vedrà distribuiti i suoi undici volumi da oggi al 2014, senza un ordine cronologico, mescolando passato remoto e contemporaneo; il miglior modo per non vendere una copia e non capirci una mazza, rifletto congratulandomi con la direzione editoriale che deve aver scelto e pensato questo metodo credendo così di catturare un maggior numero di affezionati, quelli che “ormai l’ho cominciata e devo arrivare in fondo”.
Scopro poi che verrà data preponderanza alla musica italiana rispetto “alla scontata egemonia della scuola anglo-americana”…già, come se i nove decimi dei pezzi in classifica in Italia dalla metà dei sessanta alla metà dei settanta siano stati originali e non frutto di una versione nostrale tradotta e riadattata. Scopro che Dario indica in Fregoli l’antesignano di Bowie e Renato Zero…rileggo…no, no, è scritto proprio così: Bowie deve aver tratto ispirazione da Fregoli di cui neppure oggi deve conoscere l’esistenza. E scopro infine, torturato dal desiderio, che sarà il volume sugli anni settanta quello che rivelerà le posizioni “eretiche ed anticonformistiche di Salvatori, al limite del revisionismo”. E leggo due esempi : il primo in merito al rock progressivo. “Una vera e propria bufala inventata a tavolino dai giornalisti di Melody Maker – dice costui – in un’epoca in cui i dischi si vendevano, ma assolutamente antiradiofonica e inascoltabile. Persino i Pink Floyd suonavano di fronte a un pubblico in catalessi e strafatto e i vari festival non erano altro che scuse per stracannarsi. Un fenomeno che ha attecchito soprattutto in Italia a causa del vuoto pneumatico della nostra scena musicale.”.
E Salvatori individua nei cantautori – si fanno i nomi di De Gregori, Vecchioni, Guccini – i responsabili di questo massacro con “mandatario occulto Bob Dylan; ha istigato qualsiasi giovane incapace di suonare a prendere la chitarra e strimpellare la sua canzone di protesta. Dylan, però, sapeva cantare, i nostri no!”.
Sono stupefatto. No, non per le affermazioni di Salvatori ma per il coraggio della Arcana di pubblicare un progetto del genere. Giuro: sono confuso. Per qualche minuto non riesco neppure ad incazzarmi. Poi, decantato lo stupore, inizio a fare due conti. E penso a un’intera generazione di musicisti cancellata da un’affermazione non tanto avventata quanto del tutto priva di basi; penso agli effetti degli stupefacenti sulla mente umana, penso all’arteriosclerosi galoppante, penso al delirio di onnipotenza, alla sconfinata presunzione di un ragionamento simile. Penso a gruppi come Pink Floyd, King Crimson, Yes, Genesis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator…e mille altri. Penso all’intera scuola di Canterbury, come ebbero a chiamarla, ai Soft Machine, i Gong, i Caravan…penso ai tedeschi che dal rock progressivo crearono una loro scuola, quella di Faust, Tangerine Dream, Can, Kraftwerk….penso all’America e a Styx, Kansas, Asia, Rush, Boston, Journey, penso a Todd Rundgren. Penso a Tubular Bells e a Mike Oldfield e ai miliardi di miliardi di sterline fatti da Richard Branson……con una sòla? …Penso che anche noi italiani ci avevamo provato e ricordo che non eravamo così scadenti…..penso a Premiata Forneria Marconi che restano tra i migliori strumentisti italiani, penso a Le Orme, al Banco del Mutuo Soccorso, Balletto di Bronzo, New Trolls, gli Area.
Penso a personaggi del calibro di Keith Emerson, Robert Fripp, Peter Hammill, David Allen, Roger Waters, Ian Anderson e mi rendo conto che possano essere solo il frutto di fantasie, inventati dalle magiche penne dei giornalisti inglesi, geniali creatori di mode, spettacolari promotori del nulla su un foglio mal impaginato come Melody Maker. Penso ai quasi quarant’anni di permanenza in classifica di album come “Dark side of the moon”, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, ai suoi 55 milioni di album stimati prima del recente re-impacchettamento. Penso a quanto bravi debbano essere ed essere stati i giornalisti inglesi che hanno saputo prendere per il culo un Globo, influenzandone gusti e propensione all’acquisto. Penso a un mondo intero che legge Melody Maker o che, prima di acquistare un album si informa delle sue preferenze. Penso che persino in Italia, dove sono esistiti e hanno lavorato geni incompresi della carta stampata come Dario Salvatori, vere dighe umane all’abominio anglosassone e statunitense, dighe travalicate dal nostro pessimo gusto musicale, quel rock progressivo sia riuscito ad attecchire, malamente, condizionando il gusto di milioni di deficienti privi di potere di discernimento.
Penso a centinaia, migliaia di ore di musica che credevo essere meravigliosa che conservo, imbecille che non sono altro, nei miei scaffali. Penso che io sono certo che lui, il Dario dalle giacchette colorate ed i capelli tinti, avesse tentato di salvarci da questa bufala, da questo falso storico e che noi abbiamo schiacciato sul muro il giudizio del Grillo Saggio.
Poi penso che tutto quello che Salvatori vorrebbe che noi gli comprassimo non è delirante, non è presuntuoso, non è folle: è semplicemente il parto di un cretino. Penso a lui e al mucchio selvaggio di dementi che, proprio come lui, creano sul web enciclopedie sul Tutto e l’Assoluto che qualche povero Cristo prende per buone e penso, infine, che io, quegli undici volumi, me li comprerò. Sai mai che il mio intestino pigro decidesse un giorno di risvegliarsi? E quel giorno voglio trattarlo bene, il mio sederino.
(“Ma attenzione, eh? Perché tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muovercisi dentro perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che c’è tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli.”. Gaber – Luporini “Il Presente” 1981.)
Giancarlo “I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere” Trombetti
“Contromano“
IL MORTO RICONOSCENTE

Ricordo perfettamente che una delle frasi ricorrenti che mi venivano urlate da ragazzo quando mi beccavano con lo stereo troppo alto era: “Vedrai che quando maturerai un gusto più raffinato, certe cose le lascerai da parte!”. Solitamente non rispondevo neppure ed alzavo ancor di più il volume del mio impianto. Ascoltavo di tutto, ma non posso evitare oggi di ammettere che tutto quel che avesse un basso ed una batteria ben presente e si accoppiasse con un almeno un assolo di chitarra stesse rigorosamente in vetta alle mie preferenze. Compravo alternativamente – e meno male! – west coast music e rock anglosassone, blues, progressivo e heavy rock, Krautrock ed elettronica ma molte cose, pur apprezzandole, proprio non riuscivo a farle salire nella classifica delle preferenze assolute.
I primi cedimenti alle mie rocciose certezze arrivarono con la scoperta delle Mothers of Invention e con l’accettazione attiva che in un solo brano potessero convivere più strumenti oltre a basso/chitarra/batteria e più di un tempo piuttosto che il medesimo dall’inizio alla fine del pezzo. Ricordo che iniziai ad apprezzare i fiati ed a gustare persino il violino, strumento inizialmente guardato con sospetto. Mi resi conto che un mondo intero esisteva oltre ad un assolo di chitarra e compresi, finalmente, che George Martin era stato un genio tanto quanto Lennon e McCartney. Mi ricordo che nel corso di questa nuova, progressiva, apertura mentale iniziai ad apprezzare veramente molte cose che in precedenza sentivo ma non ascoltavo con la dovuta attenzione. E l’andare a riprendere dischi profumatamente pagati e ascoltati pochissimo divenne come scoprire nuove gemme nei filoni di sezioni di una miniera raramente frequentata. Ricordo anche che la maggior parte dei gruppi californiani, di San Francisco, mi stava molto a cuore ma ho ben in mente che preferivo di gran lunga i Quicksilver di “Happy Trails” o il secondo disco di “Four Way Street” al primo, gli Hot Tuna ai Jefferson Airplane e tutti loro alle tiritere acustiche di tanti gruppi che avevo giudicato troppo forniti di chitarre prive di spinotti di collegamento agli amplificatori. Molte cose mi parevano piacevoli passatempi per giovani tranquilli più che musica rock e non comprendevo allora quanto il mio giudizio fosse superficiale. Diciamo che amavo, ma non riuscivo a godermi fino in fondo certi manicaretti che tenevo inconsciamente nelle mie teche. Poi mi accadde di incontrare un chitarrista californiano, nel bel mezzo della sbornia di “nuovo heavy metal” inglese.
Gli Iron Maiden erano di là da venire ed io me ne stavo a Londra e zompavo da un club all’altro a veder nascere i gruppi che molti metallari vivono oggi come io avevo vissuto i Led Zeppelin quando mi fu proposto di parlare con Bob Weir. In fondo Bob rappresentava una fetta di storia ed era un’occasione unica parlargli, sicuramente da non perdere. Mi aspettavo uno zombie mezzo cotto dagli acidi, uno che mi avrebbe parlato sbavando le parole ed ero pronto a strappargliele di bocca; in tasca una trentina di domande. Ero preparatissimo. Poi, quando mi ritrovai davanti un gentiluomo vestito casual, un cortese signore lucidissimo, con molto da raccontare e tanto da voler spiegare a un ragazzino presuntuoso, ne rimasi colpito ed affascinato. Bob non si spese più di tanto per promuovere il suo disco solista, ma – capito che io sapessi del movimento dentro il quale era cresciuto poco meno che di ingegneria nucleare – si mise serenamente a descrivermi la nascita, la crescita ed il mutamento di quel movimento che io avevo incautamente definito “hippy”. E così me ne stetti lì, tranquillo, ad ascoltare la lezione del Professor Weir che mi raccontava come e perché non era mai esistita competizione tra i gruppi di San Francisco, l’immensa differenza con tutti quelli che venivano da Los Angeles, la ricerca delle radici musicali, i mille esempi, la nascita e la crescita della grafica, le infiltrazioni psichedeliche, Bill Graham e i suoi teatri, l’uso delle droghe, la realtà delle comuni, la violenza, Manson e la strage di Bel Air, la forza immensa che aveva avuto nella società statunitense l’arrivo del rock dall’Inghilterra e la lezione che lì se ne era tratta, la scomparsa del razzismo, l’amore, l’importanza di Dylan…..ricordo che per quasi due ore nessuno ebbe il coraggio di dire al chitarrista dei Grateful Dead che c’erano altre persone che volevano parlare con lui. Ma ricordo che alcuni personaggi che individuai come soggetti della Arista, la sua casa discografica, si misero a sedere nelle poltrone bianche che c’erano tra noi e iniziarono ad ascoltare affascinati. Alla fine, mi fu consegnato un pass senza scadenza perché così aveva voluto lui, con la richiesta di essere presente “ovunque e in qualsiasi momento” ai suoi concerti. E mentre mi accompagnavano verso una saletta di “decongestione” dove mangiare e bere qualcosa, venni più volte ringraziato “…per essere stato meraviglioso!”.
Nessuno aveva mai sentito Bob raccontare tutte quelle storie del passato, tutte insieme e in quel modo. Ed io non avevo fatto altro che far trapelare che fino a quel giorno non ne avevo capito un beneamato cazzo. Che mi ero fidato delle stronzate che avevo letto fino a quel momento sui giornaletti che tanti ricordano ancora con nostalgia. Così me ne tornai fremente a casa dove nel mio minuscolo impianto londinese infilavo cassette di ogni genere ed avevo collegato un piatto di recupero per ascoltare i dischi che dovevo almeno aver sentito una volta prima di far finta di conoscerli bene. Ma non avevo proprio niente di suo da riascoltare, di quei Grateful Dead che adesso mi bruciavano dentro. Così mi accontentai di attendere la fine di settembre, quando me ne sarei tornato a casa, quella vera. Non avrei mai immaginato che avrei visto i Dead calare eccezionalmente in Europa e sconvolgere il Rockpalast nel freddo di una fine di marzo. Tornato nella mia caverna toscana, svolsi i compitini a casa: sbobinai un bel po’ di interviste, le consegnai quasi in tempo a chi le aspettava e girai al Mucchio quella di Bob anche se con molto ritardo. In fondo, il suo disco non sarebbe uscito che quasi un anno dopo! Poi tirai fuori dalla libreria l’intera collezione dei dischi del Morto Riconoscente, non potendo fare a meno di ricordare che, persino nella traduzione del nome, il mitico Ciao 2001 l’aveva fatta fuori dal vaso: il Morto pieno di grazia, l’avevano chiamato…e mi ricordo che dai quei giorni di immersione totale ne venni fuori mutato, in meglio.
Non so se anche voi avete i vostri momenti di “in-questo-periodo-ascolto-solo-quello”. A me succede spesso. Sì, certamente non con i Dogs D’Amour o con gli Incubus, ma ci sono momenti della mia vita in cui mi sembra che solo quel gruppo e quel suono siano adatti a circondarmi in auto, in casa, mentre lavoro al computer o leggo. A proteggermi dalla vita. E quei periodi possono durare una settimana come un mese e quando ne esco fuori è come se avessi filtrato, decodificato e assunto dosi massicce di una medicina che ha cambiato, temporaneamente, il mio Dna uditivo. Quando mi accade con Zappa, ogni cosa diventa banale, scontata, già sentita, puerile, tanto incredibili sono le sue composizioni. Quando è Jimi ogni chitarra mi pare che tenti inutilmente di farne rivivere le sonorità, che tenti di scarnificare il blues come solo lui sapeva fare…ogni musicista produce un diverso effetto sul mio organismo. Da una trentacinquina d’anni, le mie immersioni periodiche con il mio Morto Riconoscente – a proposito: ma non vi pare un nome meraviglioso? Delirante e affascinante al tempo stesso? – mi riconciliano con decine di generi musicali diversi ed ogni volta ne emergo felice di aver imparato ad apprezzare qualcosa di nuovo che mi era sfuggito.
Per molti i Grateful Dead sono il gruppo di fricchettoni tossici che fanno pezzi da quaranta minuti, spesso così contorti da diventare inudibili. Niente di più lontano dalla realtà. I Dead sono una fantastica macchina che viaggia nel tempo attraverso i generi riuscendo a smontarne e rimontarne gli ingredienti essenziali donando loro un aspetto, dunque un suono, assolutamente unico e personale. Nello zoo musicale della San Francisco della seconda metà dei sessanta, in quell’immenso calderone di culture e di tendenze dove qualsiasi cosa poteva accadere in qualsiasi momento, dove qualsiasi minimo battere d’ali di farfalla portava a grandiosi mutamenti, dove creatività, sperimentazione e libertà assoluta dagli schemi erano le parole d’ordine, i Grateful Dead seppero individuare un inesauribile filone tutto e solamente loro. In primo luogo sgombriamo il campo dai dubbi di traduzione: la leggenda popolare del Morto Riconoscente è abbastanza diffusa nella tradizione anglosassone. In estrema sintesi la storia narra che un viandante incontrasse, a seconda delle situazioni, un cadavere non sepolto; provveduto alla sua inumazione per pietà, veniva in seguito ripagato dall’anima del morto che gli si rivelava sotto forma di sortilegio o di animali che ne salvavano la vita. Il gruppo di Jerry Garcia parve non aver scelto a caso il nome da questo racconto popolare, dato che il rispetto per il blues, le radici country e per tutte le melodie tradizionali che vennero fisicamente tradotte e tramandate dalla madrepatria Inghilterra dai primi coloni della Terra Promessa ripagarono, in qualche modo, i musicisti, preservando loro una nicchia artistica assolutamente unica. I Dead nascono come un gruppo di blues non convenzionale filtrato dagli esperimenti rock abbondantemente bagnati dai test a base di droghe psicoattive promossi da Ken Kesey. Se la definizione di “rock psichedelico” debba avere per forza un punto di partenza questo non potrà che avere origine da loro.
L’intera scena era un unico calderone di musica sperimentale, di libertà di approccio e di assoluta mancanza di schemi logici ma con i Dead l’incredibile riusciva a prendere forma e materializzarsi davanti agli occhi: una banda di giovani non-fuorilegge (quel genere di droghe, all’epoca erano assolutamente ed incredibilmente lecite in America) condizionati dalle esibizioni tenute in uno stato di semi-intorpidimento del pensiero erano in grado di seguire con assoluta lucidità le lezioni di bluesmen minori e di cantilene tradizionali restituendone una miscela mai udita. Al loro esordio, le canzoni di Jesse Fuller, un ignoto one man band che vagava per le strade di Frisco, di Walter Jacobs, di Noah Lewis, di Willie Dixon, Tim Rose o Sonny Boy Williamson si mescolavano con i primi grezzi vagiti dei loro prodotti. Lo splendore di quel periodo, così come lo ricordo narrato da Weir, era che ognuno aveva la possibilità di fare la sua musica, di interpretare chiunque, comunque lo desiderasse e in qualsiasi luogo; i concerti erano per gran parte gratuiti ed eseguiti nel bel mezzo delle strade di un quartiere divenuto l’altare del nuovo rock californiano, all’incrocio tra la Haight Street e l’Ashbury. La meraviglia stava nel fatto che decine di direttori artistici delle più famose case discografiche passavano le loro giornate ad ascoltare nei garage, nelle strade e nelle prime nascenti sale da concerto centinaia di gruppi emergenti, mettendole sotto contratto e diventando pazzi nella vana speranza che lo spirito di San Francisco, quello della collaborazione totale, permettesse loro di mantenerne il filo conduttore dei diritti d’autore. Ovviamente cosa impossibile da ottenere. I Grateful Dead erano permanentemente ospiti in studio e sul palco di altri gruppi come Jefferson Airplane , Quicksilver Messenger Service, Moby Grape, C.S.N & Y, Santana, It’s a Beautiful Day, Country Joe & The Fish, Big Brother, Steve Miller…e mille altri. Andare oggi a leggere le note di copertina di ognuno di quei dischi dell’era d’oro del rock significa ritrovarli tutti; provate a immaginare cosa avrebbe potuto significare essere lì, presenti, a quegli happening. Chiunque ne sarebbe stato inevitabilmente coinvolto. Provate a chiederlo ai fratelli Allman…
Già dal secondo disco il materiale originale era così straboccante da non vedere neppure una sola cover presente, anche se parlare di cover, nell’intera carriera di Garcia e soci sarebbe riduttivo: come già detto la conoscenza di alcune matrici era già di per sé stupefacente ma il trattamento riservatogli del tutto inatteso. Nel 1968 i Dead avevano non solo già gettato le basi ma ampiamente esplorato il terreno che avrebbe dato luogo alle jam bands a venire; nel concetto di jam era necessario dare per scontato che i brani si sarebbero dilatati, le improvvisazioni avrebbero debordato, i fili logici, apparentemente, perso consistenza. Ma era solo apparenza: tutto, nonostante tutto, era in pieno controllo. Le due batterie prendevano diversi tempi, seguendo il basso libero e prominente di Phil Lesh, jazzato in pieno “stile Charlie Mingus”, le due chitarre stendevano un tappeto sonoro continuo, armonico e conduttore, sostenuto dalle tastiere; le due voci di Garcia e Weir sceglievano con cura i brani a loro più adatti. Con “AoxomoxoA”, un nome palindromo creato da Rick Griffin uno dei più famosi e talentuosi artisti psichedelici e fumettista dell’epoca, la vetta del rock acido era raggiunta; i Dead su quel disco proponevano eccezionale musica aiutati dai testi di Robert Hunter, visionario e poeta. La vetta più alta del rock psichedelico proveniente da San Francisco. Ma se “quei” Dead, quel suono, non risultasse “la vostra tazza di tè”, nessun problema. Come solo tutti i grandi gruppi hanno saputo fare nelle loro vicende artistiche, il rinnovamento ed il cambiamento erano alle porte, e nel caso dei Garcia e soci, i ritmi del cambiamento furono sostanzialmente dettati dal fato che gli strappò via, uno ad uno, tutti i tastieristi segnando con la differente mano il differente colore delle loro composizioni. Fu difatti con la malattia, prima e la morte in seguito di Ron McKernan che l’elemento country e bluegrass ebbe il sopravvento sui suoni acidi a favore di accenti più marcatamente acustici; Ron era fortemente dipendente da qualsiasi tipo di droghe e il suo apporto al gruppo divenne eccessivamente altalenante. Talvolta era l’armonicista Tom Constanten a prenderne il posto, talvolta si faceva a meno delle tastiere, le due chitarre coprivano a sufficienza le necessità. Ma fu con quei due album melodiosi e infinitamente belli che la sterzata fu visibile a tutti.
I Grateful Dead erano sinonimo di esibizione dal vivo ed i dischi di studio erano poco più di necessità professionali; ma i dischi dal vivo non avrebbero comunque mai potuto rendere né l’atmosfera di avvenimento né avrebbero neppure mai avvicinare i tempi di esibizione del gruppo che, nei momenti di miglior salute poteva anche suonare per quattro o cinque ore consecutive con una sola pausa per bere, mangiare e sostituire gli strumenti. Ma fu il primo live, “Live/Dead”, a segnare il punto di svolta di quel cambiamento. E la sequenza dei due “Workingman’s dead” e “American Beauty” che lo seguirono a marcare un terreno allora solo parzialmente visitato. I due dischi, da considerarsi come un tutto unico potrebbero essere considerati “il Led Zeppelin III” di Garcia e Weir, con composizioni immortali, bellissime, liriche e melodiose, probabilmente dovute al rinnovato rapporto di amicizia con Crosby Stills e Nash che li spinse verso un suono più intimo, meno elettrico, con David Crosby a giocare con droghe e voce e a indurli a capire che anche cantato e cori potevano essere considerati uno strumento. “Da morto vorrei essere ricordato come il più grande cantante di armonie del mondo…dei miei gruppi non me ne frega niente!” mi disse Crosby un paio di vite fa e dovette essere grosso modo questa la sua lezione consegnata agli amici. Il risultato furono pezzi immortali come “Uncle John’s band”, “Dire Wolf”, “Cumberland Blues”, “Casey Jones”, “Friend of the devil”, “Sugar magnolia”, “Candyman” “Ripple”…io ritengo in cuor mio, sinceramente, che un amante dell’acustico, della melodia e del blues non possa considerarsi completo senza portarsi dentro quelle linee musicali, senza conoscere quelle canzoni. Oramai il gruppo era solo poco meno di un contenitore di emozioni, un luogo di sperimentazione progressiva, dove musicisti e autori di ogni genere venivano citati e intervenivano a portare le proprie esperienze intorno agli elementi essenziali. Tutti ruotavano intorno al tutto. Una sorta di approccio del tutto opposto a quello scelto da Zappa non lontano da quelle strade della California ma che basava l’utilizzo di musicisti selezionatissimi ma ai soli fini sperimentali del leader. I Grateful Dead erano una palestra dove Merl Saunders (un successivo amico e sodale di Garcia) veniva e indirizzava con le sue tastiere verso nuovi sentieri, dove David Grisman prendeva per mano Garcia e lo portava alle radici del bluegrass, dove Keith Godchaux e sua moglie Donna Jean facevano per le prime volte capolino prima del grande salto al di qua dell’oceano.
Quando nel 1972 i Grateful Dead approdavano in Europa per il primo, vero e lungo tour, il Trumpets era troppo giovane per permettersi di riuscire a convincere pur un padre permissivo come il suo. E ricordo che il tentativo del sedicenne avvenne comunque. Portai il mio babbo in camera mia e misi sul piatto Workingman’s Dead; poi gli chiesi se gli fosse piaciuto e al suo assenso – mio padre aveva un eccellente orecchio! – domandai se avrei mai potuto ottenere di andarmene in treno a Parigi all’Olympia a vedere quel gruppo. Ricordo perfettamente che l’ambigua risposta fu: “Vedremo”. Ma ricordo con assoluta certezza che io, quella sala da concerto, non la vidi mai. Peccato, perché mi persi il primo vero tour dei due Godchaux e l’ultimo di McKernan, con alcune delle esecuzioni più memorabili in assoluto dei Dead. Un diciassettenne, tal Declan MacManus, invece, c’era e descrisse l’esibizione di Garcia, Weir, Kreutzmann, Lesh, Hart, Godchaux e McKernan come “una rivelazione”; una rivelazione che si stampò nella mente del ragazzo al punto che decise di chiamarsi Elvis Costello e iniziare a cantare, folgorato dal Morto Riconoscente.
Tutt’oggi sono convinto che chi non si commuova ascoltando la versione di quel tour di “Morning Dew” non possieda realmente un cuore ma un pezzo di legno non in grado di amare le due chitarre tese a snocciolare accordi delicatissimi e la voce di Garcia a duettare con le armonie di Weir e Donna Jean: nessun confronto con qualsiasi altra versione precedente! Ma quello che ha reso immortali nelle mie preferenze i deliri dei californiani è stata quell’attitudine imprevedibile a svoltare improvvisamente nel corso della linearità delle proprie esibizioni, imboccando ambienti musicali privi di mura o strutture vincolanti; luoghi dove l’unico scopo era esplorare quel nuovo territorio appena incontrato, incrociando senza regole predeterminate il jazz, la psichedelia, il folk, il blues. Un’avventura che si rinnovava ogni sera, priva di direzioni prestabilite e dove l’intero gruppo si avventurava, insieme o singolarmente. Tutti protesi verso l’inatteso, dove la forma originaria della canzone veniva abbandonata e mai ripresa per due volte nel medesimo modo. E deve essere questo che ha fatto nascere e proliferare una generazione di seguaci fermamente determinati a seguire ogni viaggio del gruppo, ogni concerto: i Dead Heads, quelli che registravano, incoraggiati, ogni spettacolo con il permesso della band e che hanno condotto alla moltiplicazione sistematica di tutti i concerti ufficialmente registrati che riempiono le discografie mai del tutto complete della band. Una consuetudine ripresa e rinnovata dalle jam bands che si incamminarono su quella strada, dagli Allman Brothers ai Government Mule, dai Cream ai Little Feat, fino ai Phish passando per cento altri. Impossibile, però, non citare e ammirare il coraggio ed il lavoro di personaggi come Bill Graham che in quella musica e in quei gruppi credette fin dal primo momento basando il suo lavoro di promoter non solo sulla gestione delle sue sale da concerto, ma anche sulla selezione e scelta dei musicisti; senza personaggi carismatici, preparati e creativi come Graham molto non sarebbe mai nato, molto mai giunto ai nostri giorni.
Ma il nostro Morto non si fermò in Europa e lasciando sviluppare le personalità individuali e smussando angoli vivi divenne un’immensa band dalla sconfinata professionalità e non a caso criticata da coloro che l’avrebbero sempre voluta vedere un insieme di tossici privi di controllo, legati a vita a quell’immagine di freaks perpetrata nei secoli. Le scorribande sonore nell’acustico si equilibrarono perfettamente con quelle imprevedibili nel rock elettrico e nel jazz con spettacoli che prevedevano un paio di ore delle due differenti anime del gruppo, nettamente separate seppur equamente importanti. All’abbandono dei due Godchaux seguì l’ingresso di Brent Midland alle tastiere, mentre la maledizione colpiva Keith a due soli mesi dall’uscita del nuovo disco con il sostituto, che moriva in un incidente stradale. Brent che sarebbe morto di overdose a sua volta, dieci anni dopo, sostituito da Vince Welnick proveniente dai Tubes e morto suicida in seguito a crisi depressiva nel 2006. Ma il cerchio si era già chiuso per sempre il 9 agosto del 1995 con l’inevitabile morte di Jerry Garcia, dovuta ufficialmente ad un attacco di cuore ma certamente indotta da una vita di eccessi e usi smodati di farmaci e droghe. Con la morte di Garcia, leader-non leader, comandante timido, personaggio troppo fiducioso nell’eterna robustezza del corpo umano, entrato e riuscito troppe volte da centri di riabilitazione per riuscire a vincere la sfida con se stesso, moriva anche l’essenza del gruppo. Ma i Dead degli anni ottanta e novanta hanno lasciato una traccia indelebile, nella musica americana. Se dovessi suggerire a chi non li ha mai avuti per le mani un punto guida da cui partire – centinaia sono oramai i dischi attribuibili al gruppo – direi di iniziare proprio dai due album semiacustici dei settanta e di centellinarsi i due spettacolari doppi “Reckoning” e “Live Set” del 1981: messi insieme rappresentano quanto di più prossimo esista nel ricostruire un’esperienza dal vivo completa. Album imperdibili per un appassionato. Album ottimi per partire verso il proprio personale viaggio.
Garcia, da solista, pubblicò una quantità immensa di album: da solo, con la band acustica, con quella elettrica. Con i New Riders of The Purple Sage, con band di Merl Saunders, con gli Old & in the Way una sorta di supergruppo bluegrass insieme a Grisman, Clements, Rowan, con il solo Grisman, con i Dead a fare da gruppo spalla di Bob Dylan. Bob Weir una dozzina di dischi: da solo, con i Kingfish, con Bobby and the Midnites, con i RatDog. Bill Kreutzmann ha suonato a lungo da solo ed è ospite in centinaia di album di prima fila. Mickey Hart, il batterista etnico del gruppo, ha seguito le orme del compare Bill. Robert Hunter ha potuto contare sugli amici per pubblicare una dozzina di album, niente male per uno scrittore e autore di testi! Phil Lesh è stato ed è ovunque, ma in seguito al trapianto completo di fegato è dal 1998 in prima fila per testimoniare la donazione di organi. E se stasera vi venisse in mente di trascorrerla al buio, con il vostro cuore, il country, bluegrass, old-time music e un po’ di tradizionali gighe irlandesi, andate a scaricarvi “Shady Grove” di Garcia/Grisman. Con il disco vi scaricherete anche un virus psicologico difficilmente cancellabile. Il resto lo comprerete con calma.
Giancarlo “grazie della pazienza” Trombetti
“Contromano“
SCRIVERE DI MUSICA
Ricordo perfettamente: sin da piccolo mi piaceva da pazzi leggere. La colpa è da attribuirsi sicuramente ai miei due genitori, entrambi profondamente legati alla scrittura e alla lettura per necessità di lavoro. Ricordo anche che a scuola – un oggetto che non ho mai imparato a stimare e di cui compresi il corretto approccio quando oramai ne ero fuori almeno da una ventina d’anni – ero un arrampicatore sugli specchi un po’ in tutte le materie tranne che in italiano. “Il ragazzo non si impegna, potrebbe fare di più – era la spiegazione standard che i miei ricevevano dai miei insegnanti – però in italiano va bene!”. La realtà è che i miei non ci cascavano mai e davano come giustificazione a quell’unico buon voto al fatto che per scrivere puttanate nei compiti in classe non c’era da sforzarsi a studiare: bastava la fantasia. E quella pareva non mancare.
La verità è che loro mi avevano consapevolmente spinto a leggere tante di quelle cose che scrivere mi pareva il modo più logico per dimostrare di aver apprezzato almeno quello sforzo. Poi, ma è storia che mi sembra di aver già accennato, le mie estati insieme a due ragazzine mutarono il corso della mia vita cultural-musicale. Erano Anna, un’amica che ogni anno arrivava da Milano e che, nei suoi quattordici anni era un’amante sfegatata dei primi Rolling Stones, e Barbara, mia cugina che, proveniente da Roma, nei suoi quattordici anni adorava i Beatles. Le due erano inseparabili. Io, che da provincialotto attendevo il loro arrivo esattamente come spiegava un libro di Rolando Viani “A Viareggio aspettiamo l’estate”, vedevo in quegli arrivi estivi che a quei tempi duravano da giugno a settembre, l’occasione per….espandere la mia conoscenza. No, ero più giovane di entrambe e non c’era alcun genere di coinvolgimento sessuale; è solo che sentivo in quei due accenti del tutto diversi una ventata di freschezza, di comunicazione alternativa.
A undici anni venivo strappato dal mio “Sono bugiarda” della Caselli – che per me ne era l’autrice originale, sapevo un pippa io dei Monkees e Neil Diamond! – e andavo a cadere su “Paint it Black” da una parte e “Eleanor Rigby” dall’altra. Loro ingaggiavano le loro lotte sulla prevalenza dei Beatles sugli Stones e viceversa ed io, bontà divina, mutavo i miei gusti in meglio. Se ci non ci fossero state quei lunghi pomeriggi di 45 giri infilati a ripetizione in un mangiadischi di bachelite rosa e tirati fuori da un improbabile contenitore psichedelico in bianco-nero io, probabilmente, adesso avrei l’intera collezione di album di Morandi e tutti i bootlegs dell’Equipe 84. Fu anche in quegli anni, estremamente formativi per il Giovane Trumpets, che imparai a conoscere l’esistenza di una stampa specializzata inglese che trattava esclusivamente di musica. Sempre loro tramite. Sfogliavo all’inizio quelle pagine provenienti dalle Grandi Città guardandone solo le figure e non afferrando una mazza, ma ricordo che ne rimanevo affascinato. Qualcuno scriveva di musica, di quella musica che mi piaceva tanto, dunque.
Così, con un piccolo balzo temporale in avanti, quando la musica divenne una mia fissazione, più che una passione, e mi resi conto che nei miei anni di teen ager c’era spazio solo per lo sport, i motorini, la pesca, la caccia e poco altro, decisi inconsapevolmente che se mai me ne fosse stata data l’opportunità avrei provato pure io a scarabocchiare qualcosa imbrattando un incolpevole foglio bianco. E questo accadde. Accadde dopo l’ubriacatura per le radio, nella seconda metà dei settanta, e dopo qualche timido tentativo su minuscole fanzine artigianali. La voglia irrefrenabile di scrivere, di riportare su un giornale la mia opinione su qualcosa che credevo di conoscere profondamente, prese forma verso la fine di quegli anni settanta; nel corso di tutti gli anni precedenti avevo organizzato una trama di conoscenze e amicizie che mi recuperavano decine di giornali e libri anglosassoni – nuovi, vecchi, trovati nei mercatini, comprati con gran sforzo nelle librerie o a due soldi su di una bancarella – che rappresentarono la mia fonte primaria di informazioni.
Perché anche se oggi è impossibile rendersene conto per un ragazzino, sono esistiti tempi in cui l’informazione o te la andavi a cercare tra mille difficoltà o semplicemente ne facevi a meno. Niente facilità di accesso alla stampa, niente internet, niente di niente. E comunque, nei periodi di magra, non potevi fare a meno di andarti a leggere anche quello che veniva scritto in Italia e qua da noi la stampa era sostanzialmente composta da “Ciao Amici”, “Giovani” e “Big”…poi “Ciao 2001” e “Qui giovani”, poi solo “Ciao 2001”. Potremmo quindi dire che il capostipite dei settimanali musicali italiani, quello che ha attraversato gli anni sessanta, fino alla metà dei novanta e che dunque ha avuto la possibilità di influenzare i gusti e orientare le scelte musicali di un paio di generazioni sia stato proprio quest’ultimo. “Ciao 2001” andò in crisi quando il boom dell’editoria degli anni ottanta portò alla moltiplicazione dei prodotti in offerta, non seppe rinnovarsi e stare al passo con i tempi e quando l’editore scelse anch’esso di pubblicarne una quantità tale da sconcertare il potenziale acquirente.
Ma bisogna essere onesti : la qualità media delle pubblicazioni italiane è sempre stata non solo scadente, ma troppo spesso proprio ai confini della realtà. In senso negativo. Si, ci sono state delle brillanti eccezioni di nicchia che non avrebbero mai potuto risollevare le sorti di un prodotto medio dai contenuti vergognosi. “Ciao 2001”, a dispetto della sua fan page su Facebook, a mio parere è stato un abominio di pareri sparati nel nulla da personaggi che, solo perché vedevano la propria firma in calce a un pezzo credevano di potersi permettere giudizi criminali. E se ricordo con affezione una risicata manciatina di brave persone passate di lì per poco e per caso, il resto era pura feccia. No, non sto parlando da fan incazzato, ma da crudo materialista dialettico.
Da lettore, al tempo, mi rendevo conto di qualcosa che non mi piaceva ma non ne comprendevo a fondo le ragioni; da praticante del settore poi finii con l’approfondirne le motivazioni, inorridendo. Premetto: io sono di profonda scuola Zappiana. Non solo nel senso del prodotto artistico, ma di linea di pensiero. Per me il testo di “Packard Goose” o la famosa affermazione per cui “il giornalismo musicale è fatto da persone che non sanno scrivere che intervistano persone che non sanno parlare per persone che non sanno leggere” non è solo un acuto aforisma ma un dogma. Niente di più giusto, in assoluto. No, non sto sputando nel piatto dove ho mangiato e dove desidererei continuare a farlo, ma semplicemente ammettere la realtà: per decenni gli scribacchini italiani hanno peccato di presunzione e rubato a mani basse. Rubato perché con una diffusione scarsissima e concentrata solo in determinate zone del prodotto cartaceo originale inglese mettersi a copiare e inventarsi un’intervista, una frase, un concetto, un giudizio o adattarlo al proprio, era cosa di un attimo, come rubare le caramelle a un ragazzino. Presunzione perché si è guardato a fenomeni ignoti, da lontano, come se appartenessero a un’altra galassia sconosciuta e mai frequentata ma pronti a vomitarci sopra critiche e giudizi non tanto immeritati quanto del-tutto-privi-di-fondamento se solo non se ne accettavano i contenuti nel corso della propria, personalissima, interpretazione. L’America era un altro pianeta per noi italiani ma si esprimevano giudizi su ogni nota, su ogni brano, su ogni scampolo di cultura, su ogni pezzo di storia, assegnando loro un valore, un’essenza, un significato che l’autore medesimo non avrebbe mai pensato di attribuirgli. Così si appioppavano etichette politiche mai sognate, si assoldavano ai propri scopi determinati soggetti mentre se ne confinavano altri marchiandoli con simboli del tutto gratuiti, inventati, inesistenti.
Critici da casa in pantofole, calciatori in poltrona, lavoratori a letto. E si trattava di uno spacco netto, di un “o di qua o di là” che non ammetteva repliche. E tu, a casa tua, pagavi per farti raccontare che “tutto il rock era reazionario e fascista”, mentre la psichedelia, la west coast, il jazz, certa scuola di Canterbury erano progressivi e di sinistra. E rimanevi sconcertato nella tua sete di notizie, e non capivi come fosse possibile non ritrovare – quando riuscivi a confrontare – tutte quelle opinioni con la realtà delle cose. Quindi continuavi a leggere, per approfondire, e finivi con confonderti le idee. Mi ricordo di quando entrai una delle prime volte in una redazione di un giornale per cui collaborai, credo fosse il 1979 o giù di lì. Un redattore, uno che poi divenne un caro amico, mi spiegava “il decalogo del perfetto collaboratore”, roba di altri tempi, quando a un collaboratore a casa si richiedevano una serie di contributi e artifici nel mettere insieme il giornale che oggi non esistono più. E fu durante una di queste lunghe spiegazioni, che il tipo mi disse : “Quando non ce la fai a passarmi del materiale originale ti do io qualcosa e tu mi fai un trapezio”. Non volevo fare la figura del coglione, ogni redazione ha il suo gergo, il suo slang, ma “trapezio” proprio non mi diceva niente. Così chiesi. “Il trapezio – mi fu detto – è la traduzione di un pezzo, ma riadattato per farlo diventare tuo”. Un furto, dissi ! No, uno stimolo, un aiuto quando manca materiale, mi venne risposto. E così facevano tutti: nelle redazioni giravano tonnellate di giornali inglese, americani, francesi persino!, e non solo di settore…c’erano anche quotidiani inglesi come The Sun, il Mirror…da lì venivano notizie, curiosità, pettegolezzi. Ricordo che tanti anni fa, proprio Max Stefani, nel celebrare un numero tondo raggiunto dal suo Mucchio Selvaggio, sparò a zero sull’editoria musicale italiana, sui metodi e sulle guerre tra poveri ingaggiate tra gruppi editoriali. Fu lì che rividi di molto ed in positivo il mio giudizio: l’uomo era consapevole e schietto. Tanto di cappello. Altri avevano sempre glissato.
E poi una cosa su tutto mi impressionava: leggendo i giornali originali (come continuo a chiamarli io) il pezzo forte era quello in cui l’articolista parlava descriveva, raccontava, rendeva partecipe. Scriveva, in sostanza, senza per forza di cose sparare giudizi. Ti portava per mano dietro a una situazione, a un disco o a un tour, desiderando sopra ogni cosa, fartene far parte, come se anche tu avessi dovuto per forza essere lì per andare a giudicare. Certo, poi, spesso, arrivava anche il giudizio, ma in fondo, a ragion veduta, dopo aver approfondito. Toccato con mano, vissuto in prima persona, testimoniato. Qua, da noi, accadeva esattamente il contrario. Il “giornalista musicale” concentrava tutte le sue forze quasi esclusivamente sul giudizio critico, sulla recensione, che diventava il focus principale di tutto il suo lavoro. Per decenni, sui giornali italiani, le recensioni sono state the crux of the bisquit, il nocciolo della questione…per dirla alla Zappa. Pappardelle sbrodolate piene di parole incomprensibili, buttate giù con acrimonia o con eccessiva disponibilità, che tagliavano e cucivano cappottini su note e testi e situazioni di cui poco o nulla si sapeva e che invece venivano descritti come se ci si fosse appena alzati da tavola dopo aver cenato con l’artista. Ridicolo. Recensori autoproclamatisi Imperatori che condizionavano sull’onda dell’opinione personale, opinione fondata sulla presunta conoscenza di un oggetto tanto lontano quanto fin troppo spesso ignoto. Si descrivevano viaggi sulla Route 66 senza aver mai lasciato Prato o Modena e si spiegava per filo e per segno la sequenza compositiva di un lavoro senza esser mai essere stati in grado di leggere un pentagramma o essere entrati in uno studio di registrazione. Italia popolo di recensori. Privi di fantasia nello scrivere e di affinità con la consecutio, gente che per indovinare un congiuntivo avrebbe dovuto fare una mezza dozzina di telefonate e che per parlare con uno solo dei tanti ipotetici intervistati avrebbe dovuto portarsi dietro un paio di traduttori madrelingua. Re Censori che, come ebbi a scoprire quando i giornali iniziai a vederli dall’interno, non erano in grado o semplicemente non volevano fare altro che scrivere recensioni. Con la firma in calce. In bella evidenza.
Ognuno avrebbe dovuto leggersi e rileggersi, confrontarsi, mettersi in gioco invece di guardare solo al nome e cognome ed esser pronto a saltare al telefono quando il grafico, inavvertitamente e senza malizia, “tagliava via” quella riga di troppo che era proprio la firma; ognuno avrebbe dovuto, data l’opportunità, sviluppare uno stile proprio, un taglio originale, una forma creativa, quanto più possibile unica. Esattamente come i Signori Grandi Firme estere. Ed invece no. Così presunzione e furto hanno ucciso nella culla – oddio, una culla durata un ventennio abbondante – la stampa specializzata. Donando agli scribacchini dei quotidiani il testimone e la possibilità di fregiarsi del titolo di giornalisti, quelli veri. Identici in tutto e per tutto agli altri, ma urlanti da un pulpito molto più alto. Presuntosi e gelosi, infine, dell’orticello mal coltivato, del giornale che ognuno di costoro vedeva e vede tuttora come il podio per le proprie esibizioni. Esattamente come se fosse utile ed intelligente essere un eccellente giocatore, l’unico, di una squadra di calcio. Quando tutti sanno che una grande squadra è composta da tanti grandi giocatori e che l’imparare ad equilibrare le proprie forze su quelle del tuo compagno significa crescita, evoluzione. Non limitazione del proprio ego. Ma da queste parti si preferisce essere il miglior giocatore del Pizzighettone, piuttosto che uno dei dieci, quindici di una grande squadra.
Ed oggi, che con il web ed una connessione, con un click si ottengono più risultati che alla Biblioteca Nazionale di Londra, sopravvivono ancora mestieranti convinti che dare tonnellate di notizie biografiche serva a qualcosa, che sparare il proprio giudizio sia ancora utile. Nessuno che si domandi se scrivere così abbia ancora un senso e se mai si sia riusciti a farlo in assoluto. No, non chiediamoci più perché non si vendano più giornali. Perché scrivere di musica sarà anche…dancing about architecture…come diceva lo Zappa. Ed io aggiungerei: per lo meno in questo modo. Che peccato.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
LA SINDROME DI BILLY THE KID
Spiega la leggenda che alla mezzanotte del 14 luglio entrasse nella camera da letto di Pete Maxwell, un suo amico. Dentro c’era lo sceriffo Pat Garrett che lo stava interrogando; Henry, detto anche William Harrison Bonney, ma più noto per il soprannome di Billy The Kid aveva solo ventuno anni ed in mano un coltello, essendo proveniente dalla cucina. Chiese ad alta voce due volte “Chi è?”, venne riconosciuto ed ucciso con due colpi di pistola. Era il 1881. Da quella notte la leggenda già ampiamente non verificabile di Billy, divenne sempre più contorta e sfuggevole. Nessuno seppe mai con esattezza chi fosse il vero McCarty e se il ragazzo ucciso fosse il vero Billy; molti sostennero di esserlo, in seguito, ed in almeno un caso un sedicente aspirante The Kid, John Miller, morto nel 1938, venne addirittura esumato nel 2005 e sottoposto a verifica del DNA. Ma nessuno rese mai pubblici i risultati. Nessuno seppe mai con esattezza il numero degli uomini uccisi dal “Ragazzo”: si sostiene ventuno, uno per ogni suo anno di vita, ma più probabilmente furono nove, di cui solo due uccisi con certezza da Bonney/McCarty nel corso di una fuga da un carcere; le altre morti avvennero nel corso di violente sparatorie dove chiunque aveva potuto sparare a chiunque altro.
A 129 anni dalla morte, nel dicembre del 2010, Bill Richardson, governatore del Nuovo Messico, rifiutò di concedergli la grazia postuma, facendo così il miglior favore alla leggenda di un ragazzo la cui vita ha colpito chiunque abbia avuto la voglia di approfondirla. Almeno quattordici film hanno affrontato la storia romanzata della sua brevissima strada, anche se solo uno è riuscito a far parte, anch’esso, della leggenda: quel “Pat Garrett & Billy The Kid” di Sam Peckinpah del 1973 con la bellissima colonna sonora di Bob Dylan. Almeno una trentina le canzoni note a lui dedicate. Innumerevoli i libri dedicati al Kid. Estremamente affascinante. Ma in particolare mi è capitato di scivolare su di una non banale teoria che forse ha dato vita in seguito al tentativo di chiedere la grazia postuma a un ragazzo che pare oggi più una vittima di un crudele assassino. L’intera vita in fuga di Billy venne segnata dal primo omicidio, avvenuto per legittima difesa: l’assassinio di Frank Cahill. Dopo quell’episodio, Billy si guadagnava da vivere facendo il mandriano per John Tunstall, un mandriano inglese che venne ucciso nel corso di una faida tra mandriani quando era al pascolo, disarmato. Billy decise insieme ad altri di vendicarlo e lì iniziò la sua vera leggenda. L’interessante teoria, però, voleva Billy vittima di un gruppo di più sanguinari amicizie ma soprattutto della sua stessa fama di pistolero per cui veniva costantemente sfidato a duello da giovani pistoleri desiderosi di passare alla storia avendo ucciso Billy The Kid. Inevitabile difendersi in quei casi ed in quei tempi. Inevitabile uccidere.
Questa situazione acutamente descritta ed individuata come “la sindrome di Billy The Kid” diviene per traslato un problema comune anche ai non pistoleri; ampliata ad ogni situazione dove ogni ipotetico emergente, per un qualche motivo viene costretto da se stesso e dalla sua medesima passione a combattere contro chi – a suo dire – vanti una fama o una posizione superiore o ipotizzata tale. Una sorta di necessità di sfida tanto inevitabile quanto superflua. Quanti di noi hanno involontariamente assistito a situazioni del genere? Non credo che non esista ufficio in cui un impiegato non si sia mai messo in competizione con il superiore, a torto o a ragione ingiustamente posto a ricoprire un ruolo che lo sfidante ritenga essergli ben più consono. Chi abbia avuto il piacere di giocare a livello competitivo in una qualsiasi squadra di calcio, di pallacanestro o qualsiasi altro sport di gruppo non può non aver assistito a risse verbali e non tra compagni per l’essere stato tenuto, qualcuno, in minor considerazione dall’allenatore. Personalmente ho assistito ad episodi di ogni genere tutti riconducibili alla sindrome di Billy, alla sfida lanciata dal basso verso l’alto talvolta a ragione, troppo spesso solo per istinto di competizione quasi sempre privo di ogni fondamento. Perché la sindrome, a mio dire, colpisce il frustrato, il debole, l’insicuro. Chi abbia certezza dei propri mezzi o forza di resistenza alle avversità presunte, saprà sempre attendere il momento giusto, senza ricorrere alla sfida all’Ok Corral.
Risibilmente la sindrome – ho avuto modo di notare negli anni ed è questa una mia personale interpretazione del problema – colpiva in elevatissima percentuale i fan, o i seguaci di uno scribacchino musicale. Almeno quanto i suoi denigratori. Non c’era una logica nella competizione: essa avveniva e basta. Ricordo che per anni ho avuto modo di seguire la rubrica della posta di qualche periodico, tra cui uno in cui alcuni amici erano coinvolti. E ricordo perfettamente che spesso mi era quasi impossibile selezionare quelle tre, quattro lettere essenziali a metter in piedi la rubrica, ricercando la polemica divertente, la battuta spiritosa, il contenuto ironico… le necessità che avevo per curare anche quella paginetta. Troppo spesso le lettere si riducevano a un combattimento dialettico (quasi sempre perso in partenza dati i contenuti scadenti), al lancio di una sfida ad un soggetto specifico, all’istigazione allo scontro verbale; obbligandomi a scartarne il novanta per cento. Ricordo che un paio di volte misi i soggetti coinvolti al corrente del guanto lanciato ma la serietà e l’irritazione con cui vennero prese quelle informazioni concesse con mia superficialità mi fecero capire che sarebbe stato tempo perso riferirle in futuro; soprattutto che avrebbero portato solo a inutili tensioni con i collaboratori che, invece, desideravo restassero sempre sereni nel loro lavoro. Ecco perché ho sempre nascosto il tutto.
La cosa non mutò di molto quando mi trasferii in televisione: le lettere dirette un po’ a tutti restavano nella medesima percentuale. E finivano nel cestino. Non avevo più avuto a che fare con qualcosa di simile fino a qualche giorno fa. E devo dire, sinceramente, che era l’ultima cosa che mi sarei aspettato anche se con un po’ di lucidità avrei dovuto, al contrario, aspettarmelo eccome! Il web se ben usato è un miliardo di volte più comune, accessibile e potente di un giornale vero ed anche se la percentuale di coloro che tentano il contatto con l’oggetto della sfida è sempre molto ridotta, nel caso del web è elevatissima perché una e-mail non costa niente, né in tempo perso, né in denaro. Non so quanto sia stato contorto, ma il succo del discorso potrebbe essere tradotto così: oggigiorno, con la potenza del web, il numero degli sfidanti il Billy di turno si è moltiplicato.
E non vedo come avrei potuto sfuggirvi io, mediocre autodidatta della tastiera. Difatti… Qualche giorno fa un amico mi dice: “Guarda che su Facebook, sul tal luogo parlano male di te”. Ommioddddio….chissà cosa si saranno inventati! Ho pensato. Così vado sul luogo del misfatto e scopro, dopo una ricerca minuziosa perché i post erano tanti, che un paio di tizi dovevano saperne molto, ma molto più di me su me stesso. Curioso. Uno in particolare, scriveva (“postava” si dice in gergo) che io “non mi occupavo più di rock da molti anni” e poi che lui aveva una registrazione di 22 anni or sono in cui io parlavo malissimo di tal Randy Rhoads, sfortunato chitarrista; la trasmissione era di Italia 1 e ne veniva citato il nome. Per i non informati, il signore in questione era un chitarrista morto in un incidente aereo trent’anni fa.
Ecco, nella vita io ho fatto di tutto, ho dato luogo a innumerevoli nefandezze specialmente all’interno dei miei scritti, ho speso cifre irriferibili per dischi e rincorso gentil signorine che non mi hanno mai cacato, ho fatto pubblicare carta che meglio sarebbe rimasta intatta e al grezzo e favorito programmi televisivi i cui contenuti non erano adatti a un pubblico non svezzato, ho persino assistito a un paio di partite dell’Inter tenendo per l’altra squadra e fatto diverse volte pipì all’aperto. Ho acquistato auto che avrebbero dovuto restare dal concessionario e curato come un padre una Vespa Primavera del 1980. Ho pure vomitato per strada e rincorso cani da caccia su e giù per boschi o pescato innocenti pesci da barche in mare o da moli protesi verso le acque; ho mangiato di tutto, gradendo quasi sempre l’oggetto morto contenuto nel mio piatto…ma non ho mai né lavorato né partecipato a trasmissioni su Italia 1. Così ho, sbagliando, scelto di rispondere a quei due sfidanti. Sbagliando perché il vero Billy prima di alzare la giacchetta dalla parte della pistola (a proposito: sapete che non si è mai capito se fosse mancino o destrorso o ambidestro?) avrebbe fatto di tutto per dissuadere il competitore, avrebbe rifiutato la sfida perché inutile e mortale. Ma io sono molto meno furbo e lungimirante di Billy, ed ho risposto. Ma ho mantenuto un barlume di lucidità: ho scritto ad un soggetto, il più voglioso di scontro, nel suo box privato, una faccenda personale, per me… “Guardi amico che io non ho mai smesso di occuparmi di musica, forse lei, che non mi ha mai visto né conosciuto nella sua vita, deve aver frainteso anche il mio scadente senso dell’ironia, ma soprattutto non ho mai partecipato a trasmissioni di Italia1 allo scopo di denigrare Rhoads!”.
Macché, la sindrome di Billy The Kid, il desiderio di competere, di sparare, di uccidere è stata più forte del soggetto che mi ha risposto, sì, ma pubblicamente. Così ho dovuto alzare la giacchetta e sparare, ripetendomi. Il tizio, che non ha un nome ed una faccia ma uno pseudonimo come l’altro suo amico, del resto (tali Tony Ros e Mariano TrueRocker) , mi dice che mi conosce bene tramite i miei scritti (?), che è vero la trasmissione non è di Italia1 ma di VM e che la mia colpa era irriferibile e non scontabile in alcun caso. Il misfatto? Semplice: parlando di Brad Gillis (un altro musicista) avrei commentato che lo amavo molto di più di Rhoads che ebbi a definire “famoso solo perché era morto”.
Ora vi domando: potete immaginare il dolore di uno sfidante, di un sofferente della sindrome di Billy che si porta per ventidue (ven-ti-due !) anni dietro nel gozzo quella sofferenza…Quel colpo in canna mai sparato. Randy Rhoads definito come un chitarrista qualunque e divenuto famoso “solo perché morto”. Ventidue anni, una sofferenza indicibile, un dolore che non passa, che si autoalimenta, che cresce e che trova un minimo sfogo solo su un sito dove finalmente sparare nel vuoto, sperando che la pallottola (come è accaduto) colpisca qualcuno. Di rimbalzo. Molti sorrideranno, spero. In un mondo in cui l’ingiustizia sociale e il dolore regnano, in un mondo che ci vedrà presto nella merda più assoluta e la gente inizierà a spararsi o a sparare sul serio c’è chi ha come stella polare un’offesa da lavare nel sangue, un’offesa a un chitarrista morto trent’anni fa e sicuramente mai visto né incontrato. A mio parere un distacco dalla vita reale sconfortante, pericoloso, perché molto vicino a quel desiderio di sfida che portò Mark Chapman fuori dal Dakota Building a sparare a John Lennon. No, non sono così in delirio di onnipotenza da confrontarmi con il Beatle, ma preoccupato da confrontare l’ignoto Mariano a Chapman, sì!
Così, seppur tirato per i capelli alla rissa ho cercato, magari senza riuscirci, di sorriderci sopra, di dire che nessuno là, su quella pagina, mi conosce di persona, e che la morte conduce sempre a una distorsione delle qualità in vita del soggetto colpito, che persino Ozzy (…è vero!) mi aveva spiegato che non avrebbe mai mandato via Brad dal gruppo perché era “immenso e diverso da chiunque altro”. Inutile. Loro avevano già iniziato a sparare, a sparare contro lo scemo di cui per anni si sono lette le cazzate, dell’idiota di cui si ricorda persino una frase di ventidue (ventidue) anni prima. Con la speranza di uccidere l’idolo ipotetico, di essere famosi per pochi secondi, di apparire, di esserci, di violentare l’immagine di chi non avrebbe mai richiesto di essere sfidato a uccidere.
Così mi sono ricordato di un’altra testa di cazzo, di un altro deficiente, un drogato irrecuperabile che passa il suo tempo a suonare alla meno peggio, ma di uno che aveva, in ogni caso conosciuto, vissuto e lavorato con Rhoads, dunque un po’ più adatto di noi due dementi sfidanti a esprimere un giudizio. E mi sono ricordato che la frase era la seguente . “Ero abbastanza in amicizia con Randy, quindi fu una terribile disgrazia quando morì in un disastro aereo un anno più tardi. Nonostante ciò devo dire che non era il chitarrista che è diventato dopo la sua morte. La stessa cosa che accadde a Bob Calvert, un tizio che venne più o meno ignorato da vivo e che all’improvviso venne considerato un incredibile genio. Randy era un ottimo chitarrista, questo è sicuro, ma non era il grande innovatore per cui venne fatto passare in seguito. Dio sa cosa dirà la gente di me quando sarò morto!”.
Pagina 154 di “La sottile linea bianca” la biografia di Lemmy Kilmister, leader dei Motorhead, musicista per anni con gli Hawkwind. Adesso gli imbecilli a pensarla allo stesso modo sono almeno due. Bang, bang.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
DENTRO LA TV IMPERA L’IMPROVVISAZIONE
Sgombriamo subito il campo dai dubbi: è colpa mia, soltanto mia. Il pomeriggio di sabato non dovrei mai mettermi a fare zapping o se proprio mi dovessi distrarre non dovrei mai capitare su Canale 5. Lo so, adesso vi metterete tutti a dire che la televisione uccide, che non va guardata, che c’è chi fa birdwatching da anni, che altri stanno felicemente seguendo un corso di palombaro d’altura, che molti altri vanno ogni sabato a controllare lo stato dell’avanzamento della processionaria sui pini…. bischerate! Tutti guardano con regolarità la tv anche senza pronunciarne il nome con la medesima devozione di Homer Simpson e la voce temporaneamente addolcita quando pensa alla sua…”ti-vì”… Ecco, smettiamola di far finta: quell’infame elettrodomestico ci è utile. Con una buona logica selettiva e con la pazienza di voler sentire più campane ci informa, talvolta anche in tempo reale; ci regala la possibilità di vedere qualche buon film – sì, lo so, talvolta passano pure quelli di Pieraccioni ma non si può sempre avere tutto… - ci distrae, quando vuole, dai patemi quotidiani e dalle sofferenze di una vita che più invecchi e più ti sembra cortissima. Aiuta gli anziani a trascorrere le loro giornate altrimenti semivuote, fa babysitting gratuito ai bimbi quando non abbiamo altra soluzione. E, in fondo, ci fa anche così incazzare che mantiene al giusto livello l’adrenalina necessaria ad affrontare le mille disgrazie che noi medesimi ci procuriamo da cent’anni per non aver ancora capito da quale parte votare per ottenere un risultato dignitoso.
Vista così la televisione è utilissima. E mi soffermerei ancora un poco sull’ultimo vantaggio, l’incazzatura a fine terapeutico, perché lo ritengo un elemento imprescindibile della fruizione catodica. Non so se a voi è ancora mai capitato, ma a me – che spesso mi trovo solo davanti a uno schermo per mille motivi per voi del tutto irrilevanti – la televisione fa spesso riflettere ad alta voce, come se davvero avessi la possibilità di interloquire con lei, come se davvero lei fosse in grado di rispondermi e controbattere quel che le sto dicendo. E almeno otto volte su dieci mi fa alzare la voce, come farei con un bambino che proprio non ti ascolta o con il tuo cane che ha deciso di farsi i cavoli suoi sul tuo divano. E nonostante l’evidente limitatezza di uno scambio di opinioni a senso unico, quasi sempre lo trovo ugualmente positivo; perché mantiene alto il mio grado di attenzione. E poco conta se io guardi alla tv con sguardo…diciamo più interessato di molti di voi, oppure se semplicemente mi appaia come una sfida il cercarne i trucchi talvolta così evidenti che, pur come ricordava Sherlock Holmes, sono sempre quelli più difficili da scoprire pur essendo quelli più esposti.
Così, nonostante il passaggio pieno al digitale terrestre sia più lento di un guidatore con il cappello al semaforo di turno – quelli che guidano con il cappello sono pericolosissimi per Codice della Strada, non per convenzione!! – talvolta navigo tra le offerte che la moltiplicazione dei canali ci sta iniziando a proporre. E spesso mi trovo a vedere e rivedere il Late Show di David Letterman su Rai5, una cosa che consiglio vivamente a tutti. Non solo perché mantiene allenato l’orecchio all’inglese americano; non solo perché spesso possiamo confrontarci con alcune stelle hollywoodiane e sentirle parlare, finalmente!, con la loro voce; non solo perché alcuni ospiti musicali sono davvero interessanti e non solo perché il conduttore è geniale, bravo, cattivo e spiritosissimo esattamente il contrario dei nostri tentativi di copia, ma anche perché persino ai non addetti sarà una volta per tutte chiaro da dove, i nostri artigiani del video dalle mille presunzioni, vadano a rubacchiare idee e soluzioni.
Luttazzi, Fazio, la Dandini, chiunque si sia mai confrontato con un talk show deve aver passato settimane a studiare tempi, metodi, immagine e taglio dialettico, scenografie, luci e ritmi studiando attentamente il Late Show. Persino la tazza, il mug, da cui Letterman beve il caffè è stata oggetto di copia. Vieni avanti, creativo… Con la differenza che di Letterman ce n’è uno solo e che quello che lui si permette di dire dei politici e della politica, da noi neppure il più sadico degli intrattenitori avrebbe mai il coraggio di sussurrarlo in un vicolo buio. Dateci un occhio, quando potete. Ma restando fedeli al punto focale dell’incazzatura televisiva a fine terapeutico, non possiamo dimenticare quanto ci aiuti il notare quanto deficienti ci facciano i pubblicitari quando studiano i loro messaggi. No, vi risparmio la pubblicità che qualche anima pia ha fatto sparire dopo una manciata di passaggi: quella del dentifricio migliore dell’altro e dei due sputi confrontati nel lavandino uno dei quali grondante sangue proveniente dalle gengive del malcapitato che aveva, ovviamente, scelto quello sbagliato. Guardando quella pubblicità mi ero domandato subito se avrebbero da lì a poco provato lo stesso effetto con la carta igienica, mostrandoci dal vivo gli effetti deleteri di una spazzata di sedere con una carta troppo ruvida.
Oppure, e spero di non tediarvi, la pubblicità di quell’amaro, Montenegro…quello dove gli amici archeologi portavano via di corsa per l’avvicinarsi di una tempesta un fragile vaso testé recuperato e lo facevano tramite un idrovolante (notoriamente soffice come un cuscino di velluto e adattissimo a questo genere di operazioni) ma sopra ogni cosa volando su di un mare liscio come l’olio ma definito in tempesta….pubblicità battuta alla grande con il nuovissimo spot del medesimo amaro, dove stavolta lo scopo è il recupero di una banda di semideficienti presunti musicisti che si trovano in balia delle correnti su di una specie di piccolo pontile galleggiante, strumenti in mano, visibilmente priva di motore e timone ma misteriosamente…”rotta” come spiega lo speaker e recuperata in tempo per il concertino della sera da un motoscafo che li va a trainare in porto. Invece di sparargli lì, in mezzo al mare e lasciarceli perché di più non avrebbero meritato, data la situazione.
E noi, in un mare di amari, profumi…no, scusate…”essenze”, toponi spaziali che ne fanno uso, giovini dalla mascella quadrata forniti di addominali con tre tartarughe, auto nuove e tutte a “da solo 30mila euro in su”, elettrodomestici di ogni genere e detersivi che sbiancherebbero persino un senegalese, cibi pronti da scaldare ma meglio di quelli di un gourmet e offerte di contratti telefonici che nessuno potrà mai conoscere ma nel frattempo ci si fa due risate in compagnia del comico di turno…noi finiamo con l’apprezzare più la pubblicità della vita reale. Quella pubblicità che è spezzata, talvolta, da un film o da un talk show. E poco importa che tutti lo pronuncino “tolc sciò”, con la elle in bella evidenza: l’importante è che si incazzino, l’uno con l’altro e che ci distraggano da quel che ci sta imbastendo il manovratore, a Roma. Che poi tutti lo sappiamo che sta trafficando dietro il nostro sedere e ce ne accorgiamo anche ma facciamo finta di non pensarci. Come quando siamo dal dentista: sempre pensare ad altro!
Ma parlavamo del sabato pomeriggio. Non divaghiamo. Al sabato c’è Maria. Lo so, l’ho già detto che la farei in umido per poi darla in pasto ai cani, ma stavolta lei c’entra poco. E’ con il ragazzino canterino di turno e con la Grazia Di Michele che ce l’ho….la Grazia….ricordo che quando stavo a Roma era la donna di un mio amico; faceva radio lei e non ancora si era fidanzata con il Presidente di una importante etichetta discografica…sì, esattamente quella per cui poi iniziò a pubblicare dischi. Buffo, eh? Una donna senza voce né arte né parte che canta. Ma noi siamo il Paese dove il “sì” suona, dicono; figurarsi le frasi intere. E così Grazia divenne cantante. Proprio come la Carla Bruni: cantante. Poi, Grazia, grazie alle sue doti umane – Graziella e grazie al…non hanno peso nella nostra storia – venne scoperta critica esperta. In grado di cassare o indirizzare i giovani virgulti messi sotto contratto dalla Fascino prima di partecipare ad “Amici”. In realtà una squallida accozzaglia di scadenti interpreti in grado solo di scimmiottare qualche loro idolo o di scannarsi tra una diretta e l’altra; una cosca di presuntuosi mistificatori che confondono l’eseguire, il cantare, dall’essere un artista, dal saper comporre. Come se eseguire e comporre facessero parte della medesima Arte. Ogni tanto c’è qualcuno che canta meglio di altri e dopo sette, otto mesi di televisione diventa un fenomeno di marketing che la casa discografica di turno si accaparra spacciandolo poi per cantante o peggio ancora cantautore: tempo e denari risparmiati. Che tanto è lo stesso: la gavetta qua non la fa più nessuno e tutti sono convinti che la “Legge Pfeiffer” valga in tutto il Globo. Per chi si fosse distratto, la Legge citata è quella per la quale la bella Pfeiffer, prima di fare l’attrice era cassiera in un supermercato e per altra legge, quella della proprietà transitiva, anche le nostre cassiere potrebbero essere cantanti. O ballerine.
Così, sabato scorso, c’era un ragazzotto, un tontolotto presuntuoso e tronfio, che, davanti a una soffice critica sulla sua poco intonata prestazione occasionale, se ne usciva con la seguente frase: “…beh, c’è chi arriva e chi non arriva, io sono convinto di arrivare…ma d’altra parte se in questo mondo ce l’ha fatta John Lennon, ce la posso fare pure io!”.
Ecco, in un mondo normale lo studio avrebbe dovuto gelarsi; qualcuno dei professionisti presenti (perché dicono loro di essere discografici, cantanti, radiofonici, giornalisti specializzati, maestri d’orchestra e insegnanti di musica) avrebbe dovuto prendere il bimbo, metterlo in ginocchio sui ceci e spiegargli chi fosse stato John Lennon. Provo a rubarvi un minuto, nel caso il pargolo della De Filippi scivolasse su queste righe. John Lennon è stato la metà rivoluzionaria dei Beatles insiema a Paul McCartney; qualcuno dice un terzo, qualcuno un quarto, donando agli altri pari dignità. I Beatles sono il gruppo che ha venduto più dischi della storia del pop ed ancora oggi danno da mangiare a milioni di dipendenti della EMI. Sono il gruppo musicale che ha avuto più album numero uno nella Top Ten inglese, vantando 27 singoli numeri uno in carriera. I Beatles sono il gruppo che ha venduto più album di chiunque altro in America e nel 2008, la classifica di tutti i tempi del noto Billboard li ha messi in vetta a una classifica di cento artisti, a quaranta anni dallo scioglimento. Hanno vinto sette Grammy e dimenticando tutte le note hanno creato le più belle armonie vocali, i più bei dipinti di note, le più indimenticabili canzoni di sempre. Il mondo non sarebbe lo stesso senza i Beatles, così come, forse, i Beatles non sarebbero stati gli stessi senza qualcuno loro intorno, ma la loro immensità rimane immutata. Tutti noi che li abbiamo vissuti non saremmo gli stessi senza di loro. Da solo, Lennon, ha venduto quattordici milioni di copie negli States, e portato 25 singoli nella Top cento; il mensile Rolling Stone, per quel che può valere, lo ha indicato come uno dei cinque cantanti migliori di tutti i tempi.
Quel giovane batuffolo di idiozia, quel concentrato di presunzione messo in ti-vì solo per farci alzare la voce contro l’elettrodomestico, quello scalzacane ignorante, quella sesquipedale capra, quel menello dalla faccia di sterco lo ha apostrofato come se parlasse di una Grazia Di Michele qualsiasi. Ecco, l’ectoplasma vocale avrebbe potuto, a ragione, dire…”se ha fatto un disco lei Grazia…” e si sarebbe guadagnato l’Olimpo dei coraggiosi. Avrebbe potuto dire che Lennon era un despota privo di sensibilità umana, un bisessuale tossicodipendente, un padre schifoso ed un marito da linciare ed avrebbe avuto gran parte di ragione. Ma non avrebbe mai e poi mai potuto dire che non egli non fosse stato un genio, un grande compositore di melodie senza tempo. I professionisti presenti avrebbero dovuto spiegarglielo prima di indicargli l’uscita. La Di Michele, sedicente cantante, avrebbe dovuto e forse potuto farlo ma ha trovato solo l’istinto della ribellione, non certo le motivazioni, le sono mancate le parole e i termini. Forse perché neppure avrebbe saputo come esporli. La conduttrice, infine, qualcosa avrebbe dovuto fare o dire, avrebbe dovuto mostrare un barlume di attività cerebrale, un moto di ribellione, un’espressione di disgusto, invece di ghignare pensando allo share di quell’attimo di scazzo. David Letterman non lo avrebbe mai permesso, nessuno sarebbe uscito vivo dal suo studio dopo un discorso a cazzo del genere. Ma questa non è l’America. E’ Cinecittà, ragazzi. Battete le mani.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
IL CASO LULU
Nel 1973 eravamo all’alba delle domeniche di austerity e ricordo che giravo su di una vespina 50 in condizioni pietose in attesa di tempi migliori. Avevo una fidanzatina cui tenevo moltissimo e tutti i denari che risparmiavo dalle uscite con lei venivano, ovviamente, destinate all’acquisto dell’adorato vinile. Ricordo che quello fu l’anno in cui uscirono a pochi giorni di distanza “Houses of the Holy” degli Zeppelin e “Dark Side of the moon” dei Floyd che crearono problemi nella gestione del limitato budget a mia disposizione. Il 1973 fu anche l’anno della fine ufficiale della guerra del Vietnam, dell’inaugurazione di quelle Torri Gemelle di cui conosciamo la fine, del rogo di Primavalle e di una serie di omicidi voluti e cercati a destra così come a sinistra…o al centro?, del Watergate e della nascita del “compromesso storico”.
Ricordo molto di quell’anno perché incominciai a interessarmi di quello che accadeva al di fuori dal mio mondo di diciottenne e ricordo che non tutto quello che capivo mi piaceva; ricordo che finivo con l’accettare molte cose ma non sempre le capivo. Non capivo come si potesse decidere di ammazzare un politico, Mariano Rumor, ma per farlo si prendesse un rischio così alto da portare all’uccisione di quattro poveri cristi, non ottenendo neppure di ferire il politico. Non capivo come si potesse pensare che le bombe potessero cambiare il corso della storia o come molti pensassero che il cinema italiano non sarebbe sopravvissuto alla morte di Anna Magnani. E mentre altri si disperavano per la scomparsa di Bruce Lee i cui film andavano di gran moda, io ricordo che mi ero sentito molto più colpito per la morte di Pasolini e Saarinen e per quella di Gram Parsons. Ma la memoria più vivida restano le mie scorribande sul vespino, con il mio giubbotto eskimo verde ed un berretto di lana bianconera che ancora conservo in un cassetto; scorribande libere di teen-ager alle porte della patente B e che si prendeva la sua vendetta sulle automobili bloccate dalla crisi che attanagliava l’Italia alle prese con la prima, vera crisi petrolifera e l’aumento sconsiderato del prezzo del petrolio, passato dalle cento lire o poco più alle oltre 180 che facevano tremare i polsi degli automobilisti. Sì, ricordo che ci sentivamo come nel dopoguerra o quasi, in quel 1973, con il crollo delle vendite di auto, di alimentari e dei beni cosiddetti voluttuari addirittura dell’ottanta per cento. E ricordo che frequentavo spesso Giovanni, uno dei miei sodali dell’epoca, l’uomo con cui scambiarsi i vinili non era sofferenza ma risparmio e piacere tanto era preciso e attento nel maneggiarli.
Mi ricordo che un giorno mi portò in casa un disco di Lou Reed, “Berlin”. A Lou non ero particolarmente affezionato ma dovevo esserlo dato che avevo apprezzato i suoi Velvet Underground anche se molto di quello che avevano prodotto, tutto sommato, avrei anche potuto suonarlo io che non avevo mai preso in mano altro che il braccino del mio giradischi. Ma Lou era stato preso in simpatia da Bowie e il David di quegli anni era uno splendido esempio di compositore e di creativo, uno da tenere in considerazione anche quando sbagliava un disco; così finimmo col sentirci coinvolti persino da quel “Transformer” di cui non avevamo capito, nella nostra ingenuità di teen-agers, il vero messaggio. E d’altra parte pure la RCA italiana aveva deciso di renderci la vita difficile nella comprensione dei contenuti mettendo sul retro di copertina una bella e grossa banda color oro con su scritto “produced by David Bowie” a tagliare ad altezza di inguine la foto di quel coatto e della signorina al suo fianco. Ricordo che i primi dubbi mi vennero quando mi capitarono per le mani i testi di “Walk on the wild side” – il formidabile singolo sui cui proventi Lou ha campato una vita – e la copertina originale. Per quel che riguardava i testi non dovete dimenticare che il web, ai tempi, non c’era e che ottenere accesso ai testi inglesi era spesso difficile, se non impossibile. Così quando mi resi conto che la frase “…but she never lost her head even when she was giving good head…” non parlava esattamente di colpi di testa e che tutta la canzone era un inno alla omosessualità, quando girai la copertina e vidi per la prima volta l’aggeggio notevole (non per i miei gusti ma ugualmente notevole) che sfoggiava il ragazzo e dubitai della reale femminilità della signorina, decisi di approfondire il resto dei contenuti.
Reed si dimostrava il cantore di storie di strada, di omosessualità, di disagio, di droga pesante e violenza. In sostanza quello che avrebbe continuato a fare nei quaranta anni successivi. Ma “Transformer” – che a quel punto capii non significava “trasformista” ! – era un decoroso album e qua e là c’erano spunti interessanti di quel rock stradaiolo seppur non cattivo e così ci fidammo anche del successivo “Berlin”. Ricordo che quando lo ascoltai la prima volta maledissi Giovanni per avermi fatto perdere quaranta preziosi minuti della mia vita. Il disco era tragicamente lento, moscio, privo di sussulti, straziante, narrato più che cantato – anche se sarebbe stato difficile dire quando mai Reed aveva cantato, in precedenza – e senza uno spunto, una nota di chitarra ad emergere. I miei gusti del 1973 ammettevano poco spazio per le vie di mezzo: o si era rock o blues, o psichedelici o country, o cantautorali o…poco altro. E lì non sentivo niente di tutto ciò. Ma il danno era fatto ed il disco comprato ed il fatto che la mia edizione originale fosse accompagnata dai testi non mi aiutava a farmi venire la voglia di approfondire. Anzi. Quando mi misi con calma a cercare di seguire quella storia, ricordo che scelsi di disintossicarmi sparacchiandomi “Larks’ tongues in aspic” nelle cuffie; un altro gran bel disco di quel 1973. Non ripresi più in mano quel 33 giri per un po’ di tempo, tanto lo odiavo. Poi, dato che oramai i soldini se ne erano andati, provai – giuro che lo feci! – per molto tempo a farmelo piacere. Senza risultati tangibili.
Fu solo dopo molti anni, moltissimi, dopo decine e decine di tentativi di ogni genere, che la maturazione a un ascolto diverso (o la mia testardaggine, non l’ho mai capito) mi portarono a capire, poco alla volta, il senso intero di quei contenuti. E mi resi conto che non sarei probabilmente mai sopravvissuto ad un ascolto totale, in sequenza, ma che c’erano, però, elementi di interesse. La tragicità di alcune situazioni estreme, le orchestrazioni di fondo di Bob Ezrin, il produttore, la chitarra bellissima e sognante ma tenuta non in secondo ma in terzo o quarto piano dall’egocentrismo del Reed di quei tempi, ed un paio di canzoni che, da sole, avrebbero potuto essere la colonna sonora di certe ipotetiche dediche mai fatte ad altrettante compagne di un pezzo della mia strada. Non potrei dire di aver mai veramente amato “Berlin”, ma di aver imparato a conviverci. Sì, conviverci e non sto utilizzando un termine eccessivo; si convive con un’emozione ricorrente, qualunque essa sia, si imparano a rispettare note, cose e persone, sapendo che in un qualunque momento della tua vita potranno attraversarti di nuovo la strada. Si impara ad accettare, al contrario, pur non condividendolo, tutto ciò che ti viene imposto: come certe dichiarazioni di politici o presidenti di calcio di turno. Si ingoia sperando che non capitino più tra le gambe. Anche se quasi sempre si tratta di speranze mal riposte.
Così, quando qualche mese fa lessi per la prima volta di una collaborazione tra Lou Reed ed i Metallica pensai ad uno scherzo giornalistico: gli opposti che non si sarebbero mai potuti attrarre a mio parere. Poi, trovati su Youtube alcuni brani effettivamente eseguiti dalla “strana coppia” alla Rock and Roll Hall of Fame, cominciai a crederlo possibile. Ricordo che quando “Lulu”, questo il nome del parto, uscì feci di tutto per non leggere nulla; per non essere in qualsiasi modo condizionato. Volevo avvicinarmi a quello che avrebbe potuto essere il disco del decennio assolutamente vergine di pensiero e giudizio. Mi organizzai con un po’ più di fatica di quando un tempo, in ere in cui il web e gli incombenti media non ci circondavano e volevi gustarti in tv il secondo tempo della “tua” partita di calcio senza conoscere il risultato, ti bastava scansare la radiolina in AM/FM e stavi tranquillo. Perché sono esistiti tempi in cui la partita di calcio andava alle diciotto su Rai Uno. E basta. Con “Lulu” è stato più difficile: persino i quotidiani, quelli che una volta “solo Sanremo” ne hanno parlato, il web è stato invaso, tutti hanno voluto dare la propria opinione, e le radio…no, le radio no. Così ho atteso che i pezzi venissero messi per intero sul sito ufficiale, poi, due respiri profondi ed ho iniziato ad ascoltare.
Credevo di essere pronto, ma evidentemente non lo ero. Conosco Reed e conosco i Metallica, ma non ne avrei mai immaginato tale il frutto dell’insano connubio. È bene dire che, a mio modestissimo parere, i quattro hanno toccato il vertice della propria ispirazione quando hanno partorito quel capolavoro eterno che resta l’album nero. Quel che è venuto in seguito è stato o tragicamente fuori tono o solo parzialmente positivo; niente di esaltante, in tutta sincerità. Reed invece ha continuato a fare metodicamente i cazzi propri. Da decenni gli viene riconosciuto uno status permanente di Mito Inattaccabile per cui ci sono orde di scribacchini pronti a dirne comunque bene, a ingoiarne qualsiasi turpitudine. Quello che Lou organizzò nel 1975, pubblicando “Metal Machine Music”, quattro facciate di una chitarra in distorsione, un unico feedback spezzato solo dalla necessità di voltar vinile, una presa di sedere sesquipedale, indimenticabile, unica che ottenne il plauso di troppi acuti commentatori, non potrò mai cancellarmelo dalla mente. Una presa di culo ricorrente, dato che nel 2008 mise insieme un fantomatico Metal Machine Music Trio con cui se ne andò in tour trovando un bel po’ di deficienti pronti a spellarsi le mani. Sia battendole che scrivendo su di una tastiera. Lo stesso osannatissimo “Song for Drella” a me è sempre parso di una noia mortale. Ma dimenticando i suoni – no, non ce la faccio a chiamarla sempre musica – i temi dei testi rimanevano gli stessi: sesso, droga, disperazione, suicidio, violenza, omosessualità, sesso, droga, suicidio, violenza, disperazione, omosessualità…Reed è per me il cantore della sfiga trascendente, folle attendersi uno sprazzo di luce in fondo al tunnel, una speranza, una storia comune, un colpo di teatro.
E difatti “Lulu” è l’ennesima prova del legame tra Reed e la Berlino più cupa e angosciante; basata sull’omonima opera teatrale di tal Benjamin Franklin Wedekind, un tipo che verso la fine dell’ottocento si era fatto notare per l’approfondimento di contenuti non proprio comuni per i tempi come la masturbazione giovanile, il sadomasochismo, il suicidio, l’aborto. Questi temi portarono lo scrittore a narrare le vicende di Lulu, un’ipotetica giovanissima femmina fatale che in qualche modo segnò persino Louise Brooks che ebbe a interpretarla e il nostro Crepax che da lei tirò fuori il personaggio di Valentina. Un personaggio, quello di Lulu o Lulù, che a più riprese trovò appassionati interpreti e adattatori teatrali e cinematografici nel corso del novecento.
E gli istinti seduttori della Lulu originale che trovano la propria fine nella caduta in povertà e la susseguente necessità di prostituirsi, con esplicite descrizioni delle violenze e dell’ambigua sessualità della ballerina, che culminano in un incontro occasionale persino con Jack lo Squartatore, sembrano fatti apposta per stimolare l’interesse del cantante newyorkese che, sempre a mio parere, non potrebbe mai affermare con sicurezza di non esserne stato in qualche modo influenzato nella stesura delle vicende dei suoi Caroline e degno marito, i personaggi della sua opera “Berlin”. Reed quindi perfettamente in sintonia con le vicende di Lulu, e con la sua voce progressivamente sempre più declamante invece che cantata. Rarissimi gli sprazzi di cantato o i brevi tentativi di andarci vicino.
E se tutto questo era in qualche modo prevedibile, la speranza era però riposta nei Metallica, nella loro personalità a sostituirsi idealmente a quello spettacolare gruppo che in pochi mesi del 1973 stravolse e dette immortalità ai classici di Reed nel “Rock and Roll Animal”. Speranza, anche in questo caso, mal riposta. Evidentemente i quattro, abbagliati dalla luce fredda di Lou, convinti di poter entrare nel Mito solo per il fatto di assecondare i suoi deliri, hanno accettato di giocare la parte del supporto, non creando, non inventando, mettendo poco o nulla di proprio o, se facendolo, probabilmente mal indirizzati dal maestro di cerimonie. Tutte ottime scuse per non dar loro troppo contro. In verità i Metallica paiono proni e subordinati all’ennesima descrizione di storie già immaginate e che comunque non giustificano il prezzo del biglietto. Che ci frega a noi se persino Pierre Boulez abbia diretto Lulu in opera sinfonica, che la Brooks sia stata psicologicamente legata per una vita al personaggio dopo aver interpretato il ruolo ne “Il vaso di Pandora” di Pabst, il risultato suona come un’improvvisazione occasionale, ha il sapore di ingredienti che non legano tra loro, appare come due elementi che si respingono loro malgrado.
Ed io – da un lato deluso per un’occasione mancata, dall’altro ben felice di aver avuto l’opportunità di ascoltarmi gratuitamente la ciofeca dal web prima di sputtanare preziosissimo contante - ho spento il computer, scegliendo un logico periodo di decantazione prima di esprimermi. In mente il tardivo apprezzamento verso alcuni momenti di “Berlin” che forse, da soli, giustificherebbero tuttora l’acquisto. Poi un secondo, un terzo tentativo e la certezza: uno schifo difficilmente si tramuterà in Principe Azzurro, nonostante qualsiasi mia buona volontà.
Così mi sono messo a cercare una frase sarcastica, un motto che esprimesse la delusione in poche parole. Ed ero lì che mettevo alla prova la mia ironia quando sono inciampato su un giudizio di Alice Cooper uno che in fatto di ironia, talvolta ha fatto scuola: “Lou Reed con i Metallica? E’ come se Iggy Pop facesse un disco con gli Abba…”. Perfetto, bravo Alice.
Peccato, perché la confezione de luxe del cd era attraente…
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
ANNO NUOVO, MORTE NUOVA
Non è vero che Feisbuk non serve a niente. Ogni tanto c’è l’amico che ti segnala un articolo o una notizia che a te era sfuggita e che proprio ti fa piacere leggere. Marco mi segnala un articolo che compare, ripreso, sul Rockol.it diretto dal mio amico Zanetti: “Major pronte ad abbandonare il Cd nel 2012”. Leggo avido le prime righe: secondo un magazine di rete, Side Line, le rimanenti quattro (…o tre? mah?) Grandi Etichette, starebbero per accordarsi sull’interruzione della produzione del compact disc entro il 2012. Nessuna delle etichette coinvolte smentisce, cosa che farebbe pensare a una solida base di realtà nell’affermazione. “Il piano “segreto” dell’industria discografica prevedrebbe la sostituzione pressoché totale e in tempi brevi dei cd con la musica in streaming e in download distribuita attraverso piattaforme come Spotify e iTunes.”, continua il pezzo….stupisco: meraviglioso….vado avanti: “La produzione di supporti “fisici” resterebbe conseguentemente confinata alle costose edizioni limitate e di lusso destinate al pubblico dei fan e dei collezionisti e che in effetti proliferano già sul mercato o ai packaging speciali di dischi nuovi come il recentissimo “Lulu” di Lou Reed e Metallica”.
Geniale, creativo, spettacolare! Resto di sasso. Non avevo mai assistito a un suicidio in diretta e vederne uno per la prima volta con il sangue che ti schizza addosso fa sempre un certo effetto. Mi godo il momento, un po’ come i fan dello splatter vedono e rivedono al rallentatore la testa del protagonista che esplode nel corso del cineforum organizzato a casa dell’amico di turno. E concludo: ma certo, quando uno è una capra priva di qualsiasi riflesso che non sia quello condizionato, quando si è di fronte all’assoluta mancanza di conoscenza del mercato, quando si è giunti al posto che si occupa solo per una concatenazione di eventi, spararsi nelle palle perché stamani al capanno non passano tordi mi pare la soluzione più logica. Ed il fucile va pur sempre scaricato, no?
Un momento. Un paio di respiri profondi e riflettete con calma. Perché il massacro prossimo venturo cui state assistendo non è cosa che non vi tocchi; forse lo credete con un po’ di ingenuità, ma così non è. Tentiamo di riassumere brevemente: il passaggio dal vinile a 45 giri a quello a 33 molto più remunerativo e importante non avvenne per una precisa previsione del mercato. Fu un passaggio dettato dalla scoperta del mercato stesso che ciò che stava sottoterra era diventato di uso comune e che il mainstream, la cresta dell’onda, era diventata l’onda stessa. Con il 33 giri, per vent’anni esatti, la discografia riuscì ad incassare l’incassabile, spesso per caso, molto più spesso per fortuna cieca che viene comunemente definita come “culo mostruoso”. Le storie sul rifiuto dei più grandi artisti da parte di direttori artistici rincoglioniti sono note a tutti.
Così venne la fine degli ottanta, quando la guerra del “supporto magico” intrapresa tra l’olandese Philips e la giapponese Sony allo scopo di moltiplicare percentuali attive diminuendo contemporaneamente costi e giacenze condusse all’invenzione del compact disc. Il tempo di strappare dalla bocca degli acquirenti/dipendenti il vinile fornendogli il solo cd come tramite e lasciar digerire loro un raddoppio dei costi a fronte di un dimezzamento, o quasi, delle spese e qualcuno scoprì la rete. E con essa la necessità, oltre che il piacere, di condividere, scambiare e passare file da un capo all’altro del mondo civilizzato in un batter d’occhio. La valanga prese dimensioni incontenibili con la diffusione di quell’infernale aggeggio per imberbi creato dal genio di Jobs: l’ . Da quel momento la musica, la sua fruizione, la diffusione e, conseguentemente, la vendita non furono più le stesse. E il sistema, inteso come mercato se ne andò bellamente a meretrici; lo abbiamo detto più volte e diamolo pure come fatto acquisito. Il fatto che al fiuto e all’orecchio, alla creatività e all’istinto si fosse sostituita una macchina da guerra in grado di gestire i mercati ma non di crearne di nuovi fece il resto.
In sostanza, da quel calcio negli organi riproduttori, il music business non si riprese più. Sì, qualcuno si mise a far causa alla casalinga di Seattle piuttosto che al ragazzino di Boston, chiedendo qualche centinaio di milioni di dollari di danni, giusto per far ridere il lettore del quotidiano di turno, ma nella pratica i discografici si misero serenamente a sedere sull’altro lato della strada a osservare la propria azienda che bruciava. Lasciando che negli ultimi vent’anni crescessero nuove generazioni totalmente prive dell’istinto e della volontà di acquisto; per i ragazzi di oggi la musica è una “cosa” che si trova sul web e che si ascolta dopo averla scaricata gratuitamente. Una strana evoluzione del concetto dei settanta “la musica è nostra e non paghiamo!”. Questo fino ad oggi. Perché oggi, nella tragicomica vicenda arriva il colpo di teatro, l’essenza del genio, l’intervento del deus ex machina che tutto risolve. Il mercato è a pezzi? Il cd è durato poco o nulla, certo meno del previsto? La possibilità di riprodurselo all’infinito con una lira a casa propria ha ucciso la diffusione del supporto ufficiale? Il web ha fagocitato qualità ed ha inibito le facoltà intellettive di chi sarebbe pagato per trovare soluzioni? Bene! E loro con una rete che distribuisce e accoglie come un’immensa ameba in perenne espansione qualsiasi espressione musicale che fanno? Decidono di tagliare fino in fondo la voce costi! Se non produrremo più cd non spenderemo più inutilmente un penny per stamparli, distribuirli e vederli invenduti. La soluzione? Ma esattamente quella che ha ucciso la musica stessa: il download a pagamento.
Incredibile, stupefacente. In particolare nel primo corollario di quella legge che decreta la morte della musica commerciabile: però il cd esisterà sempre nelle edizioni speciali, costosissime e vendute a un pubblico ben individuato. Ricordate? Ne abbiamo parlato proprio un paio di settimane or sono. E nel mondo, i restanti coraggiosissimi rivenditori ancora in attività, che si barcamenano tra edizioni da duecento euro e ristampe a 9,90, terminate le scorte, ripuliranno le vetrine, licenzieranno i dipendenti e attenderanno tranquillamente che le quattro (o tre?) majors forniscano loro qualche edizione speciale a qualche centinaio di euro o dollari per il loro pubblico speciale. Praticamente delle gioiellerie. A meno che Amazon non si prenda la responsabilità di gestire tutto il mercato.E mentre i ragazzini continueranno a scambiarsi file compressi buoni solo per le loro scatoline di fiammiferi, progressivamente la musica che ci circonda – nei centri commerciali, nei negozi, negli altoparlanti sparsi ovunque intorno alle nostre vite – diventerà dapprima sempre più banale per trasformarsi in sempre più rara e massificata; inutile. Il blues suonato con le gocce di sudore che cadono sulle sei corde, il jazz che trascina e avvolge, il rock che ti fa saltare e aumentare il battito, il country che profuma di erba e fieno perderanno il loro stimolo vitale per sopravvivere solo nell’esibizione dal vivo, nel luogo dove tutto diverrà conosciuto e noto senza promozione, senza mercato, su passaparola, esattamente come il mainstream del 1969 rappresentò quella cresta dell’onda che spostò il baricentro dal 45 giri al 33 sulla base dell’ignoto che diventava noto, comune a tutti. Ed andrà a finire, così, che forse tra vent’anni rinascerà una nuova classe di discografici che capirà come si gestisce un’Arte e la si vende senza banalizzarla, senza ucciderla.
Non so se vivrò abbastanza da vedere questa ulteriore fase del ricorso storico, ma una cosa per certa: ho abbastanza viveri nella mia discoteca per andare tranquillamente a letto strafregandomene del file scaricato da internet su un HD che potrò collegare al mio pc così come al mio televisore digitale e mentre navigherò utilizzandolo come browser in attesa del programma preferito, mi ascolterò….nulla. Non me ne frega proprio nulla. Finché potrò andare in camera mia, accendere il mio vecchio impianto, scegliere se ascoltare le AR o le JBL e metter su un vecchio disco del 1970, registrato in una sala da concerto che non esiste più, presentato da un promoter che è morto e la cui foto di copertina venne scattata contro il muro di un piccolo ristorante tenuto da una anziana nera chiamata Mama Louise che a quei ragazzi faceva credito finché non fossero stati in grado di pagarle i pranzi con il loro lavoro….mi sono barricato, cancellate tutto quel che volete, datemi solo il tempo di metter da parte un paio di puntine di riserva per il mio braccetto e posso campare a lungo. Cazzi vostri.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
PAT TRAVERS UN’EMOZIONE RITROVATA
Il rock and roll dal vivo è sopra ogni cosa un’emozione irresistibile. Tutto ti attrae: il gusto del viaggio con gli amici, il biglietto che ti pare bruciare in tasca, la fila paziente per accaparrarsi il posto migliore, l’entrata nella sala o nello stadio, il rumore, i profumi del cibo, delle ragazze, delle sigarette… sempre troppe… l’odore inconfondibile dell’amplificazione, dei cavi, un misto tra gomma fusa e olio di motore usato e poi la curiosità rodente di gustarsi l’emozione che sta per arrivare, osservare i dettagli, cercare di capire cosa accadrà da lì a breve… e poi la fauna che ti circonda, il tipo che incontri sempre ad ogni spettacolo e che ti domandi come faccia a esserci sempre, i trucchi che hai usato per nascondere il registratorino per il souvenir della serata e il cuore che batte ad ogni abbassarsi della musica che ti divide da due ore sognate per chissà quanto tempo. Poi le luci che affievoliscono, una musica che fa da introduzione o, ancor meglio, un presentatore che si affaccia sul palco e pronuncia quelle due prime, adorate parole: “Ladies and gentlemen…” ed anche se di gentiluomini non ne troveresti uno a cercarlo con il lanternino, sai che sono quelle le due paroline magiche che aspettavi…e inizi a trattenere il respiro…
Ecco, io pagherei per ricominciare a provare tutte queste emozioni, tutte insieme. Perché mi rendo conto che non le provo più, che tutto, troppo, adesso mi pare scontato, ripetitivo, talvolta risibile, ogni tanto persino forzato. Credo che a me si sia spezzato qualcosa dentro quando mi è venuto a mancare Frank. Non è stato lui il primo; in realtà lui è forse stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia speranza, più che della pazienza. Troppi me ne sono scappati tra le dita, tutti personaggi che hanno riempito le serate e i sogni della mia infanzia, gente che non ha neppure mai saputo che esistevo ma la cui speranza di incontrare, di vedere, di ascoltare ha rinnovato i miei mesi, anni, di buio quando per vedere un concerto non bastava volerlo, ma dovevi andare a cercartelo in giro per l’Europa. Quando ti sembrava che quelli che ti piacevano di più erano sempre quelli più lontani di tutti: Copenhagen, Amsterdam, Parigi, Londra. Mai nessuno a Lugano, a Ginevra. Così tutto era ancora più difficile e costoso ma non ti fregava nulla, finché non iniziarono a sparire i tuoi miti giovanili. Alcuni semplicemente fecero di tutto per uscire dalle tue grazie: dischi facili o troppo difficili, vuoti e troppo pretenziosi, inutili o superflui. Ectoplasmi di ideali rock mai del tutto realizzati. Altri, ancor più semplicemente morirono portandosi via un pezzetto del tuo cuore, strappandoti pure una lacrima che fosti bravo a nascondere nel buio della tua camera di ragazzo.
Credo, ad esempio, che il mio odio profondo nei confronti degli svizzeri non sia nato quando un Hell’s Angel del servizio d’ordine mi mollò un ingiustificato calcio nel costato perché non entravo velocemente nell’Hallenstadium di Zurigo, qualche vita fa, ma quando, in un giugno del 1980, con uno spot bianco a illuminare la batteria di John Bonham gli svizzerotti non premettero più di tanto per ottenere quel bis che era come scritto sul Tom della sua batteria….una “Moby Dick” già pronta che venne rifiutata chissà perché. E se solo avessero saputo che sarebbe stata l’ultima…e poi chitarristi, tastieristi, cantanti. Compositori. Ecco, io direi che con Zappa la mia misura fu colma e da lì tutto scivolò in un inarrestabile calo di stimoli. Per anni mi rifiutai di andare a vedere concerti, persino quando facevano parte del mio lavoro, quando erano “il mio unico” lavoro. ‘Fanculo a rocchettari tutti uguali, a due, tre chitarre in fila a ciondolare con i capelli che ondeggiavano, ‘fanculo alle solite frasi, sempre le stesse, così poco credibili che quelle di Spinal Tap ti parevano molto più reali, ‘fanculo a spettacoli che non avevano più nulla di attraente e che ti sembravano fuori portata anche se erano a meno di cento chilometri da casa, ‘fanculo alla assoluta mancanza di novità.
Credo che negli ultimi anni la mia apatia mi abbia fatto rinunciare se non a tutto, a molto. Sicuro di aver perso poco se non nulla. Lo scorso inverno, poi, una manciata di amici mi portò quasi di peso a vedere un nobile lombo per cui avevamo bruciato più di una cassa acustica in auto e sbavato su un live che ci pareva bellissimo…e poi Uli Roth era quello che aveva sostituito Michael Schenker negli Scorpions…e quelli erano tra i pochi tedeschi che potevi ascoltare con piacere. Così mi ritrovai in un clubbino a un passo da casa, una situazione rimediata, direi, con il palco nel posto sbagliato e alto quanto un pancale in legno. Niente sentimento, nessuna scossa. La gente, poca, che – chissà perché – mi dava l’impressione di essere lì più per sé che per il chitarrista. Sorrisi, strette di mano, accenni gigioneschi. No, no, scuotevo la testa… mi sbaglio, ripetevo… è solo che non sono più abituato. Poi i quattro che arrivavano come clienti su quella pedanina, Roth, con un chitarrista - italiano, mi fu detto – che se fosse dipeso da lui se ne sarebbe stato in assolo perenne, un bassista che se solo si fosse mosso avrebbe portato via la batteria… e forse sarebbe pure stato un bene dato che il lungo crinito batterista era un giovine massacratore di pelli cui dovevano aver detto che la batteria si suona picchiando forte, più forte che puoi. Di modo che ogni pezzo era uguale all’altro e i brani di Hendrix e Scorpions si perdevano nel nulla più assoluto. Una tristezza interiore, un magone, una sofferenza fisica per quel povero Cristo d’un chitarrista che me lo sarei portato fuori di lì, per una pizza, salvandolo da una fine che non meritava. Lui, l’eroe di “We’ll burn the sky”, “Fly to the Rainbow”, l’emulo di Jimi, il Condottiero dalle onorate collaborazioni ridotto ad apparizioni che non si sarebbero meritate neppure i peggiori nemici. Così, avuta la conferma della bontà del mio ritiro dal nulla-da-perdere mi ero sentito sereno per la mia reiterata scelta di lontananza dalla musica dal vivo.
Quando la settimana scorsa un paio di amici mi hanno detto che in un altro piccolo club suonava Pat Travers non so perché ho detto subito di sì. Forse perché il Pat ventiseienne l’avevo visto l’ultima volta in una splendida occasione per tutti e due, quel festival fuori Londra, a Reading, nel 1980, dove aveva sparato più cartucce lui in quei 55 minuti di tanti altri; forse perché Patroclo Traversini era il soprannome che gli avevamo affibbiato noi disgraziati all’alba delle radio rock e alcuni dei suoi pezzi facevano da colonna sonora alle nostre malefatte di fine settanta. O semplicemente perché a volte si deve seguire l’istinto e non la logica e l’istinto diceva di sì. Sì anche se la mia Juve giocava con i Viola, anche se pioveva che Dio la mandava – e poi s’è visto che ha combinato dalle nostre parti! – sì anche se ci sarebbe stato da gironzolare per un bel po’ prima delle 11 di sera… Piatto equo-solidale in un localetto dal buon clima, passeggiata per Pisa sbirciando nelle vetrine dei bar il risultato parziale e approdo finale al Borderline, piccolo, scuro, ma simpatico. Poca, pochissima gente e tutta non-giovane. Faccio pipì nei locali gabinetti a fianco del batterista Sandy Gennaro, ma non lo riconosco; sarà che la mia attenzione era tutta al mio willie. Ruggero e Mauro si piazzano a ridosso del palco, piccolo ma palco, mentre io mi metto comodo in una delle sedie a pochi metri. Pat ha due anni soltanto più di me ma mi pare sciupatello, seppur con tutti i suoi capelli ben saldi in testa e apparentemente non tinti. Rock and roll…tirato, sano, schietto. Tutti pezzi noti, risalenti in gran parte al periodo d’oro del canadese, quello, non a caso, intorno all’80. E lui che promette alla manciata di presenti di…”kick your ass off”…non mi guardo attorno: non voglio sentirmi a disagio con me stesso.
Penso solo che l’ultima volta che lo avevo avuto a tiro, lui aveva davanti alcune decine di migliaia di ragazzi urlanti. Stasera, anche togliendo tutti gli zeri non ci andiamo neppure vicino. La differenza? I telefonini! Che fotografano, registrano, fermano il tempo e lo tramandano ai posteri la sera stessa su YouTube. Penso che forse dovrei sentirmi imbarazzato, ma non lo sono. Sarà perché la serata è stata piacevole come la compagnia, sarà perché la Juve, in fondo, ha vinto, sarà perché Pat è un Signor Professionista e se ci fossi stato solo io, per lui non sarebbe cambiato niente…i pezzi scivolano via, con solo un paio di nuove cose da un nuovo cd, in vendita su un banchetto, all’ingresso insieme alle classiche magliette.
Ma è al momento di andarsene che Travers mi stupisce: è obbligato a passare tra il suo pubblico e invece di farlo con due balzi, si ferma, sorride, stringe le mani di tutti quelli che incontra. Ringrazia. Pat viene poi a parlarci, dopo la doccia, mentre noi ci eravamo soffermati a chiacchierare tra noi, ci racconta di un viaggio in auto da Reading verso Londra, trentun’anni prima, con i soli occhiali da sole graduati avendo perso quelli normali, da miope; ci dice che Aldridge era una presuntuosa testa di cazzo e ci parla benissimo del suo Gennaro, ci promette di tornare ad aprile prossimo e chiede di non aspettare altri 31 anni prima di tornare a vederlo. Ringrazia di nuovo. Simpaticissimo. Davanti a me ho l’immagine di decine e decine di pazzi che ho incontrato negli anni, resi poco controllabili da alcolici, neve, fumo, da personalità instabili, da ego smisurati da riempire una bisarca, da senso di schifo per il contatto fisico, da convinzione di aver lasciato qualcosa alla storia del rock ed invece proprio no.
Per questo vedere un signore sui 58, magro e leggermente ingobbito, felice di aver appena finito di prendere a calci un piccolo numero di fans con la sua musica mi riappacifica con il rock and roll che resta sopra ogni cosa un’emozione irresistibile e dove non c’è niente di più emozionante della spontaneità e del piacere di suonarlo. E ascoltarlo. E mi spiace, adesso, pensare che se un tempo la mia musica abbia potuto evolversi e diffondersi, diventare un linguaggio universale, è stato proprio grazie a mille localetti come questo. Locali che sembrano essere diventati un miraggio, per noi che ascoltiamo e per quelli che vorrebbero suonarci. Più che un vero peccato, un crimine.
Giancarlo Trombetti
“Contromano”
IN ITALIA PRECARI PER LEGGE
C’è stato un tempo in cui immaginavo che sarei stato orgoglioso di appartenere a un Ordine, a quello dei Giornalisti. E ricordo bene che non mancavo mai di usare le due maiuscole, citandoli. Ricordo che impiegai sei anni per riuscire a trovare l’ideale accoppiata tra numero di articoli scritti e quelli pagati, necessari a entrare tra gli eletti. Eravamo nei tardi anni settanta e quel mestiere, anche se si trattava di disquisire di vile intrattenimento musicale, era già un casino. Nulla in confronto a quel sarebbe venuto in seguito, però.
Mi ricordo che quando la magica sequenza numerica pagata corrispose a quello che avrei dovuto accumulare in due soli anni di collaborazioni, misi ingenuamente tutto in due borse decisamente pesanti e me ne andai a Firenze. La sede era in pieno centro e girovagare per la città con quei sacchi faceva di me un rivenditore non autorizzato anzitempo; all’epoca non esistevano altro che i polacchi che ti pulivano i vetri, ma a Roma. Quando mi resi conto che alla segreteria dell’Ordine l’ultima cosa che interessava era la copia originale, integra, dei giornali dove erano pubblicate le mie scelleratezze, mi sentii un idiota. Ma quando, pagata l’iscrizione, mi arrivò la mia tesserina numero 52914 immaginai di avere fatto un passo importante nella mia vita. Ero il medesimo stronzo ma con una Tessera di un Ordine in tasca. Non la usavo per aprire alcuna porta ma pensavo che me ne avrebbe suggerite lei a decine; giravo con la tessera nel portafogli un po’ come il personaggio di Gaber faceva nel suo monologo, quello della pistola. I primi anni fu anche divertente prendere tessere scontate di treni e ottenere pagamenti forfettari per autostrade per quanto non regalate, ma furono sensazioni di un attimo. Credo che oggi la sola tessera per sconto sui treni delle FFSS sia disponibile insieme a quella dell’Alitalia; quella forfettaria per le autostrade è scomparsa da decenni. Ma appartenevo ugualmente a un Ordine! Un Ordine silenzioso e non invasivo, che si faceva vivo con me e mi disturbava solo ogni cinque anni, per chiedere cosa stessi facendo. Sì, perché per restare iscritto non bastava pagare l’iscrizione: bisognava continuare a lavorare, lavorare da giornalista. E dimostrarlo. Già ma come, esattamente?
Semplice: bastava fornire prove tangibili, meglio però farsi fare una dichiarazione dal tuo direttore o da uno dei tuoi direttori che attestava la continuità e la qualità del tuo lavoro. Sì, il ragazzo scrive, continua a farlo, oppure, si…collabora a radio, televisione, scatta foto…che non era il mio caso, mai scattato una foto, ma questo perché nel frattempo anche i fotografi erano diventati giornalisti pubblicisti. All’inizio tutto mi parve regolare, persino inviare al Mio Ordine una dichiarazione di un direttore responsabile che diceva, serenamente, che tu eri da considerarsi giornalista anche se avevi un inquadramento da tecnico o impiegato. Ma era il fascino dell’Ordine. Un Ordine che scelse illo tempore di dividersi in due per salvaguardare l’integrità e la cristallinità del “primo livello”, quello del professionista, ma di prevedere pure la figura del “pubblicista” che, da quel che mi era parso di capire, sarebbe servito sostanzialmente da anticamera alla professionalità agognata o all’inquadramento di figure che già appartenevano ad altri Ordini. Un avvocato che pubblicava articoli, ad esempio. Poi la scelta di non iscrivermi ad altri Ordini e di tentare di campare facendo il mestiere; tanto prima o poi quei due anni di praticantato sarebbero arrivati. Ero giovane e avrei creduto anche a Babbo Natale pubblicista, me lo avessero fatto vedere appoggiato al bancone di Piazza della Signoria. Poi gli anni in redazione, a far giornali, a imparare il mestiere e fare giornali con le proprie manine, la radio nazionale, il passaggio a una redazione televisiva, il salto al palinsesto, quello più lungo alla direzione di rete, le consulenze, i format, le riunioni notturne con autori e creativi e registi e sedicenti artisti a lavorare sul prodotto come e più di loro e quel contratto che non arrivava mai. Ma eri in crescita, non ci facevi caso, pensavi a quello che – prima o poi e sempre più poi che prima – veniva versato sul conto corrente. E le aziende! Mica robetta da fosso a fosso: periodici e quotidiani, radio e tv che si vedevano e si sentivano e leggevano in Sicilia come ad Aosta…e gli incontri con colleghi, amici, altri disgraziati che, chi più chi meno, lavoravano esattamente come te. E i tuoi editori: ricchi, potenti, famosi, che ti mettevano in imbarazzo con uno sguardo, che ti facevano sentire un pezzo di cacchina solo chinando leggermente la testa da un lato e pronunciando il tuo cognome con fare cantilenante… e poco importava che qualcuno di quei potenti sarebbe finito in galera o che ne era già stato ospite… o che non ci sarebbe finito mai, forse, tu non potevi certo prevederlo! Ma quel contratto… no, quello proprio no. Un contratto, è bene dirlo e sottolinearlo, che rappresentava l’unica via alla professione, quella vera, alla tessera rossa, quella che un noto giornalista dell’ultrasinistra che oggi pontifica sul precariato in televisione mi sbatté letteralmente in faccia quando mi incazzai nel corso di una riunione nazionale dei rappresentanti di categoria.
Ma quale categoria? Di quella supposta, idealizzata, o di quella reale? Fu così che, un giorno, dipendente di un noto editore legato a brand di partito che proprio non dovrebbe prevedere neppure il pronunciamento di parole come “insicurezza professionale”, “mancato rispetto degli inquadramenti contrattuali” scelsi di prendere un’altra tessera, quella di un sindacato che mi avrebbe tutelato. E con due di loro, intraprendenti tipi che divennero pure amici, ed un mio vecchio sodale, mi ritrovai in una riunione di RSU il cui acronimo ai tempi non conoscevo neppure, con colleghi di Rai e Mediaset e TMC che rivedevano il contratto nazionale che prevedeva… horribile dictu! al sesto livello, impiegatizio, una figura che era del tutto e per tutto analoga a quella del redattore di testi, dunque di giornalista o di autore e fu in un piovoso pomeriggio di ottobre di mille anni fa che mi feci molti nemici insistendo che era una vergogna che nessuno, in decenni di televisione se ne fosse mai vergognato. Quell’articolo venne rivisto ed ancor oggi, quando ci penso, ne sono orgoglioso. Ma nessuno mi disse mai che avevo fatto bene. In quell’azienda c’erano cameramen inquadrati con il primo livello operaio e amministratori di primo livello impiegatizio, registi e artisti con contratti a tempo indeterminato, da impiegati, decine di redattori con contratto da stagista eppure ricordo solo che l’editore si risentì, e molto. Ma non ricordo una nota da parte del Mio Ordine. Ma ricordo perfettamente quando, metà dei novanta, mi vennero, dal Mio Ordine, richiesti versamenti contributivi. Ne chiesi motivazione. Mi venne risposto che avrebbero contribuito al mio trattamento pensionistico e al breve cenno al fatto che lavoravo da presunto giornalista da almeno quindici anni e che non avevo ancora visto l’accenno di quel famoso contratto, mi venne risposto, seccamente:”…che era una pratica purtroppo molto diffusa”.
Ecco, fu quel giorno che iniziai a riflettere e a cercare di capire. Mi domandavo perché in Europa si parlasse di inesistenza di un Ordine dei Giornalisti mentre in Italia era uno dei più temuti; cominciai a chiedermi perché, a tentare di capire quali le motivazioni reali per un rifiuto che non aveva senso: tutti lavoravamo da giornalisti, il nostro Ordine Tutelare lo riconosceva, ma nulla accadeva. Anzi, era proprio lui, l’Ordine, ad accettare che un precariato venisse codificato e ufficializzato, che aveva stabilito che lo status professionale fosse accessibile solo attraverso la firma di un contratto di lavoro: un caso non raro ma unico al mondo! Quale altra appartenenza a un Ordine era mai stata subordinata alla firma di un contratto, quale accesso alla professione era possibile solo in seguito a un esame che non era sostenibile senza quel contratto che nessuno era disponibile a firmarti. Quel medesimo Nessuno che però, senza il tuo lavoro non sarebbe mai potuto esistere. E così mi chiesi come fosse possibile che un Padre potesse accettare che il proprio figlio lavorasse da precario essendo lui il primo a saperlo, riconoscerlo e codificarlo. E a incassarne gli assegni. Mi chiesi se davvero “quel” contratto fosse così penalizzante per un editore al punto di innalzare il crocifisso, indossare la corona d’aglio e afferrare il paletto di frassino al solo sentirlo nominare. Dato che sono deficiente mi spiegarono che era un contratto così blindato e favorevole al beneficiario che a confronto qualsiasi vincolo di sangue diveniva acqua di malva. E andando negli anni a guardare i nomi di coloro che ne beneficiavano fin dal primo ingresso nei corridoi di un’azienda, capii tutto. Era un contratto riservato, quello dell’Ordine cui appartenevo; riservato ma non a tutti i giornalisti. Solo ad alcuni, i soliti, sempre gli stessi. Con l’eccezione di pochi fortunati. Così me ne feci una ragione, non lo nominai più nemmeno per scherzo e mi preoccupai di difendere i miei diritti residui.
Smisi persino di leggere gli aggiornamenti che con regolarità il mio ordine, ora non più con la maiuscola, mi inviava; non partecipai mai più, feci di tutto per dimenticare e solo l’urlo di qualche ancor lucido professionista di fama che ne invocava l’abolizione mi faceva alzare, distrattamente, un sopracciglio. Fino alla settimana scorsa, quando l’ennesimo notiziario ufficiale mi osserva facendo capolino dalla cassetta delle lettere, con un titolo che non posso evitare di leggere: “Giornalisti precari, un vergognoso silenzio”. E non posso resistere, leggo. Leggo una difesa a spada tratta del Nostro Presidente che tutto rifiuta ma che non spiega come impedire questo vergognoso traffico di lavoratori non tutelati – non inquadrati – non contrattualizzati. Non dice nemmeno come “il suo” ordine intenda operare “per non chiudersi in un ruolo notarile di custode dell’albo professionale, decidendo di impegnarsi…per garantire il rispetto della deontologia e per promuovere attività di formazione…”. A fianco, il Consigliere Nazionale dell’Ordine aggiunge: “La realtà la conosciamo fin troppo bene. Semmai è il caso di denunciarla, perché l’indignazione non può essere solo di chi vive tutto questo sulla propria pelle… quando si parla di giornali fatti con decine e decine di collaboratori senza contratto, senza diritti, senza futuro… è macelleria sociale”.
La mia mano portatile. Sono in dubbio e leggo il giorno, è un lunedì di ottobre, anno domini 2011. Dunque sanno, dunque sono vivi, dunque sono vigili? Non sono caduto in un buco spazio-temporale. Il resto di quel giornale è riempito dalle testimonianze di chi, pubblicista e precario, lavora da professionista, si sente tale – e lo sarebbe al di fuori dei nostri confini italici – e viene pagato come i raccoglitori di pomodori extracomunitari, quando il San Marzano è prossimo a maturazione: dai quattro ai dieci euro. Al centro, in evidenza in un bel box azzurrino, tra le urla di testimonianza del precariato a contornarne l’impaginazione, un tal Giacomo che dichiara di esser stato menato per il naso dall’ennesimo editore, poi mobbizzato, poi maltrattato, poi difeso obtorto collo dall’ordine perché “…la situazione era palesemente nota al segretario della federazione regionale del sindacato che faceva parte del CDR (comitato di redazione) del giornale e al presidente dell’ordine regionale (…quello che firma lo sdegno di cui sopra! nda) anche lui dipendente del giornale….”infine licenziato dopo l’inevitabile azione legale.
Mi gira la testa. Credo di aver letto male, così riprovo. No, avevo ben inteso: l’ordine cui non capisco più perché appartengo, dichiara di sapere che una percentuale di assoluta maggioranza dei propri iscritti lavora privo di tutele, garanzie e paga adeguata. Sa di esserne causa, per colpa di quella scellerata divisione in contrattualizzati e non, non interviene, ma prossimo al 2012 pubblica le testimonianze e le prove viventi del proprio crimine e lo fa con naturalezza, senza capire cosa stia facendo, cosa stia pubblicando, cosa vada sostenendo.
Ecco, ripongo il notiziario sul fondo del sacchetto dei rifiuti, dentro la pattumiera, al suo posto. Il suo solito posto e apro il mio quotidiano, pieno di firme di giovani professionisti, rampolli di nobili lombi, sotto contratto ancor prima di conoscere l’indirizzo del proprio luogo di lavoro e chiudo gli occhi e penso che l’Europa debba essere una gran cosa perché lì, io sarei un professionista dal 1978. E invece qua sono il solito stronzo. Va a finire che prima o poi mi ci trasferisco.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
TROPPI PINK FLOYD?
Feisbuk è una delle tante sòle cui ci siamo abituati. Ci fa perdere tempo, ci fa credere di avere tanti amici che forse, in fondo, non abbiamo o che non sappiamo più curare. Ma ha di buono che con alcuni, quelli che non abitano dall’altra parte della strada, quelli con cui si è avuto sul serio un buon rapporto, puoi scambiare opinioni, spezzoni di frasi, brevi emozioni e curiosità. E questo è un giochino che può divertire. E se il nostro lavoro, poi, non è uno di quelli definiti “convenzionali”, il giochino può aiutarti a mantenere rapporti e contatti che, in alcuni casi, faranno comunque comodo. Diciamo che, soppesando i pro ed i contro, grosso modo abbiamo una bilancia in pari peso. Feisbuk può anche servire per sbirciare nelle vite, reali o presunte, di amici virtuali che abbiamo conosciuto nel nostro percorso e che suo tramite possiamo andare a ritrovare in modo del tutto occasionale; scoprendo poi, seguendone le tracce, che sonodiventati – o sono magari sempre stati – molto diversi da come ce li ricordavamo.
Ma qua non parleremo di Fb. E’ solo che qualche giorno fa è capitato di doverci occupare dei Pink Floyd, quella meravigliosa fonte di musica e sogni che non produce un album nuovo dal 1994, quasi vent’anni. E dato che di dischi non se ne vende più e che il genio mai troppo omaggiato di Steve Jobs ha comunque, ahimè, contribuito alla morte del supporto fonografico tramite l’invenzione di quel mefistofelico marchingegno che è l’iPod, dato per scontato che le case discografiche rimanenti devono pur tentare di sopravvivere più a lungo possibile, non resta che vendere il già venduto a chi, si spera, non potrà fare a meno di acquistarlo. Mi spiego: in un momento in cui la musica non ha neppure idea di quale sia il suo supporto ideale per essere venduta brancolando nel buio, una casa discografica non può che appoggiarsi al prodotto “antico” da vendere agli appassionati e ai collezionisti per mettere insieme quel fatturato che permetterà loro di passare l’inverno. La EMI, che aveva perso i Pink Floyd per scadenza contratto, dopo un annetto di trattative, è riuscita a rinnovarlo con l’accordo di pubblicare cinque “nuovi” dischi.
E così, come ciclicamente accade con mille diverse scuse e mille diverse etichette, sono stati scelti tre classici immortali, “Dark side of the moon”, “Wish you were here” e “The wall” ed è stato confezionato un monumentale box contenente sedici cd con tutti i dischi del gruppo. Ogni prodotto è stato impacchettato in tre diverse confezioni: un doppio cd con gli originali e le versioni “definitive” rimissate per l’occasione; un triplo cd e doppio dvd con memorabilia, inediti e live speciali in audio e video; un box su vinile. La EMI, su quei dischi conta di mettere il fieno in capanna per dar da mangiare a tutti i dipendenti prossimi a un ipotetico quanto prossimo cambio di proprietà, oltre che a metter da parte due soldini necessari a produrre e distribuire il resto del catalogo. Dove dunque il problema? Che un amico, su Feisbuk, appunto, uno che dovrebbe essere sufficientemente navigato da aver imparato a giudicare queste operazioni, lancia un messaggio di schifo ed odio verso queste scelte. Ed è lì che io non condivido. E provo a spiegare, anche a costo di diventare monotono: la musica non si vende più; i ragazzi non hanno né cultura, né denari, né cervello per apprezzarla e portarsela a casa. Non hanno neppure più in casa un impianto stereo, né, quasi sicuramente, sanno cosa sia e come possa suonare. L’Mp3 ed il download hanno reso la musica un concetto astratto da fruire e gettare senza pagare; un po’ come rubare una mela lungo strada. Non esiste neppure più la voluttà di collezionare, di mettere in fila pezzi di cultura, di storia, di vita. I medesimi produttori di musica non hanno messo a fuoco su quale supporto – il compact? Il resuscitato vinile? Il Wav? O l’Mp3 o il Wma ? – venderla e procedono come un cieco senza cane né bastone. Non resta per loro che far cassa con gli unici che la musica continuano e continueranno a comprarsela: gli appassionati collezionisti e gli ultra quarantenni (forse ultra cinquantenni) nostalgici e di buona memoria per cui maneggiare un box di tre cd e due dvd, ripieno di foto inedite, gadgets e memorabilia rappresenta ancora un tuffo al cuore, nonostante i 109 euro di costo. Dove sta il problema se a un malato di Pink Floyd – ma anche di decine di altri gruppi storici sulla cui pelle le residue etichette continuano a sopravvivere – verrà venduta sostanzialmente la stessa musica a un costo rilevante?
Questo non solo non andrà ad intaccare il budget destinato agli emergenti ma, al contrario, permetterà loro di vedersi produrre un disco che probabilmente non avrebbero mai dato alla luce in mancanza di fatturato. E poi..un attimo…ho avuto modo di ascoltare – laddove con ascoltare non si intenda sentire – il nuovo missaggio di Dark Side e giuro che è stupefacente! Nuovi suoni, nuovi colori, nuove emozioni; una nuova finestra su un mondo che credevo di aver già imparato a conoscere in ogni dettaglio. Ma non basta. Da decenni mi trastullavo con un live risalente al 1974, Wembley Arena, registrazione discreta ma pur sempre derivante da un programma radiofonico della BBC…beh, quel live è adesso vivo e pulsante, perfetto e potente dentro uno dei cd di quel box. E sentire finalmente come se fossi in prima fila le urla di chi veramente c’era emozionarsi al battito del cuore che introduce la lunga storia del “Lato oscuro della luna” è come assistere alla nascita di un nuovo essere vivente. Sono quelli i momenti in cui i 109 euro, duecento-diecimila delle vecchie adorate lirette, non contano. Sono quelli i momenti in cui, per un vero appassionato, cullare un nuovo giocattolo tra le braccia dà l’impressione di sentirsi parte di un gioco che non avrà mai fine.
Grazie a Dio. E che il mio amico si diverta a modo suo andando a spulciare l’ennesima misconosciuta piccola band che suona come mille altre e il cui nome potrebbe essere : I Chiunque. E che si senta felice come un cercatore che ha appena recuperato una rara pepita che nessuno, dicasi nessuno, potrà mai possedere. Perché neppure chi produsse o suonò quelle canzoni ricorda oggi più di averlo fatto. Alza ancora un po’ il volume, per cortesia, che sta per partire “Time”….
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
NOVEMBRE: UN SALTO NEL BUIO?
Il fatto che sia fine settembre e che faccia ancora caldo come se fossimo in estate, non significa che il fatidico mese di novembre non si stia avvicinando. No, niente mondine, serate al caminetto, vino novello, primi veri freddi, luci di Natale che diventano sempre più presenti. Qua stiamo parlando di televisione. Nel senso che rischiamo davvero di passare il prossimo autunno a cuocer mondine e buttar legna nel camino come occupazioni principali, dato che pare proprio che le reti siano lontane dall’esser pronte per il passaggio epocale. Qualcuno in Regione si è convinto, ed ha cercato di convincerci, che l’anticipo di sei mesi sia una iattura per la Toscana non ancora pronta ad un passaggio che sta diventando una barzelletta più che una trasformazione di un sistema di trasmissione. Vediamo di riassumere brevemente la situazione in modo che non sia difficile seguirne le tappe e le considerazioni che ne conseguono.
Intanto spieghiamo che il sistema analogico di trasmissione televisivo è quello di cui abbiamo usufruito fino ad oggi e che utilizziamo ancora; un sistema che veniva raccolto dalle nostre care vecchie antenne e inviato ai nostri televisori “paffuti”, quelli belli larghi e grassi di un tempo. Quelli che, privi di decoder non serviranno più a niente tra poco più di un mese. Oltre al sistema analogico, che aveva i suoi difetti ed i suoi pregi, un segnale televisivo nel 2011 può essere veicolato in più modi: diffuso e ricevuto in digitale da un satellite e catturato da una parabola; diffuso via cavo (un sistema oramai vecchio in America ma ben poco diffuso da noi); veicolato su protocollo internet, irradiato su sistema terrestre, ancora, ma con codifica digitale, il DTT, appunto. Queste le basilari possibilità che ci vengono offerte. E precisato subito che satellite e cavo sono da sempre sinonimo di televisione a pagamento, non restano che il digitale terrestre (detto DTT) e la IPTV (o televisione su protocollo internet).
Dieci anni fa, nel 2000, quando venne inizialmente fissato a due anni dopo il termine per l’assegnazione dei canali derivanti dalla “moltiplicazione” del segnale digitale e nel 2006 il definitivo passaggio alla ricezione/diffusione digitale, nessuno avrebbe mai pensato di poter assistere a uno sviluppo così determinante dell’internet veloce; per cui le possibilità di veicolare il segnale televisivo via internet non vennero neppure prese in considerazione. E a ben vedere oggi, nonostante la diffusione di internet su telefonini e computer, su palmari o notebook, le potenzialità del segnale veloce – l’unico che permetterebbe di vedere la televisione senza rallentamenti o blocchi nella sequenza del segnale – sono ancora a decenni di distanza dal divenire anche solo lontanamente realistiche e valide per tutti; il digital divide spacca l’Italia in più parti. E dato che il resto del mondo aveva già deciso da tempo che il segnale digitale avrebbe potuto facilmente essere ricevuto tramite le nostre vecchie antenne con la sostituzione del televisore o con l’aggiunta di un decoder da pochi euro, il DTT fu la scelta più logica. O meglio: lo sarebbe stata, se solo gli assegnatari di frequenze avessero anche parzialmente accolto tempi e indicazioni delle leggi che si sono susseguite promulgate dai vari governi coinvolti.
Dal 2006, lo switch off, ossia la chiusura del segnale analogico passò prima al 2008 e poi al 2012; e tutto ciò senza che le reti sia nazionali che locali sentissero l’urgenza di dedicarsi alla modifica dei propri ripetitori. Ma non solo. Senza che neppure venisse deciso il tipo di standard televisivo (detto anche aspect ratio o rapporto d’aspetto) da trasmettere! Lo so: rischiamo di diventare difficili da seguire, ma cercheremo di restare pratici. Molti di voi hanno sicuramente in casa almeno un televisore digitale di ultima generazione; il “rapporto d’aspetto” è indicato oggi in “sedici noni”. Per capirsi: quello dei nostri vecchi televisori cicciotti era di “quattro terzi”. Nella seconda metà dei novanta la CEE decise di gettare a pioggia contributi di ogni genere alle reti che avessero scelto di mutare il proprio rapporto dal classico 4/3 al “nuovo” 16/9. Ricordo che le domande per cambiare tecnologia facevano luccicare gli occhi dei miei editori, le cui pupille si muovevano con il segno del dollaro come quelli di Paperone quando conta i suoi adorati “sesterzi”… I contributi arrivarono, ma non vennero quasi mai ben impiegati. Con il risultato che oramai nessuno di noi fa più caso se il sistema di ricezione costringe il nostro televisore a saltare da una ratio all’altra, riempiendo di volta in volta di più o di meno il nostro schermo…sopra e sotto, destra e sinistra…bande nere laterali o in alto ed in basso sono divenute invisibili ai nostri occhi distratti, quando, al contrario, avrebbero dovuto essere presenti, al massimo, solo in caso della trasmissione di un film in pellicola…con il classico esempio di un dialogo tra due soggetti di cui almeno uno è invisibile perché del tutto fuori dalla ratio del nostro televisore! Ma non confondiamoci le idee…
Tornando a bomba, il DTT, il digitale terrestre, in Italia ha avuto un passaggio lungo dieci anni; con la Comunità Europea, sempre lei, a premere affinché una decisione presa collegialmente non divenisse una barzelletta, come è diventata da noi. Già, perché a parte l’Africa – che ha qualche problema più complicato del passaggio al DTT ma che, comunque, lo ha previsto – solo la Corea del Nord, al mondo, non prevede un passaggio al digitale terrestre; nel resto d’Europa è ampliamente funzionante ed anche i paesi che ne indicano la fase di transizione, di fatto, stanno già trasmettendo in DTT. Solo noi stiamo rimandando di giorno in giorno, chiedendo proroghe ridicole persino alle orecchie di chi le chiede. .Perché se un proprietario di rete non ha iniziato a cambiare il proprio sistema dopo dieci anni, non vediamo come potrebbe farlo in sei mesi; risibile, quindi, l’ipotesi della nostra Regione di trovare aiuti e concederli a chi non ha accantonato negli anni né voglia né denari per farlo, sperando in chissà quali manne celesti.
Ed oggi che l’Europa si è detta “molto seccata” della volontà di un paio di regioni, la Toscana e la Liguria, di sfruttare l’intero 2012 invitandole “cortesemente” a muoversi, noi, poveri fruitori finali paganti fior di canoni, rischiamo seriamente di non vedere almeno un buon cinquanta per cento della reale offerta digitale nelle zone fortunate come la costa e di non vedere proprio nulla nelle zone montane. E’ così che in modo tanto risibile quanto ironico, c’è già chi ipotizza il ricorso al satellite e dunque alla parabola unita all’uso del decoder “aperto” di Tivù per vedere tutti i segnali in chiaro. Un’opzione tanto delirante quanto costosa, dato che la scelta del DTT è basata sulla minima spesa e minimo fastidio per l’utente mentre l’installazione di una parabola non lo è proprio, sia da un punto di vista logistico che economico. Ma poi… cosa sarebbe il decoder di Tivù? Semplice. Nel nostro amato bel paese, dopo aver consegnato con un fiocco dorato tutte le reti satellitari con piattaforma divenuta unica a Rupert Murdoch (D+, Stream e quant’altro) ed avergli permesso di distribuire sulla sua piattaforma le nostre reti nazionali (Rai, Mediaset e Telecom Media) ci siamo accorti che non è che fosse stata una bella pensata… tutti i canali sarebbero passati esclusivamente dalla sua piattaforma satellitare. Così, tramite un accordo tra i tre soggetti coinvolti, più altri ed eventuali, si è dato vita a Tivù, una piattaforma aperta, quindi gratuita, in grado di permettere la ricezione dei segnali delle vecchie e delle nuove reti digitali non a pagamento… in tutte le zone in cui il segnale terrestre non fosse giunto correttamente.
Uno schiaffo al buon senso e alla possibilità economica o pratica di molti di installare parabole a quello scopo, quindi. Ma giusto per fare un esempio, Siena, da almeno una dozzina di anni, non ha più né antenne né parabole sui propri tetti ed il segnale è veicolato da una rete locale via cavo che raggiunge tutte le case; una scelta estetica di grande qualità e che è costata un occhio della testa in cablaggi ma che potrà essere perseguita in caso di segnale digitale, dunque più delicato? Mah… Certo non è che dovremo attendere poi molto per comprendere se e quanto dovremo bestemmiare per ricevere ciò per cui paghiamo, anche se la tassa del canone resta la più invisa agli italiani: dalla metà di novembre dovrebbero iniziare a spengersi i ripetitori analogici. Dovrebbero, perché siamo in Italia, non dimenticate, il paese dove le leggi vengono promulgate per essere aggirate. Incrociamo le dita quindi, impariamo a settare correttamente l’aspect ratio del nostro nuovo televisore (…che non va su 16/9 ma su 4/3 per essere sicuri di non vedere l’effetto “schiacciata” !), facciamo pratica con l’aggiornamento dei canali digitali del nostro decoder o della nostra televisione ed incrociamo le dita…nel peggiore dei casi, a dicembre ci toccherà tornare al cinema, leggere un buon libro, ascoltare buona musica, accendere la radio, uscire con amici e fidanzate…o fare qualcos’altro…e non è detto che sia sempre il peggiore dei mali.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
MALEDETTI BLOG
Talvolta mi sento un po’ giù. Non perché mi venga necessariamente a trovare in uno di quei giorni in cui la vita abbia deciso di donarmi un’altra delle sue non richieste prove da affrontare, ma semplicemente non ho voglia di sorridere, che poi è l’unica attività che uccida i radicali liberi e favorisca la digestione. In quei momenti provo a cercare conforto nei passatempi. Magari sono lì che dovrei stilare una relazione che so perfettamente che mi legherà mani e piedi al prossimo non solvibile editore dalle mille pretese ma dalle inversamente proporzionali possibilità economiche; magari dovrei più semplicemente scrivere una piccola cosa e non mi viene nulla in mente che abbia un minimo senso se non per me, mentre dovrebbe averlo sopra tutto per gli altri.
Ecco perché, a computer acceso, cerco svago e ispirazione in rete. Ed i luoghi, tutto sommato, son sempre quelli. Uno non può che essere “la voce della mia Città”, ossia questo spazio. Così vado su e giù tra gli argomenti finché ne trovo uno di interesse e provo a informarmi, provo anche ad annusare il vento, leggendone i commenti. Beh, sinceramente questo è quello che facevo prima, molto tempo fa, adesso mi interessa meno l’argomento e maggiormente il commento. Anzi, il commentatore. Sì, perché se solo fossi un autore televisivo, di spunti per battute e situazioni, tra messaggi deliranti, surreali, protervi, privi di logica e di un fine ne troverei a centinaia. Mi sono domandato spesso e me lo sto domandando adesso se sia io ad aver travisato il senso, lo spirito del blog o se lo stiano ridefinendo i personaggi che lo abitano.
Sì, personaggi, perché al di là dell’infinita questione tra coloro che utilizzano un soprannome e quelli che spavaldamente sfoggiano il proprio, è evidente che sia la maschera a contare, sopra ogni cosa. Non posso fare a meno di non ricordare un bellissimo monologo di Gaber/Luporini, “Il comportamento” dove, con poche, perfette, immagini si evocava la necessità che alberga in ognuno di noi, di crearsi un’immagine, una maschera, un personaggio che siano per forza di cose in grado di donarci quella concretezza che non abbiamo, che non crediamo di raggiungere con la nostra sola faccia, il nostro pensiero. E se un tempo, tanto tempo fa, ognuno aveva creato la propria personalità affidandosi a un indumento o a un concetto, a una supposta ideologia, a un’immaginaria cultura da sfoggiare con noncuranza (…oddio Giorgio, scusami ma non posso fare a meno di ricordare pure “Al Bar Casablanca”!), oggi non è più necessario esporsi fisicamente: oggi esiste la rete. Il miglior palcoscenico quasi gratuito che si possa avere a portata di mano. E devo dire di aver creduto che inizialmente fosse esattamente questo il vero fine: dare voce a chi non la aveva mai avuta, permettere finalmente di diventare soggetti attivi invece che passivi della comunicazione, della parola. Non avremmo mai potuto scrivere su di un giornale – i giornalisti, si sa, sono razza maledetta e vile – non saremmo mai potuti “entrare” nella televisione se non per raccontare falsi cazzi nostri destinati a smuovere basse coscienze intestinali di anziane massaie, non saremmo mai stati neppure in grado di urlare il nostro dissenso anche al politico piccolo piccolo che abita dietro casa se non fosse arrivata la rete, e i blog. E così abbiamo imparato a girarci tra le mani il nuovo oggetto, ci abbiamo preso confidenza, l’abbiamo guardato con sospetto iniziale e poi abbiamo incominciato a raccontargli anche quello che non avremmo mai detto all’amico più fidato, alla moglie, alla mamma. Una fiducia assoluta, totale.
Che andava pure bene, eh? Attenzione è che dopo abbiamo cominciato a trascendere, a mio parere. E dall’opinione personale, dalla visione dell’oggetto da un’angolazione tutta speciale, dal parere superfluo ma pur sempre ancora giusto da esprimere, siamo passati alla tracimazione totale, al vomito intellettuale, al blob che tutto ricopre e tutto ingloba. Ecco perché dico che proprio qua potrei trovare eccezionali spunti comici: perché non esiste cosa peggiore che esprimere concetti risibili affrontandoli in modo assolutamente serio. E convinto. Oggi passare una mezz’ora su un blog, su questo blog, significa scoprire che hai concittadini in grado di dare opinioni su tutto: sulla gestione oculata della Città, sul taglio delle piante, sulla pesca, la storia, sulle vicende personali di terzi, su debiti e crediti, su contrattualistica, aeronautica, caccia e pesca, manutenzione di un’arma, selezione e riproduzione dei molluschi, carburazione di un vecchio ciclomotore, edilizia, architettura e marketing, politica.
E, vi confesserò, anche tutto questo potrebbe rientrare nell’italica, oramai assorbita e metabolizzata convinzione di essere in grado di poter metter becco su tutto e tutti, a qualsiasi livello, sempre e comunque e meglio di chiunque altri, potrebbe, se solo i toni non fossero divenuti prossimi alla necessità di supremazia personale, alla volontà non più di aggiungere un parere, ma di imporlo. Chi interviene non lo fa più per dire: “Io la penso così, tu diversamente, ecchissenefrega!”. No, adesso si distribuiscono consigli come caramelle, si tirano le orecchie agli altri per farli rientrare in carreggiata, si cazziano per aver declamato pareri non conformi, si riprendono come i vecchi prèsidi di un tempo con gli alunni più chiocconi… Ed è meraviglioso veder Tizio, Caio e Sempronio saltare da un argomento all’altro con una serenità d’animo che ti fa pensare… ”ma esisterà argomento su cui costui si dichiari incompetente? Esisterà il senso del dubbio in cert’uni ?”. Si declamano amicizie e si dispensano buffetti simbolici – ma consistenti, pesanti ! – perché il tal politico è stato maltrattato da un anonimo commentatore, aggiungendo garanzie personali a tutela dell’immagine del menello di turno…”Non ti permettere di parlarne male! Lo conosco bene è persona onesta e uomo fedele alla moglie!”. E poco importa se si trattasse di afferrarne le competenze su un assessorato ricoperto o su di un’idea balzana e lontana dalle sue, immaginiamo, potenzialità: è fedele alla moglie, come puoi immaginare che sbagli? Se ne leggono di tutti i colori, sui blog, su questo blog. C’è chi sfodera soprannomi coloriti a difesa di improbabili querele ed affonda i colpi e chi, convinto di farlo in piena libertà – ma non lo farà mai! – si immagina novello Don Chisciotte e firma, certo delle proprie confessabili opinioni – anche se non proprio tutte almeno – mantenendo una dialettica “light”, leggera, impalpabile e solo apparentemente conciliante e democratica. Ma quasi sempre rigida e assolutista come e peggio di altre.
E l’immagine ci sfugge dalle mani, l’ironia di pochi e la sapienza di alcuni si mescola in percentuali così minime con la schiuma inutile del resto che quel poco che ci farebbe riflettere scivola via, non lascia traccia, a favore dell’offesa esplicita, dell’intransigenza, del delirio. E il ragionamento astuto, la saggezza che resiste e che vola invece di galleggiare, scompare nel mare dei mille, inutili, superflui, evitabili commenti. Una volta si diceva che “il sistema aveva trovato modo di annullare le coscienze”; questa volta abbiamo fatto tutto da soli. Siamo stati bravi.
Ma sì, aveva proprio ragione Gaber, aveva ragione da vendere il nostro adorabile Luporini : “E se mi viene bene se la parte mi funziona/ allora mi sembra di essere una persona. /Se un giorno noi cercassimo / chi siamo veramente/ho il sospetto/ che non troveremmo niente”. Per sembrare qualcuno stiamo sempre più pericolosamente scegliendo di non sembrare nessuno. Di non dire più niente. Perché con tutte le cose che diciamo non ce n’è più una che abbia un senso.
GiancarloTrombetti
“Contromano”
MALEDETTI BIMBETTI…
Hanno provato a spiegarmi che sono stato piccolo anch’io. Che portavo i pannolini – no, non i Pampers di oggi, quelli che assorbono la pipì blu, io l’ho sempre fatta gialla – che mi riempivo di cacca. Mi hanno spiegato che sono stato bambino, che anche io parlavo a monosillabi alla Police tipo “du du, da da” e che ho fatto tante domande sceme. Io non l’ho mai creduto. Penso di essere nato già in grado di ragionare come un adulto, di leggere e scrivere fin dall’inizio. D’altra parte di quell’epoca non ho memoria in assoluto. No, io non credo di essere mai stato un bambino come quelli che vedo in giro e che non ho mai imparato a digerire del tutto.
Non sono certo ma credo di aver compreso che educare un bambino sia esattamente come educare un cane, solo che il cane è molto più intelligente ed in grado di apprendere velocemente. D’altra parte che il cucciolo d’uomo sia l’animale più tonto e lento in natura non l’ho detto io! E se il cane non apprende è colpa del padrone. Così come degli atteggiamenti sbagliati dei bambini non è possibile non dare responsabilità ai genitori. Ed il paragone potrebbe andare avanti per un bel po’, includendo il classico concetto secondo il quale “i padroni dei cani sono in grado di accettarne il disturbo e gli odori, esattamente come i genitori sono pronti ad accettare qualsiasi intrusione acustica o olfattiva dai propri pargoli”, anche se nessuno ha mai sondato a fondo il parere degli estranei invertendo i termini logici. Vedo di spiegarmi. Un tempo, per noi non fumatori, andare al ristorante era una sofferenza fisica; quando venivo condotto in certi posti sapevo già che ne sarei uscito con l’identico istinto omicida di Jack lo Squartatore. Seduto, per un paio d’ore, ad attendere piatti che sapevano di fumo, odoravano di fumo, erano poco visibili a causa del fumo.
Non ho mai capito perché io avrei dovuto pagare 50mila lire (all’epoca c’erano le lire!) per sentirmi girare la testa, dover lavare tutti i vestiti, fare doppia doccia, rischiare cellule tumorali filtrate dai polmoni marci di una moltitudine di amanti della roulette russa. Poi qualcuno illuminato si svegliò in Parlamento…no, non pensando ai poveri cristi non fumatori. Pensando solo ai costi sulla disastrata sanità nazionale di una neoplasia, decisero che era venuta l’ora di mettere ‘sti dementi in un recinto. E lo fecero, pur senza un apprezzabile risultato. Ricordo, però, che certi ristoranti erano peggiori degli altri, perché frequentati da famiglie, famiglie di fumatori. Così, mentre respiravo il mio tumoretto indotto, potevo bearmi delle garrule grida di questi giovani criminali che zompavano da sedia a sedia, che si rincorrevano tra i tavoli, che sbattevano nei piatti con le loro posate. E mi trovavo a domandarmi: “Ma loro pagheranno di più o faranno lo sconto a me?”. No, il prezzo era sempre lo stesso, anzi! In genere i genitori con figli al seguito tendevano a mangiare più del normale, un fatto dovuto forse allo stress latente o a un senso di compensazione di ciò che i figli lasciavano nel piatto, e con la tecnica del “paghiamo alla romana” io mangiavo di meno, dovevo pagarmi la ricostruzione degli organi riproduttori, lavare i vestiti, ecc , ecc…come sopra.
I bambini…qualcuno di voi si è mai trovato in lavanderia con una mamma fornita di due, tre pargoli? Le mamme, non si sa perché, sono sempre più permissive; forse perché al limite delle forze, forse perché felici di vedere i propri geni perpetrati in ciccia divertirsi con qualcun altro, per un po’. E così, mentre tu sei in un luogo che è paragonabile alla sala d’aspetto del dentista come attrattiva per un uomo e stai attendendo pazientemente i tuoi panni dall’asciugatrice, il bimbo apre e chiude l’interessante oggetto più volte, gioca con la tua vasca in plastica per i panni entrandoci dentro con le sue benedette scarpine sudice, pigia tutti i tasti dove può arrivare. Sotto l’occhio sorridente della mammina che tu osservi con il medesimo sguardo di Silvestro con Titti. Te la mangeresti viva e non potendo perché la mamma pare abbondante, scambieresti volentieri i tuoi panni al caldo con il bimbo. Eppure vederlo ruotare nell’asciugatrice a 110 gradi non ti parrebbe ancora una punizione adeguata. Oppure al cinema? Evitare sempre i film dove potenzialmente i genitori amorevoli potrebbero condurre anche i pargoli! Perché quando la mamma non ama una baby sitter e vuole le perle di Labuan con sé, tu puoi essere sicuro che metà della pellicola la passerai a chiedere al tuo vicino: “Che ha detto?”. E quando il bimbo se ne starà buono è perché starà giocando con la Playstation o con il telefonino….eeehh, no…il volume non sarà mai stato azzerato. Che divertimento ci sarebbe altrimenti?
Quante volte vi siete trovati al supermercato con quei genitori che portano i bimbi a cavalcioni nel carrellino? Eh? Quei bimbi che toccano tutto, aprono tutto, spostano tutto, infilano i ditini ovunque con la tua necessità successiva di controllare accuratamente ogni vasetto, ogni bottiglia, ogni scatola che vai a porre nel tuo carrello. Perché il genitore è comprensivo – o vinto – e lascia fare perché quello che un giorno diventerà il nuovo Mengele ha voglia di mettere le sue manine dentro ogni oggetto che vede e che tu puoi comprare e lui non ha più la forza o ritiene giusto imporgli un comando: il bambino deve capire da solo, ti dicono, è l’educazione moderna…guai ad ammollargli una ciaffata! Il suo animo ne soffrirebbe restando scioccato per tutta la vita. Nel frattempo il bambino urla, sporca, fa quello che crede, tira la coda – o altro - al tuo cane o gli monta in groppa ed il tuo cane deve pazientemente accettarlo. Perché se si gira e lo morde – i cani possono, sono animali! Noi no – poi dopo lo abbattono perché può essere rabbioso. Ma lo è senz’altro! Come saresti tu se ti tirassero le palle, anche se solo per gioco? Ai bambini non si impongono regole, sono bambini. I bambini urlano proprio quando tu vuoi riposare sul mare o ti tirano sabbia, acqua quel che viene loro in mente perché sono gli unici a poterlo fare.
Tu non puoi sognare un pallone a Viareggio, una partitina con quelle specie di racchette da tennis, non puoi tuffarti correndo tra le signore oleate come una fritturina di mare che se ne stanno sulla battima a rischio di pene corporali, gogna pubblica, bagnino che ti dà del bifolco ignorante. Tu devi pagare e startene immobile mentre il tassametro gira. Il bimbo può tutto. Può anche sotterrarti il giornale di oggi, le spardiglie, tirarti il telefonino in mare….è un bimbo….e tutti sorridono con espressione beota. Sono quelli i momenti in cui vorresti essere in Palestina, circa duemila anni or sono e aiutare quel benefattore di Erode a terminare un buon lavoro iniziato.
Eppure i bambini possiedono un’utilità. No, non è la perpetrazione della specie, non la dimostrazione di un tangibile frutto dell’amore, non lo scopo di una vita: i bambini servono ad attraversare la strada. Le mamme con passeggino li gettano praticamente sulle strisce, li utilizzano come un ariete per far frenare chiunque, anche il Cristo che tre metri prima non avrebbe mai immaginato che quella robusta fattrice con portagioie Chicco al seguito si sarebbe tuffata ad attraversarla. E tu hai due metri, forse due e mezzo, per fermarti e sorridere. I bambini in bicicletta che gioiosamente barcollano come pesci pilota intorno allo squalo servono al papà o alla mamma per garantirsi qualsiasi genere di precedenza, ovunque. Anche con il rosso: il bimbo passa, pare sfuggire e non vedo come non potrebbe…è libero di pedalare…la mamma si getta fingendo terrore e quando è nella mezzeria può riprendere a parlare al telefonino con la sua, di mamma, la cui professione è notoria a tutti. Il bambino, meglio se sporco e dimesso, meglio ancora se con grandi occhioni da cerbiatto serve a raccogliere elemosina nei parcheggi, nei piazzali, agli incroci; mentre la mamma sta all’ombra di un vicino albero, fingendo chissà quali inesistenti danni fisici ed il papà è al bar o a riposare dopo una notte impegnativa. Il bambino serve ai produttori di abbigliamento tipo i Della Valle perché un paio di scarpine da dieci centimetri costano quanto metà del mio intero guardaroba. Ma per il mio bimbo il meglio! E se gli venissero le ditine dei piedi storti? Il bimbo, in certi paesi è perfetto per alcune multinazionali per cucire palloni da calcio, abbigliamento, scarpe (le stesse che vengono pagate duecento euro in Italia), giocattoli.
Eppure c’è stato un giorno in cui sono stato vicino a credere di non essere l’unico a ritenerli superflui. Mi ricordo perfettamente, era il 1976, un anno in cui era ancora possibile frequentare le baracche al di là dal molo; brutte e mezze cadenti, avevano il loro fascino e la loro attrattiva. Una mattina, avvicinandomi ad un improbabile bancone mal dipinto in celeste, notai un cartello scritto a mano ma ben in vista, appeso su di un palo che reggeva la tenda alle spalle del gestore. Riportava una breve, incisiva frase: “ E’ severamente vietato appoggiare bambini o altri oggetti sabbiosi sul bancone”. Mi sentii rincuorato. Esisteva chi ancora li considerava “oggetti” fastidiosi. Avrei voluto portarmi via quel cartello ma non ne ebbi il coraggio: il proprietario non avrebbe capito.
Così, mi trovo talvolta a riflettere, nei momenti di maggior dubbio: cosa sarebbe di un mondo privato della risata garrula di un bimbo? Privati della tenerezza di una guanciotta liscia e vellutata, di una manina tesa verso il domani. Come sarebbe un mondo privo del tutto del futuro di una nuova generazione, un mondo senza un suo domani, senza neppure la speranza di potere vederlo migliorare? E mi rispondo…sarebbe un mondo più tranquillo, meno affollato, migliore. Chiudo gli occhi e sorrido…chissà, magari in un mondo del genere le discoteche potrebbero non esistere più tra vent’anni. Ed io potrei esserci ancora per vedere quel giorno !
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
MALEDETTI CICLISTI
Un tempo erano tennisti. Anni settanta. Si improvvisavano con indumenti che tanto più erano professionali quanto più inversamente corrispondevano alla qualità tecnica. Giocavano nelle ore migliori della giornata, urlavano come calciatori nei campetti dell’oratorio dimenticando il savoir fare di quello sport, poi si mettevano comodi nei bar dei Tennis Club e spettegolavano sul sedere delle signore che faticosamente arrancavano sulla terra rossa nella speranza di mantenere sode le chiappe. Poi vennero gli anni ottanta e novanta e il mito della palestra dove rafforzare bicipiti e gonfiare polpacci e cosce, ma si sudava e si aveva sempre dentro quel senso di soffocamento dovuto alle quattro mura. Così sopravvissero solo i divoratori di estrogeni e i fissati.
Così venne l’epoca della bicicletta. Chissà perché, tra tutte le attività sportive, proprio quella tra le più faticose, quella che induce a eccessi emorroidali, che fa schiantare il cuore sulle salite e ghiacciare il sudore sul petto nelle brevi discese. Non me lo ero mai domandato più di tanto; prossimo allo zero il mio interesse personale. Poi, con il passare degli anni, con il progressivo aumento degli appassionati, il mutare anche dell’estetica, oltre che delle costumanze.
Oggi bicicletta non è più sinonimo di sport amatoriale, ma di competizione tra umani appartenenti alla medesima specie ma di estrazione diversa; non è più la piacevole passeggiata con sforzo ma la lotta con se stessi ed il vicino a chi metta più chilometri tra la partenza ed il ritorno. Non più semplice passione ma violenta passione. E li vedi, da lontano, tutti uguali: biciclette ultraleggere e costosissime, da mettere in garage o da portarsi al cesso in caso di necessità per non vedersele rubare di sotto, è il caso di dirlo!, il sedere, tutine attillatissime e sponsorizzate identiche in ogni particolare con quelle dei “veri” ciclisti, occhialetti antiabbaglio aerodinamici, caschetto per evitare danni alle cellule cerebrali. Sei in grado di distinguerli solo quando li affianchi e dai un’occhiata sfuggevole ai polpacci, raramente tesi, quasi sempre non depilati anche se è in progressivo aumento pure la depilazione – …oddio! – tra gli sportivi della domenica. Pare faccia anche molto fico con le ragazze, dicono.
E su quelle bici monta di tutto: dallo stimato professionista all’operaio, dal neopensionato al ragazzotto in cerca di sfide. Escono presto alla mattina, facendo un tipico rumore di tacchetti che non sentivo da quando uscivo dai corridoi degli spogliatoi con gli amici, prima della partitella settimanale di calcio. Inforcano il costosissimo mezzo, settano il chilometraggio a zero, azionano un paio di marchingegni adatti a comprenderne il battito cardiaco e partono. Sono uno, due…tre o quattro amici ma che in breve diventano un branco. Come uno stormo di storni, uccello gregario per eccellenza che non può fare a meno di unirsi ai suoi simili quando ne incontra qualcuno. Si riuniscono, cambiano direzione, itinerario, destinazione. L’importante è essere tanti, l’importante è sembrare uniti, apparire un gruppo di veri ciclisti in tappa. Con una sola differenza: che ai ciclisti in gara la strada è riservata, a loro no! Ma se la riservano da soli. Si affiancano, chiacchierano, si scambiano spiegazioni sulla cena della serata precedente, parlano dei bimbi e delle mogli, delle ganze. Telefonano. E più sono più la carreggiata si restringe; più sono e più le personalità si modificano. Non esistono più i semafori, non ci sono precedenze da rispettare, nulla li ferma, nulla impedisce loro di ricordarsi che la strada è aperta, aperta a tutti.
No, non puoi suonare il clacson, neppure con la delicatezza con cui accarezzeresti un cucciolo: loro ti mandano affanculo, ti urlano dietro, fanno finta di non aver sentito. Spesso si allargano apposta. Il branco – perché adesso “sono” un branco! – non rispetta niente e nessuno: è una massa informe, mutevole, che ingloba tutto ciò di colorato e su due ruote che trova sulla sua strada, come un blob sportivo, pericoloso. Chi tenti di superarli viene non solo sbeffeggiato, ma offeso e comunque l’atto è superfluo perché al prossimo semaforo l’auto si dovrà fermare mentre loro no. Loro possono tirare dritto; le leggi valide ora sono quelle del west: quelle del più forte, ed il più forte sono loro, sono tanti, possono fare di tutto. La polizia non li vede, non li vede mai. Non interviene, non mette becco. Sono tanti, sono troppi. Meglio fermare il ragazzino in motorino con cui fare la voce grossa, chi se la sente di bloccare il traffico per cinquanta ciclisti che tirano a dritto a un semaforo? Mi succede spesso di trovarli per strada: individualmente sono cortesi, carini, rispettosi. In due diventano già spocchiosi e irriguardosi. Sopra i quattro, cinque sono una gang in libera uscita.
Li odio, se solo sapessi di non finire in carcere a vita per quattro semideficienti in tutina colorata li spiaccicherei contro il cordolo del marciapiede, chiamerei il 113 per farli multare, gli sparerei, monterei un paramucca davanti all’auto per buttarli giù come birilli. Perché non c’è più il farmacista cortese del primo piano, non esiste più l’amichevole macellaio del piazzone, è scomparso il sorridente tecnico della lavastoviglie. Qui ci sono solo un branco di assetati maleducati cui non frega una mazza se tu sei sulla Sarzanese di domenica, devi arrivare a casa e loro occupano una corsia e mezza viaggiando a 20km l’ora: non hai possibilità di passarli perché loro non vogliono farti passare. E se lo fai, a tuo rischio di sequestro di patente perché devi sorpassare la mezzeria, ti arrivano forti e ben distinte offese di qualunque genere, minacce e promesse a gesti: ”Fermati che ti faccio un sedere così! Come ti sei permesso di voler superare il branco? Che fai? Suoni pure il clacson?!”.
Magari te ne stai andando a Lucca, a Castelnuovo, sul Pitoro e ne hai un gruppetto davanti, che procede tra l’uno e l’uno e mezzo chilometri orari in salita, sbandando e ciondolando come un professionista sul Mont Ventoux alla tappa del Giro d’Italia e speri di superarli perché non esiste mezzo a motore che non batta in testa a quella velocità, ma lo fai a tuo rischio e pericolo: non ti sparano perché sulla canna della bici non c’è spazio per un revolver. Ma mi dicono si stiano attrezzando. E non c’è bisogno di andare a cercare zone di difficile percorrenza: basta il lungomare, una strada di scorrimento veloce. Camminano affiancati, come se la legge del ciclo imponesse loro di farlo. La fila indiana – figurarsi quella mitica “longobarda” dell’Armata Brancaleone cui sono molto più prossimi! – è se-ve-ra-men-te proibita dal loro codice morale.
Una sola volta, ricordo, un mio amico decise di affrontare il branco. Eravamo sulla via del ritorno a casa, da Firenze, dopo dodici ore di lavoro, stanchi e sudati; era estate, eravamo fuori di casa dalle sei e mezza di mattina. Davanti a noi, prima di Lucca, un gruppo, un branco, di una quarantina di ciclisti. Il mio amico che guidava, suona, allarga e li supera. Parte una salve di vaffanculo urlati a squarciagola, di maledizioni, di berci. Il mio amico rallenta, si fa affiancare ed educatamente gli dice dal finestrino che sì, ha suonato, ma ha suonato “per” loro, non “contro” di loro, affinché si rendessero conto che li stavano sorpassando. Un ciclista dà un cazzotto sul tetto dell’auto, non se ne capisce il perché. Il mio amico accelera, si allontana di qualche centinaio di metri, poi accosta, scende di macchina, prende una mazza da baseball che tiene insieme alla palla e ai guantoni nella bauliera. Me ne passa una pure a me, che a baseball non ho mai giocato. Poi si mette in mezzo alla strada, ferma il gruppo che ha rallentato fino a fermarsi, quasi, dà un bel colpo sul manubrio della bici più vicina e urla: “…Chi è che ha urlato vaffanculo?”. Pare nessuno. Tutti sono concordi. Proprio nessuno dobbiamo aver sentito male. Li abbiamo incontrati per mesi, tornando da Firenze; ci salutavano come grandi amici…erano sempre loro. E se c’era qualcuno di nuovo era stato avvertito. La macchina era sempre quella.
Ma nel resto del mondo reale si rinnova ogni giorno, in particolare di festa, la difficoltà di circolare nei weekend per qualsiasi automobilista paziente, corretto, rispettoso del codice della strada e dei limiti. Identico automobilista che ritorna ad essere poi quello stesso ciclista all’indomani, terminata la festa, quando dovrà tornare al suo lavoro e che non avrà il benché minimo rispetto per l’anziana signora o per il ragazzino che incontrerà per la propria strada. No, non faccio riferimento a quella potenziale fabbrica di ingessati voluti e pare cercati dall’imbecillità degli esperti in circolazione i quali hanno voluto creare rischi che non esistevano dando vita a incroci pericolosi tra ciclabili e vie maestre, permettendo che esse si intersechino senza indicare ai ciclisti occasionali la necessità di dar precedenza ai veicoli e che hanno aumentato i ricoverati al Pronto Soccorso…mi riferisco al ciclista per forza, a quello che per muoversi ha solo quel mezzo o vuole quel mezzo. Quel ciclista solitamente investito o sfanculato senza ritegno dal collega ciclista motorizzato che tornerà a essere suo simile domenica prossima.
PS: Se a qualcuno parrà azzardato usare “Contromano” per tutto ciò, provi a riflettere: più contromano di così…
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
TELEVISIONE SPECCHIO DELLA SOCIETA’?
Una delle affermazioni più banali e comuni vuole che la televisione sia lo specchio della società. E che essa esista soprattutto per condizionarla. Volendo così intendere che la programmazione segua logiche mefistofeliche secondo le quali le nostre povere menti subiscano un condizionamento ideologico che ci riduca a una massa di poveri mentecatti privi di facoltà decisionali. Sono questi i casi in cui temo che i contenuti di “Quarto potere” abbiano travalicato di molto le pur buone intenzioni originali. D’altra parte non esiste niente di più certo che continuare a ripetere la medesima falsità per avere, in fondo, una verità assoluta. No, io credo che ognuno di noi sia intelligente, che ognuna delle nostre menti sappia selezionare, che l’individuo sia condizionabile solo in minima parte e non certo da un programma televisivo, che il telecomando sia in mano nostra e che poco ci voglia per chiudere un elettrodomestico e aprire gli occhi davanti a un libro o chiuderli di fronte a un impianto che emette musica. Che chiunque possa decidere di uscire la sera rifiutando qualsiasi adattamento a un programma che non ci soddisfa. Che, infine, la televisione ed i suoi trucchi da avanspettacolo non abbiano mai condizionato il mio voto o quello delle persone che conosco; e non sono poche. Poi, però, esistono le eccezioni…
Il marketing, in primo luogo. Ecco, devo ammettere che quell’infame bestia rodente che è il marketing talvolta, se ben usato e non aggressivo, ma intelligentemente pacato, disponibile, affabile come un gattino che ti fa le fusa sapendo esattamente ciò che vuole ottenere, a volte faccia breccia nella mia autodifesa non condizionabile e mi induca a scivolare su qualche prodotto che, se si rivelerà utile o conforme alle promesse mi convincerà della propria bontà; altrimenti mi renderà più forte per l’occasione successiva. Ma non è il marketing che mi preoccupa. Mi preoccupano certi condizionamenti del nostro riflettere che, in seguito a bombardamento di immagini e contenuti che noi per primi abbiamo desiderato e indirizzato, si mutano in comportamenti quotidiani. Provo a tradurre il mio pensiero.
Voglio premettere che non esiste nella programmazione televisiva una scelta imposta ma che tutto si muova sui dettami e sulle indicazioni che lo spettatore consapevolmente o meno, concede. Nessun produttore al mondo o nessun responsabile di palinsesto sarà mai in grado di afferrare d’istinto una linea di prodotto; tutt’al più potrà decidere di testarla, promuovendo o selezionando un contenuto al posto di un altro basandosi sull’esperienza, sulla bontà della realizzazione, sulla forza dell’interpretazione, sulla novità. Poi non resterà altro che mettersi a sedere e vedere cosa accade. Un po’ come tirare una rete in un luogo nuovo. Chi è in grado di dare concretezza alle supposizioni…è solo il pesce. Cioè noi. Sono anziano ma forse non a sufficienza… quel che i miei ricordi indicano come il primo serial televisivo a contenuto essenzialmente medico è il Dottor Kildaire, anni sessanta. Richard Chamberlain era l’affascinante medico dagli occhi celesti (in bianconero per l’Italia) che faceva impazzire le nostre mamme e nonne. Nessuno avrebbe mai immaginato che la nostra televisione sarebbe stata oggi invasa da medici e paramedici di ogni genere, che salvano, capiscono, aiutano a morire nel modo migliore, fanno maturare, rattoppano famiglie e rapporti interpersonali, si innamorano tra loro ma riescono a dimenticare tutto al momento del bisogno, litigano, si ingelosiscono, ma sono sempre pronti a qualunque ora del giorno e della notte. Perfetti, insomma. Esattamente il contrario di come ognuno di noi vede la sanità in Italia, dove – eccezion fatta per l’innamoramento reciproco e per l’accoppiamento occasionale anche in sala parto – non vediamo alcuna attinenza con l’irrealtà del serial. Che continua a riprodursi e che, avuta indicazione dal pubblico forse proprio per il suo carattere di fiction, di finzione, che sconfina nella fantascienza, una fantascienza paramedica, è amato e seguito come raramente in passato.
Avete per caso provato a contare quante serie mediche si stanno alternando sulle reti nazionali, aperte e a pagamento? No? Provate e stupite. Ma anche questo non è un problema. Perché affezionarsi a House o Jordan, ai Medici in prima linea o a quelli in terza, altro non è che un esplicito desiderio dello spettatore di voler combattere la morte, affrontare la vita e i suoi pericoli e immaginare che, quando toccherà a noi, troveremo medici belli e intelligenti che scopriranno il Male in un colpo d’occhio e ci salveranno. In fondo, scoperto il trucco, per un programmatore non avrebbe dovuto esser così difficile arrivarci. No, il guaio, a mio parere, sono oggi i serial a sfondo “nero”, dove l’omicidio e le indagini siano al centro dell’attenzione. Non sto parlando del classico “giallo”, dove la logica della ricerca della traccia, dell’indizio nascosto ha fatto sognare e impazzire milioni di appassionati. Non si tratta della logica di Hercule Poirot o di Colombo, di Perry Mason o di Sherlock Holmes, è il trionfo della traccia del Luminol, della ricerca dell’impronta nascosta, dell’esame del DNA a portata di tutti o dell’analisi della sezione di capello, della traccia di pneumatici, della goccia di liquido apparentemente irrilevante trovata nel posto sbagliato. E’, nella sostanza, l’esplosione di quelle indagini “sulla scena del crimine” che un tempo venivano relegate nei film a un paio di scene di passaggio, a favore della logica o dell’azione e che nascondevano quasi sempre l’essenza della verità e che dunque proprio per questo non venivano mai approfondite per non svelare l’arcano anzitempo. E che oggi sono, invece, al centro del nostro programma. Con il risultato che anche la nonnina di ottant’anni che prima avrebbe confuso il Luminol con un farmaco lassativo, si domanda oggi ad ogni tragico accadimento “perché la polizia non abbia rilevato immediatamente tracce di sangue all’interno dell’auto!” oppure, versando il cacio sulla pasta, “perché non sia stato fatto l’esame del DNA a quel disgraziato o gli siano stati sequestrati gli indumenti”… ecco, d’un tratto grazie alla televisione, siamo tutti investigatori. Non importa se non capiamo una mazza di indagini di polizia giudiziaria, di indagini preliminari, se non siamo in condizione di capire che chi le pratica, generalmente non circola armato e non se ne va in giro a sparacchiare ai delinquenti o li rincorre su due ruote dell’auto di servizio; non importa se ci si trovi a Busto Arsizio o a Miami, ciò che conta oggi è che anche in ogni talk show sia presente almeno un investigatore, un criminologo, un coroner con cui confrontare le nostre opinioni in merito. E parteggiare, giudicare. Giudicare sempre senza appello. Ecco, questo mi spaventa.
Perché se un programmatore fa il suo lavoro dovendo ottenere il massimo dell’attenzione (share) e avendo compreso che quel misto di voyeurismo, curiosità e voglia di farsi i cazzi degli altri ci ha portato inevitabilmente alla moltiplicazione dell’analisi di cronaca nera in tv, il fatto che tutti giudichino tutto e che si sentano serenamente in grado di farlo, ha portato alla devastazione della presunzione di innocenza, alla banale constatazione che se l’Italia era prima composta da 55 milioni di commissari tecnici della Nazionale di calcio, è oggi invece composta da 55 milioni di acuti criminologi, esperti anatomopatologi forensi, giudici di primo e secondo grado insieme. Stiamo vivendo un inconsapevole delirio di onnipotenza giudiziaria dove ogni caso viene accuratamente sviscerato non più da un pubblico ministero ma dalla portinaia e giudicato non da un giudice togato, ma da un postino, un barista, un bagnino.
E’ qua che la potenza subliminale della tv agisce e rende tutti ciò che non saremo mai ma facendocelo credere. E’ qui che l’immagine condiziona la mente e spinge il vero criminale a ispirarsi ai casi più eclatanti, a evitare gli errori banali che lo condannerebbero in uno schiocco di dita, invitandolo a prevedere ogni più piccola mossa anche in quelli che un tempo avremmo definito reati d’impeto…..un altro caso difficile da analizzare per l’ispettore Magnolfi, terzo piano, scala B del condominio di Via Mazzini, di professione occasionale operatore ecologico…
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
IL MISTERO DE ANDRE’
Ricordo che era una primavera molto fredda di tanti anni fa. E che si stava cenando in casa di un cortese ospite che aveva avuto l’accortezza di tenere ben acceso il camino. L’ospite di riguardo, per quella sera, era un noto cantautore genovese caduto colpevolmente in disgrazia ma che, su pressioni della nuova casa discografica, aveva appena sfornato un singolo che lo avrebbe riportato in auge. In tutta onestà, il tipo che da lì a poco avrebbe dovuto molto a una serie di persone che lo aiutarono in quel frangente, non entrò mai del tutto nelle mie grazie: troppo spocchioso, troppo presuntuosamente auto referente, se mi viene concesso il termine. Ma ricordo perfettamente che quella sera sarà stato per il freddo, sarà stato per il suo attaccamento agli alcolici, mentre si scolava bicchierino dopo bicchierino, un bottiglione da cinque litri di whisky sotto gli occhi stupefatti del padrone di casa, parlando di canzoni e di Arte se ne uscì con questa frase, più o meno: “La composizione è arte che prende chi la sappia coltivare, ma non basta! E’ cosa rara che viene data in natura a pochi, e mentre io senza dubbio la possiedo e tu no, può darsi che a te sia toccata un altro genere di arte!”.
Ecco, non che mi sarei mai messo in competizione coll’anziano cantautore, ma sentirmi dare del disutile mentre era lì proprio per cercare un appoggio mi parve, quantomeno, fuori luogo e non mi aiutò mai a farmelo restare del tutto simpatico. Il fatto che oggi sia ancora lì, ad attendere di nuovo che passi l’uccellino della “composizione adatta”, mi fa pensare che, in fondo, se a lui era toccata in natura una fetta di Arte, beh…essa non era poi in fondo così abbondante e durevole… Ma quella serata e le altre che seguirono non furono del tutto sprecate. Ce ne fu una, in particolare, in occasione di un’importante manifestazione romana, dove il “bassotto” – come qualcuno del mio gruppo iniziò a chiamarlo – in compagnia di un paio di suoi colleghi molto meno pieni di se, riuscì ad afferrare un paio di volte bandoli di ragionamenti validi in assoluto. Parlavamo di canzoni immortali – si, lo so, siamo ed eravamo noiosi, ma provate voi a parlare d’altro con i cantautori! – e dell’arte, tutta speciale, di avere il coraggio di affrontare una canzone “importante” e famosa; di farsi venire il coraggio, in sostanza, di mettersi a nudo e farsi confrontare con l’immortalità di alcune cose, di quelle che gli stessi autori difficilmente riescono a modificare senza causare traumi al proprio pubblico. Ed eravamo tutti d’accordo sul fatto che quelli che avevano avuto il coraggio di andare contro la propria stessa arte e fortuna erano solo una manciata di folli o un esiguo gruppo di veri artisti che “se lo potevano permettere”. Parlando di cantautori fu impossibile non citare Dylan su tutti, l’uomo che stravolgeva allora e continua oggi a disintegrare i propri parti di genio, ma toccò a me, che non avevo allora né possiedo oggi l’arte della composizione, fare una banale constatazione: “Probabilmente esistono autori così speciali da riuscire a comporre una canzone che sia così perfetta da restare aperta ed accessibile a chiunque! Canzoni che nessuno potrà mai scoprire quanto perfette siano fino a che non esisterà chi avrà il coraggio di farle proprie…canzoni che si potrebbero adattare ad ogni intonazione o ad ogni interpretazione come un guanto!”. Ricordo che quella volta toccai la suscettibilità di tutti i presenti che si affrettarono a specificare che in realtà stava alla grandezza dell’interprete saper cogliere, afferrare, l’essenza della canzone e farla propria e che non poteva esistere in natura un prodotto o, peggio ancora, una serie di prodotti, pronti per tutti, di facile accesso.
La mia prima idea fu che costoro stessero difendendo le proprie posizioni; a chiunque sarebbe potuto accadere in qualsiasi momento della carriera di appropriarsi del lavoro di un altro ed in quel caso avrebbero tutti voluto essere applauditi per il “loro” lavoro e non per la facilità con cui esso era stato reso facile dall’originale autore. Peccato che questo, che accadde da lì a poco a tutti i presenti, non fosse già accaduto. Avremmo potuto discuterne a lungo e l’avrei trovato estremamente interessante… Tutti questi ragionamenti mi sono venuti in mente pochi giorni or sono quando, cambiata la “cassettiera” del mio cd in auto con “nuovi” oggetti, me ne andavo sfiorando i 110 l’ora in direzione nord. Stavolta non avevo avuto il tempo di curare molto la selezione; in genere cerco di avere più possibilità, perché non sempre si ha voglia di ascoltare rock and roll, talvolta l’orchestrale rilassa e fa riflettere maggiormente, talvolta è il blues o il country a favorire il ragionamento e mi riesce difficile appassionarmi a un intero disco di un autore italiano. Ecco perché mi curo le mie raccolte selezionando ciò che preferisco ed ecco perché, nella fretta, avessi scelto, stavolta, due dischi dal vivo registrati in occasione di un tributo a un autore davvero speciale: Fabrizio De Andrè. Il genovese per eccellenza ha fatto parte della mia gioventù, accompagnando a tratti pezzi della mia strada ma, come è quasi sempre accaduto per tutti gli italiani, non mi ha fatto mai scoppiare l’amore incondizionato come invece è accaduto con Gaber.
Fu una volta, nel 1990, quando mi obbligarono (fisicamente) a intervistarlo, a parlare con lui, schivo e timido, restio a qualsiasi chiacchierata ufficiale, che qualcosa accadde. Fu l’incontro tra due timidi, tra due che non volevano parlarsi, e ne venne fuori una bellissima discussione: facile, televisivamente inutile, ma piacevole per entrambi.Ci stringemmo la mano e ci dicemmo reciprocamente “grazie”, cosa che, immagino, non eravamo pronti a fare un’oretta prima. Fu lì che iniziai ad accettarlo con maggior facilità. Fu da lì che, quando venne a mancare, decisi di comprarmi quei due dischi di quel meraviglioso, irripetibile, spettacolo genovese dove c’erano quasi…quasi…tutti. Ricordo che non potei esserci, i biglietti erano introvabili e ricordo che la mia personalissima antipatia per l’uomo Fabio Fazio che fungeva da presentatore servì a lenire il dispiacere. E ricordo anche che pensai a lungo quanto difficile sarebbe stato per tutti loro riuscire a confrontarsi con un Maestro, limando il proprio ego a favore della canzone che gli sarebbe toccata. Ricordo anche la mia curiosità stava anche nel vedere cosa, ognuno di loro avrebbe scelto – perché non ho mai creduto alle lotterie in questi casi! Troppo rischioso il raffronto – per omaggiare Fabrizio.
E ricordo anche che i nomi che mancavano, a mio parere “erano voluti mancare” o che l’immensa eterogeneità delle personalità avrebbe reso un pastrocchio della serata. O così volevo vederla, un po’ come la volpe e l’uva. Non mi curai delle recensioni del giorno dopo, ne conoscevo gli autori: poco affidabili. Non mi affidai ai resoconti dei telegiornali, sempre poco o nulla attendibili. Attesi il disco che sapevo o speravo che sarebbe arrivato nonostante la difficoltà di recuperare tutti i diritti sparsi tra decine di etichette. E ci vollero tre anni. Poi, con diffidenza ma curiosità, recuperai i due dischi e mi misi all’ascolto. No, non quello di pochi giorni fa, sulla mia vecchia carretta. In un primo momento ne dedussi che era stato fatto un incredibile lavoro interpretativo e che Adriano “idiota” Celentano a parte, ognuno dei presenti aveva saputo spogliarsi per cinque minuti del proprio nome riuscendo a salire su quel palcoscenico solo ed esclusivamente per fare un sincero tributo ad un amico importante. Molto bello, lirico, poetico, raro.
Ma pochi giorni fa, il caldo, l’autostrada vuota in direzione nord, i campi di grano che ribollivano, la macchina che pareva non arrivare mai, la noia, l’assoluta mancanza di voglia di fare quella riunione hanno accentuato la mia attenzione verso l’anima di quelle voci, di quelle presenze, come mai era accaduto prima. Così ognuno di loro, come se ascoltassi per la prima volta, mi è sembrato interpretare una propria canzone e non una di un altro; ognuno di loro mi è parso perfetto esattamente per quella canzone, ognuno di loro mi ha costretto ad ascoltarlo nella sua canzone, non in quella di Fabrizio. E così ho ascoltato Ligabue cantare la sua “Fiume Sand Creek”, la Bertè che proprio non riesco a farmi piacere, cantare meravigliosamente la sua “Una storia sbagliata”, Vasco proporre una sua “Amico fragile”, Vecchioni sentirsi ideale dentro “Hotel Supramonte”, Zucchero essenziale con la sua “Ho visto Nina volare”, Battiato commovente e commosso nella sua “Amore che vieni amore che vai”…e tutti gli altri…perfetti, o quasi. Celentano a parte ma anch’esso utile a capire perché non appaia dal vivo da decenni, da sempre: non se lo può permettere.
Ed ho capito come mi avessero fregato, quel giorno, tutti e tre. Perché avevo ragione io. Le canzoni che si sapevano adattare esistevano e al di là di qualsiasi splendido spirito interpretativo, erano loro a voler calzare come guanti e a diventare oggetto di tutti. Perché ascoltare quella sequenza significa capirlo, perché la voce calda e intonata di De Andrè non l’avrebbe mai fatto scoprire, perché ci voleva la sua mancanza per capire quanto malleabili fossero quelle parole, quelle note. Al punto che per un attimo mi sono convinto di stare ascoltando una delle mie raccolte. E non un disco, due, a tributo di un grande autore. E quella è stata la migliore emozione di quella giornata. Ed una splendida scoperta.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
RICORDO DI EGISTO IL MALFATTI
Non si dovrebbe mai approfittare di una giornata priva di stimoli per frugare nei cassetti. Me lo son sempre detto, e sempre in ritardo. Non si sa mai cosa si può trovare in fondo a un luogo dimenticato: il rischio di far riemergere antiche e sopite emozioni è troppo elevato. Fatto sta che qualche giorno fa ho deciso di dare un senso logico e di pulizia ai due enormi cassetti della mia monumentale scrivania. E così, fattomi coraggio, li ho faticosamente estratti e ho iniziato il lavoro sporco.
Foto, vecchi pass, centinaia di appunti, medicine scadute, un paio di chiavi che avevo perso da decenni, un’utilissima lente di ingrandimento e poi penne non funzionanti, dischetti per il pc in disuso ed ormai inutilizzabili, un paio di agende piene di indirizzi che credevo avrei dovuto andare a recuperare per vie traverse, fogli, foglietti e appunti per progetti, articoli. Tutta roba risalente a quando questi tecnologici aggeggi non avevano nvaso le nostre case. E tre cassettine audio in fondo, ma proprio in fondo, al secondo cassetto. E lì il tracollo. Un attimo e tutto mi è tornato in mente, alla gola, con struggente nostalgia, con un devastante senso di impotenza. Perché tutto quello che resta indietro, che passa, non potrà mai più essere recuperato. A meno che non sia una cassettina audio consunta. Ed ho ricordato…
Il mio primo confronto con Egisto avvenne quarant’anni fa, a casa di un amico di infanzia, oggi stimato avvocato viareggino. Stavamo ascoltando un disco rock – che a ripensarci oggi mi pare così lontano dallo stile e dai modi dell’uomo che oggi è diventato quel ragazzo – quando quell’amico volle farmi ascoltare una cosa. E mise su un disco di un ignoto cantante che scherzava sulle donnine del Viale dei Tigli. A lui pareva divertire molto. Al Giancarlo di quei tempi disse meno di niente. Poi, qualche anno dopo, un viaggio. Un viaggio ricorrente. La “nostra” vacanza annuale al sud, mia e di mio padre, insieme alla manciata di parenti strettissimi con cui condividevamo la passione per la caccia. Una scusa banale per continuare a conoscersi, loro, e per capire mio padre per me. Parenti che se non ci fossero stati quei giorni all’anno non avrei mai neppure incontrato, in certi casi. Posso dire oggi che senza quelle avventure ripetute per tanti anni in una manciata di giorni della fine di ottobre, probabilmente non avrei mai conosciuto mio padre. Perdendolo irrimediabilmente. Ma c’erano e ci furono. L’unica differenza sostanziale, di anno in anno, erano i mezzi di trasporto. Poi le persone, le battute, gli screzi inevitabili e passeggeri, i risultati venatori, il dolore dei rientri, sempre gli stessi.
Ho sempre ricordato con estremo affetto e con amore quei momenti. Mio padre, ricordo, la prima cosa che faceva sulla sua agenda il primo giorno dell’anno, segnava quella settimana come “occupata”; quello era il suo più bel momento di tutte le stagioni. Quell’anno, ricordo perfettamente, in auto eravamo in tre: io, mio padre e mio zio Romeo, il mio preferito. E con un senso di assoluta incoscienza entrambi gli adulti avevano deciso che sarei stato io, il ragazzino, a guidarli per centinaia di chilometri, con loro a fumare e chiacchierare, spettegolare. Poi, come accade nei lunghi viaggi, un momento di stasi, di rilassamento, e la mano di mio zio che spinge una cassettima arancione dentro l’autoradio. Pochi secondi e poi il Malfatti iniziava ad alternare prosa a canzoni. Mio papà, come me, incredibilmente non conosceva Egisto, l’Egisto artista, e superficialmente ho in mente le sue parole di fastidio, quasi, alla prima canzone. Poi i chilometri che scorrevano via, una mano che alzava il volume per afferrare meglio certe parole, i primi sorrisi.
Da quel giorno il lavoro teatrale di Egisto Malfatti divenne la colonna sonora dei nostri viaggi e capii che sarebbe anche stato indissolubilmente legato al ricordo di mio padre che iniziò, tardivamente, ad amarlo ed apprezzarlo come poco altro al mondo. Ricordo che un natale di tanti anni fa, forse trenta, me ne andai dal Fontana a comprargli un cofanetto nero con tre dischi ed una foto tanto improbabile quanto antica, sbagliata, sulla copertina per quello che avrebbe dovuto significare per l’acquirente. E ricordo che per non sciupare quei dischi in vinile li registrai per papà su tre cassettine che lui consumò, per anni e anni, sulle sue auto. Ecco, io feci altrettanto e poco più di una decina di anni fa ebbi persino il coraggio di fargliene una copia digitale, finalmente!, con cui avrebbe potuto più facilmente andare a cercarsi i brani preferiti. Ma non era tanto il ricordo del lucchese al corso, di cui avevamo analizzato ogni singola battuta, o le vicende dei viareggini che affittavano casa in estate ai villeggianti “di Pievesenatico, quelli col ponte lavatoio”…quanto quelle stringate frasi di Egisto a ricordo della Adele Del Re che mi fecero comprendere che sarebbe stato duro, un giorno, saperle affrontare.
E gli scherzi della mente, che spesso non ci concede il permesso di ricordare le cose più sciocche e superflue accadute il giorno prima, che mi riportano a noi tre, in auto, a metà strada tra Roma e Napoli immobili ad ascoltare per la prima volta quelle parole che non possono non lasciarti un dolorosissimo senso di pietosa impotenza addosso. E ricordo Romeo che scelse di spezzare quell’attimo di silenzio pronunciando quelle poche, semplici parole che ancor oggi mi rimbalzano in testa, come pronunciate due minuti fa…”Nel Malfatti c’è il senso istrionico del comico ma anche l’essenza del poeta, a tratti… perché solo un poeta avrebbe saputo trovare queste parole“. Si, perché solo un grande poeta avrebbe saputo rendere umana, tangibile, la morte, così come noi tutti la respiriamo. Fu da quel giorno che ogni volta che ascoltavo “Mi riordo” venivo colto da un senso di scoramento, di ineluttabilità, di un qualcosa che avrei dovuto affrontare, prima o poi.
Quando mio babbo morì non ebbi la forza di mettermi quei tre cd in macchina per qualche anno. Poi, un insensato coraggio prevalse ed il desiderio di sorridere ancora ebbe il sopravvento. Un paio di anni fa andai a trovare papà. E come spesso mi succede, decisi di fare “il giro largo” per uscire e vedere di incontrare qualche amico che non sapevo dove riposasse. Ma con serenità, pace interiore. E incocciai il posto di Egisto, l’uomo che aveva fatto moltissimo per me e cui non avevo mai rivolto la parola pur avendolo incontrato decine di volte in giro, sempre con il desiderio di ringraziarlo sapendo che non avrei mai saputo spiegargli l’esatto perché. Ma fu quando lessi proprio quelle parole lì sopra che fui colto da un angoscia, da uno schifoso senso di soffocamento e con gli occhi pieni di lacrime me ne scappai fuori. A respirare, se ce l’avessi fatta.
E ce l’ho fatta, fino a qualche giorno fa, quando sono riaffiorate quelle cassettine. Che ora sono nuovamente in fondo, ma proprio in fondo, al primo cassetto. Come una volta.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
MORIRE GIOVANI?
Una domenica come tante altre. Apatia e stanchezza tolgono la voglia di mettere il sedere fuori di casa. Così, con il giornale tra le gambe e il telecomando in mano, si vaga nel nulla o poco televisivo. Formula Uno, un vecchio film di Sordi, uno più recente ma così anonimo da mettere solo voglia di saltare altrove e il dito che cade su quella rete mutante che ammicca ai giovanissimi con serial americani sottotitolati e che usa la musica solo quando la programmazione è in momenti così poco commercialmente appetibili che il clip riempie la pancia e non costa nulla. In questo momento su MTV c’è un clip. Poi un altro ed un altro ancora: tutti del medesimo artista. Così la mente si attiva, seppur a regime ridotto, e ricorda. Già, ieri hanno trovato morta la Winehouse.
I clip sono tutti suoi. Poi d’un tratto un “crawl”, una scritta che passa velocemente. E’ così piccola che devo approfittare del terzo passaggio per leggerla. Dice grosso modo: “Trovata morta nel suo appartamento di Londra Amy Winehouse per cause ancora ignote. L’artista icona del rock continuerà a vivere grazie alla sua musica.”. Ed il giornale mezzo accartocciato in mano quasi chiede la mia attenzione. All’interno, una a me ignota giornalista disquisisce sulla “maledizione dei 27 anni”…storia vecchia, me la ricordavo da solo…Janis, Jimi, Jim, Kurt, Brian e poi Belushi, altri. Ma alla mente balzano anche tutti gli altri, seppur giovani, che avevano passato i ventisette da poco: John Bonham, Keith Moon, i tre tastieristi tre in sequenza dei Dead, Mama Cass, Marc Bolan, Sid Vicious, Elvis Presley, il nostro Tenco e mille altri… Un fiume di sangue, sangue di qualità.
D’un tratto mi sento lucido e sveglio mentre davanti a me scorrono clip anonimi che mai avevano attirato la mia attenzione. Qualcosa non mi torna. No, non è la morte nel rock and roll. A quella, a quelle, purtroppo, siamo abituati. E’ la comunicazione che mi sfugge. E’ vero, la Grande Mietitrice non rende tutti uguali se non da un punto di vista strettamente formale. Quand’uno è morto è morto, ma c’è chi non muore e chi è costretto a farlo. La Winehouse appartiene alla prima categoria. Ma perché? Perché giovane? Perché ribelle? Perché brava? Perché sul serio vogliamo continuare a credere che muoia giovane chi è caro agli dei? Fesserie! Mi passano davanti agli occhi le parole di Gaber: ”Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente non capita sempre, e anche l’avventuriero più spinto, muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.”
Già, nessuno cerca la morte e certamente nessuno di quelli che la cantano e la chiamano. Mai creduto alle vite spericolate… mai! E mi tornano in mente i nomi di quelli che sono scomparsi e ne avrebbero certamente desiderato farne a meno… Marvin Gaye, ucciso dal padre, Jaco Pastorius ucciso in una rissa, Stevie Ray Vaughan o Buddy Holly, Otis Redding, Randy Rhoads, tre degli Skynyrd, tutti in incidenti aerei, Felix Pappalardi, ucciso dalla moglie, Lennon da un pazzo…e poi le morti molto poco “rock”, per malattia… James Dio, Zappa, Freddie Mercury, De Andrè, Gaber e troppi, troppi altri. Così mi domando come possa una rete che si rivolge ai giovani credere di rendere un servizio immolando una morte tragica, non voluta, non sperata ed accostarla alla parola “icona” che, come da vocabolario, significa “personaggio emblematico di un’epoca, un ambiente, un genere”. Era un’icona la povera Amy? Avrebbe dovuto esserlo? Accantoniamo per un momento qualsiasi giudizio critico sull’arte e limitiamoci all’essere umano. Può essere emblematica una donna che sfregia il suo corpo al limite dell’anoressia, che lo rende incomprensibile inserendo su quella struttura minimale un paio di tette da maggiorata, che lo deturpa con immagini puerili di donnine in ogni sua parte esposta, che lo violenta con alcolici, con droghe pesanti che lo rifiuta, quasi, senza curarsi di ciò che di buono la natura le abbia donato? A mio parere suona più come un esempio da non imitare che l’immagine di un’eroina per una generazione che già ha poco su cui contare.
Poi, un attimo, ed in tv dalle immagini edulcorate, finte, impostate dei clip si passa a una registrazione dal vivo. 2008, Olanda, un festival. Una marea di gente festante, di ragazzi che ridono, saltano, ballano e vivono, sopra ogni cosa. E penso che la musica sia esattamente questo. E’ il ritmo della vita, è il midollo spinale dell’amore, è un inno costante al piacere di respirare, è il desiderio di continuare a farlo. E’ emozione che pulsa. E penso, ancora, che la storia ci abbia già dato fin troppi segnali di come queste note siano state mal interpretate, mal gestite e mai assimilate. Di come siamo stati testimoni di giovani vite che non hanno saputo crescere di pari passo con la propria, immensa arte finendone stritolate, sbattendo contro un muro di droghe, di solitudini, di alcolici, di paure che per un attimo irripetibile si è creduto si sarebbero smaterializzate solo dopo un colpo d’arma da fuoco o dopo l’ennesima dose. E guardo la televisione. E vedo finalmente la donna e non l’attrice dei clip. Vedo un corpo muoversi fuori tempo, vedo troppi bicchieri ed un braccio che, quasi estraneo, porta alla bocca quel liquido che essa non può accettare perché sta cantando e osservo quel bicchiere danzare davanti agli occhi che non lo vedono mentre è il corpo che lo richiede. Vedo come due persone imprigionate nel medesimo essere umano: una che vuole vivere ed una che vuole solo dimenticare. Vedo, immagino, un corpo che vorrebbe essere in qualsiasi altro posto tranne che lì e sento una voce che resta. E penso che se solo avesse potuto, quel corpo se ne sarebbe andato, lasciando lì la sola voce. Quello che conta.
Cerco di analizzare, di capire, e continuo a vedere una voce che si abbandona, che ripete tonalità zoppicanti perché il braccio è riuscito a passare la barriera delle note. Poi vedo quel corpo, quella donna, barcollare via, verso il retropalco, senza un cenno, senza un contatto, senza un segnale che quel rito, che quelle note servano alla vita. E non mi importa se mi piaccia o non mi piaccia. Se quella sia “la mia tazza di thè”, come dicono gli inglesi, o se io sia su altri lidi. Davanti a me non c’è la Winehouse. Ci sono gli ultimi giorni di Jimi, c’è la sua chitarra gettata contro un muro di Marshall a Wight, c’è la solitudine di Brian Jones che affoga nella piscina miliardaria, c’è l’urlo di tristezza di Janis in un albergo di seconda, ci sono le medesime movenze di Morrison, il baratro di Cobain, la follia assoluta di Belushi. Ci sono persone che avrebbero potuto ma non hanno saputo o voluto o potuto. E che non si sentiranno mai colpevoli. Ci sono i soldi, c’è la ripetizione di un mito che diventa tale solo fermandosi a 27 o poco oltre. C’è sopra ogni cosa la voglia di far capire che gli esempi non sono quelli.
Chissenefrega se Amy mi piaceva solo quando cantava lo ska, lei che resterà famosa per le tonalità pop e jazz. Non sarebbe stata un’icona, per me, neppure se fosse stata la reincarnazione di Ella. Forse l’unica che lei avrebbe veramente voluto essere. Ma diciamolo forte a questi ragazzi vuoti di tutto di oggi, quelli che forse domattina si tatueranno una donnina, una pin up, sul braccio a ricordo di una donna fragile, sola, piena di umane preoccupazioni, ricca di denari e povera di forze. Tutto fuorché un esempio.
Spengo la televisione, ne ho abbastanza. Resto un momento, come sempre, in questi casi, interdetto. Provo a pensare. Davanti alla morte, almeno per qualche secondo, lo facciamo tutti. E mi viene in mente la fine di un povero Cristo, di un personaggio di seconda fila, un eccellente chitarrista blues, Roy Buchanan. Un personaggio decisamente fuori dalla tipica iconografia del rock: barbetta, vestito comunemente, spesso pizzicato con un baschetto in testa a coprire la calvizie. Ma due mani d’oro, che avevano dato creatività e inventiva al suo strumento. Aveva il vizietto del bere, ma lo gestiva, in qualche modo. Un giorno venne arrestato per molestie domestiche e ubriachezza; roba da poco. Lo trovarono impiccato con la sua maglietta in cella, ventitre anni fa, ucciso dalla vergogna. Lui che era stato definito “il più grande chitarrista sconosciuto al mondo”, lui che aveva rifiutato di unirsi ai Rolling Stones per sostituire Mick Taylor e continuare la sua vita di comune musicista. E penso che la morte, davvero, renda tutto confusamente ed erroneamente uguale. Perché tra chi muore per sbaglio, chi per accidente, chi lo desidera, chi per idiozia e chi proprio non vorrebbe esiste un’enorme differenza. Un abisso. Ed è su questo che dovremmo noi che restiamo cercare di riflettere. Magari senza sparare parole di troppo.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
UN GIOCO PER L’ESTATE
Negli ultimi mesi ho avuto l’occasione di ritrovare vecchi amici. Persone con cui ho condiviso anni di lavoro con la musica degli altri. Loro a produrla, promuoverla e venderla, io a farne un prodotto per la gente. I discografici. E mi ha fatto tutto sommato piacere scoprire che alcuni di loro che avevo lasciato in una certa posizione erano riusciti a scalare i piani alti aziendali. Segno che, non sempre ma qualche volta, anche in Italia si prova a selezionare tra le forze prodotte internamente e non si va a pescare altrove. Un altro segnale importante, per me, è aver scoperto una cosa che pare banalmente evidente ma che non si rivela tale almeno fino a quando non sei costretto a confrontarti con certi metodi: i soggetti che crescono e che si formano partendo dal basso, dalla gavetta, sono quelli con cui riesce sempre più facile ragionare.
Perché conoscono i problemi di quelli che gestiscono e cercano in ogni modo di favorirne le procedure. Con il risultato che anche le aziende ne guadagnano. Pare un concetto semplice ma non solo non sempre è così, ma addirittura si è fatto un dogma del concetto inverso; con il risultato che le aziende spesso si trovano sconnesse obbligate a lavorare con i vari livelli che non riescono a parlarsi. Qualsiasi riferimento ad aziende che abbiano di recente trovato spazio sulle pagine di Viareggiok è assolutamente non casuale. Ma torniamo a noi. Dicevamo che questi signori si sono mostrati, in primo luogo, amici; già perché le battaglie che abbiamo combattuto insieme e, onestamente, non sempre dalla stessa parte anzi!, hanno comunque forgiato un senso di reciproco rispetto per cui, anche se non abbiamo talvolta condiviso la visione di certi progetti, comunque ne abbiamo accettato le rispettive vedute. E così, in alcuni atroci, infami pomeriggi di luglio, ci siamo seduti con bottiglietta d’acqua gelata d’ordinanza in mano e con caffè che non abbiamo toccato finchè non si è freddato a parlare di musica. Ma non di musica suonata, bensì di musica venduta anche se meglio sarebbe dire invenduta. Le lamentele si sono mostrate, alla lunga, speculari: non esitono più canali promozionali preferenziali, le radio nonostante il “controllo totale” non rendono più come una volta in base agli ascolti, le televisioni musicali sono state uccise dalla presunzione, dal pessimo utilizzo della musica – “…ma dove stanno tutte ‘ste nuove idee se siamo fermi alla Videomusic del 1984?!?” – e dalla diffusione di Youtube.
I giornali sono fatti e pensati sempre peggio, i ragazzi non li comprano più e internet si è dimostrato un mostro che non si è saputo gestire. I dischi, i cd, non vendono e tutta la colpa viene ancora data all’effetto download gratuito e non al fatto di non aver saputo diversificare la proposta. Così, tra un pianto e l’altro, a un certo punto è scappata, per forza di cose, la classica domanda : “Ma come fate a vivere?“. Beh, è una di quelle domande che nel momento stesso in cui le poni ti rendi conto che se avessi chiesto informazioni sulle corna della moglie, sarebbe stato meglio… ma quando te ne accorgi è sempre troppo tardi. A questa informazione, ognuno risponde come può. Solitamente esponendo le “nuove direttive aziendali” che poi altro non sono che i metodi che una azienda qualsiasi ha a disposizione per tentare di diversificare prima di iniziare a chiudere. E di aziende discografiche in Italia, negli ultimi dieci anni ne sono state chiuse una decina, quasi tutte di prim’ordine. Chiuse o…accorpate. E così scopro che una si è appena comprata una famosissima agenzia di produzione di eventi, che un’altra sta facendo lo stesso e che, per essere sicuri, ne sta pure aprendo un’altra direttamente di proprietà. Merchandising e biglietti sono gli unici mezzi – meglio forse sarebbe dire i mezzi prevalenti – con cui artisti e etichette sopravvivono allo tsunami del web, un’ondata che definire prevedibile è puro eufemismo.
E mentre a qualcuno vengono i lucciconi agli occhi pensando ai bei vecchi tempi in cui si litigava al telefono per una priorità, a me tornano in mente quegli adesivi che proprio loro avevano iniziato ad applicare prima e a stampare poi direttamente sulle copertine dei vinili: “Home taping is killing music” dicevano: “la registrazione casalinga uccide la musica”. E c’era l’immagine di una cassettina analogica con sopra due ossa incrociate, proprio come sulle cabine elettriche quando si avverte della possibilità di restarci attaccati. E parlandone ci scappa da ridere. Perché le percentuali di quello che si poteva organizzare registrando e scambiando artigianalmente cassette al posto dei dischi era una piccola pipì in mare a fronte di quel che viaggia adesso in rete ogni secondo. Ci vorrebbero le percentuali verificate dal buon Beani, qua, ma se prendessimo per buono quel che mi è stato raccontato, potremmo dire che quello che veniva registrato e scambiato in un mese in tutto il mondo, oggi viene trasmesso da una parte all’altra del globo via web in un solo giorno. Due settimane di oggi corrispondono a un anno di danni procurati dalla registrazione casalinga di vent’anni or sono! E a me viene in mente uno splendido quanto finto spot radiofonico di Lillo e Greg, quello dove si scherza sul vero promo del download che tutti abbiamo visto almeno una volta al cinema: “Ruberesti una mela? no! Ruberesti un’auto? No!! Scaricheresti un film ? Sì! Come si? Sì, perché no? Che me frega? ”
… Ai miei tempi ho registrato e scambiato migliaia di cassettine non sentendomi mai un ladro, anzi. Un divulgatore. Perché possedere un disco era possedere un oggetto dotato di anima, di corpo, di contenuti. E avere una cassettina artigianale di un bellissimo disco non era lo stesso. Così, se scoprivi che quello non lo potevi proprio non possedere, te lo andavi a comprare, ed il più delle volte era esattamente così. In cassetta restavano solo le cose che non riuscivi a digerire o che, prima o poi, finivi col registrare di nuovo. Oggi, possedere un disco su cd registrato, su una chiavetta piena di mp3, su un ipod maledetto non ha più significato. La musica non è più Sacra, non è più fonte di piacere e di accrescimento personale, non è più veicolo di cultura, non porta con se alcun messaggio, non nasconde dietro alle note alcuna rivoluzione, alcun cambiamento. La musica oggi è un passatempo da consumare e bruciare, possibilmente da non conservare, proprio perché il supporto stesso conduce a una non classificazione a una non affezione, in eterno.
I ragazzi di oggi, la generazione di internet forse – ho detto forse ! – non per colpa loro non hanno sviluppato il rispetto per una forma d’arte che, come tutte le altre viene pensata, lavorata, prodotta, diffusa. E’ il concetto medesimo di fruizione che è totalmente diverso dal nostro di anziani appassionati che abbiamo trascorso nottate e ancor oggi passiamo serate intere a elaborare. La nostra era una musica da condividere e di cui discutere. Quella di oggi non più.
Forse l’ho già ricordato, ma avreste dovuto vedere la faccia dei miei nipoti la prima volta che sono entrati nel mio studio. “Zio, che è ‘sta roba? Cosa sono?”…dischi a 33 giri, ragazzi…reperti di un ‘epoca che non tornerà. Alla successiva domanda, “E che ci fai?”, non ho mai avuto il coraggio di rispondere. Anche perché se avessi detto loro che sbarazzandosi di quei cosi avrebbero potuto comprarsi una villetta in periferia, probabilmente il giorno dopo non avrei trovato null’altro che scaffali vuoti… Così, per una volta, noi che abbiamo odiato il crescente distacco giovanile dall’Arte protetta da Euterpe, la Musa della Musica, stavolta andiamo volutamente controcorrente e proponiamo noi di diffondere e contravvenire la legge favorendo e scaricando musica d’altri tempi. Massì, chissenefrega…. facciamoci noi una meravigliosa tecnologica cassettina, che oggi si chiama cd registrabile, oppure riempiamo l’Ipod del figlio, del nipote, della moglie o di un giovane disgraziato che non ha ancora avuto modo di incontrare “La Musica” e preghiamo ognuno il nostro Dio che qualcuno venga stimolato, colpito, affascinato da quello che andremo di nascosto a nascondere dentro quelle infami nuove tecnologie…e come vendetta utilizziamo le loro stesse armi, diamo a EMule, a Torrent, alle “stringhe” di ricerca quei nomi che le nuove generazioni non hanno mai conosciuto e proviamo a costruire un sogno. Ognuno il suo. Facciamo tutti insieme un atto rivoluzionario, come la “cacca dei contadini” così come ce l’aveva ironicamente raccontata Gaber che defecavano nei preziosi vasi degli zar in segno di massimo spregio.
Ognuno inventi una propria strada e la diffonda, la doni a un soggetto bisognoso, abbiamo detto…e questa è la mia.
“A day in the life“. I Beatles, perché tutto è veramente cominciato da lì e perché è forse la più bella canzone del gruppo dove Lennon e McCartney, leggende a parte, si alternarono sul serio nel comporla. E si sente.
“Sympathy for the devil”, gli Stones…perché lì è cominciato il lato oscuro e perché è la più intelligente canzone su Satana che sia mai stata scritta.
“Rock and Roll suicide” perché non c’è nulla di più sensuale del primo Bowie, un serpente che scivola sotto la pelle senza necessariamente dover strafare, come le bimbette di Maria… “Green is the colour” perche i Pink Floyd hanno attraversato un universo per scoprire nuovi mondi e la loro arte cristallina esplode davanti agli occhi nelle cose apparentemente più semplici.
“Tank” perché prima di diventare gli Dei del rock senza suonare una chitarra elettrica, e prima di raccontarci le vicende del mostro Tarkus, E.L. & P. ci schiaffeggiarono con cose mai udite prima.
“Fracture” perché quando ascoltai per la prima volta quel disco dei King Crimson mi parvero la cosa più devastantemente elettrica che avevo mai udito. Incredibilmente attuali, quarant’anni dopo.
“Locomotive Breath” perché i Jethro Tull riuscirono a fare del rock con un flauto e con reminescenze classiche e perché il ritmo incalzante del respiro della locomotiva non può non aver influenzato pure il nostro tranquillo Guccini.
“Shoot Out at the fantasy factory” perché ho sempre pensato che le cose più bistrattate restino le migliori e perché Stevie Winwood e i Traffic, in quell’album erano davvero al massimo della lucidità.
“Back in black” perché i ragazzini che guardano Le Jene sarà bene che scoprano che quei tre secondi di riff non sono uno stacchetto di plastica, ma puro rock australiano degli AC/DC.
“Virginia plain” perché quei Roxy Music ebbero l’effetto di una bomba in un gregge di pecore e perché quel suono ha influenzato milioni di ragazzi inglesi…che non sono mai riusciti a copiarlo.
“Valentyne suite”, i Colosseum, perché se il jazz incontra il rock e cinque splendidi solisti ne viene fuori una miscela rara. Unica. Gustosissima.
“Cortez the killer”, Neil Young, l’uomo che ha portato il sole in California, la melodia in mezzo alla psichedelia, il rispetto tra i punk. E senza il quale, Vecchioni non avrebbe mai scritto “Velasquez”.
“Girl from the north county” perché quasi cinquant’anni or sono, la poesia si mascherava da ballata e perché i ragazzi dovrebbero imparare che non sono necessarie le stesse rime, le stesse parole per parlare d’amore. E Dylan lo ha fatto molte volte. Bene.
“Bird on a wire” perché Leonard Cohen è Leonard Cohen. E l’uccello sul filo è un’immagine di libertà che non ho mai dimenticato.
E tre cose difficilissime da unire ma solo a parole, perché se esiste una musica “colta” nel ventesimo secolo questi tre brani ne sono l’essenza, ognuno a modo suo. “L’estasi dell’oro” di Morricone, un capolavoro di melodia che crea immagine, che diventa scena indimenticabile; “Atom heart mother” perché se è mai esistita un’ispirazione per Morricone non può che essere stata l’orchestrazione che Ron Geesin dette alla lunga suite dei Floyd. E “Strictly genteel” perché l’unico compositore del ventesimo secolo seppe mettere insieme parole provocatorie e melodie impossibili da eseguire ma anche da dimenticare. Ed era per metà un italiano…con un nome buffo.
…ora provate a creare la vostra raccolta pirata, o se la condividete tentate la mia. Infilatela nel bel mezzo della giornata dell’umano da riportare alla vita. E guardate l’effetto che fa. Comunque vada sarà un successo. Anche se riuscirete solo a spiegare una delle vostre personalissime motivazioni alla scelta. Buona fortuna, fatemi sapere. La prossima volta, se scopriremo tracce di attività cerebrale, proveremo a farli ballare…senza musica dance.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
UNA PROPOSTA INDECENTE
Mi ricordo di una cena di tanti anni fa; diciamo grosso modo sedici. Avevamo appena terminato di girare una delle produzioni che più amavo in uno studio fuori Milano ed era molto tardi. Con noi c’erano anche un paio di importanti pezzi grossi di una importante casa discografica che erano anche, a Dio piacendo, amici veri. In tutto eravamo una dozzina. Così uno dei due, un signore di Roma, guardandosi intorno e pensando a dover arrivare all’indomani senza una cena ci invitò tutti a mangiare in un posticino “speciale”. La cena fu stranamente piacevole. Il gruppetto di colleghi era selezionato e i due o tre, forse anche più, interlocutori sufficientemente amalgamati da anni di collaborazione da permetterci una serata distensiva, priva di accenni al lavoro per come lo conoscevamo nella routine di tutti i giorni.
Ad un certo punto della serata, impossibile evitarlo, iniziammo a buttar lì alcuni giudizi personali su artisti gestiti e non dalla loro etichetta. E ricordo che, data l’assoluta mancanza di competitività, che ci sperticammo in elogi anche di soggetti “di proprietà altrui”. Ricordo che io, pur non essendone mai stato altro che un distaccato ammiratore, paragonai una cantante a Mina, sottolineando che mio padre ne era un fan sfegatato. Iniziò così una lunga disquisizione condita da aneddoti “privati” di un amico che, scoprii in seguito, aveva dei rapporti professionali molto speciali con la Tigre di Cremona. Finimmo tutti ad ascoltare motivazioni non riferibili di certi suoi atteggiamenti, di certi suoi errori e ricordo che a un certo punto mi permisi di definire assolutamente sbagliata la scelta della cantante di affidarsi ai gusti e alle scelte manageriali del figlio; uno che, a mio parere, tante cose avrebbe potuto fare nella vita tranne gestire la voce immensa della madre. Lo feci in modo brusco, probabilmente poco elegante. In altre occasioni un giudizio del genere sarebbe stato limato e presentato sotto altre forme. Quella sera venne fuori in modo molto crudo e spicciolo. In particolare attaccai la stupida mania del ragazzo di selezionare lui personalmente i brani che la madre sarebbe andata a interpretare, ma non solo; il tipo aveva pure velleità di compositore, con il risultato di far cantare alla mamma emerite ciofeche. Così accadde che, verso la fine della serata, quando come sempre si formano gruppetti “di ascolto” dediti ognuno al proprio filone logico dialettico, quell’amico mi si avvicinò e mi disse, quasi in un orecchio…”…ma tu te la sentiresti di proporre una lista di brani da sottoporre a Mina? Qualcosa che faccia parte del tuo gusto, che lei non abbia mai interpretato. Perché io non avrei difficoltà a portagliela. Magari qualcosa potrebbe piacerle e se fosse sufficiente potrebbe rappresentare l’ossatura del disco di cover che ogni anno Mina pubblica! Sai, anche lei molto spesso si trova con poche idee in mente!”.
Il primo istinto fu di schernirmi. Mi pareva un insulto alle qualità interpretative della Signora “sporcarla” con i miei gusti rocchettari. Subito dopo mi sentii imbarazzato: che quella fosse una sfida appena velata, dopo che mi ero permesso di giudicare bruscamente, magari, anche parte del lavoro del mio amico? Poi, convintomi che stavo facendomi troppi problemi, decisi per la via diretta. Ok, gli dissi, dammi il tempo di pensarci un pochino e poi ti invierò una selezione di brani. L’idea di andare da mio papà, immenso ammiratore da sempre della Mina, e dirgli :”Sai papino che il tuo idolo interpreta questo e questo perché gliel’ho suggerito io?”, mi entusiasmava. Passai il viaggio di ritorno a immaginare l’area dove sarei andato a pescare, dato che la cantante in ritiro a Lugano era solita dare un tema ai suoi dischi di cover e non mi ci volle molto a immaginare una cosa che nella mia mente delirante suonava più o meno come “California Dreaming” o “Mina goes Psychedelic”. Perché la mia idea era di passarle una decina di canzoni di famose interpreti californiane dei sessanta, settanta. Ce la vedevo mettersi in competizione con Grace Slick o Janis, con Joni Mitchell o con qualcosa di poco più recente, per l’epoca, ma sul medesimo filone…così mi ritrovai a guidare a occhi aperti, ma chiusi.
Sognavo indeciso se sottoporre la delicatissima “Good Sheperd” o la lirica “When the earth moves again” dei Jefferson. Trovavo la voce della Slick adattissima al confronto. Mi immaginai “Summertime” cantata alla Joplin, con Mina molto meno roca ma sicuramente più potente e mi domandai che ne sarebbe venuto fuori. Mi ricordai di una raccolta “in onore” degli immensi Grateful Dead uscita da poco e ripensai alle Indigo Girls che rendevano una interpretazione di “Uncle John’s band” da brividi e me la sentii cantata da Mina con la stessa che faceva anche i controcanti. Scivolai sulla voce scarsa ma inconfondibile di Jerry Garcia e sulla sua bellissima “Sugaree” e credetti giusto anche far finta che non fosse necessario proporre solo brani di interpreti femminili, anzi! Dimenticai volutamente Linda Ronstadt e pensai solo alla Joni Mitchell di “A case for you” alla Carole King di “Tapestry”. Poi persi la testa. E mi domandai perché non avrei dovuto saltare l’oceano e immaginarmi una “Space Oddity” cantata da lei, invece che da David Bowie. Ma questo non prima di aver preso in mano con l’immaginazione il mio disco preferito di Dylan, “Blood on the tracks” e aver pensato ad una delle più belle canzoni d’amore, “If you see her say hello”, cantata dolcemente dalla cremonese. Poi mi vennero in mente i Traffic e la voce tagliente di Stevie Winwood e a quel capolavoro poco amato di “Uninspired”, alla avvolgente bellezza di “Rocket man” di Elton John, alla luminosa delicatezza di “Green is the colour” dei primi, veri, Pink Floyd e mi abbandonai al pensiero di una “Great gig in the sky” proposta come sfida alle tonalità altissime di Mina.
Fu a quel punto che mi fermai e mi resi conto che la mia presunzione mi stava giocando un brutto scherzo: non stavo più pensando a un progetto ma stavo mettendo insieme alcuni momenti della mia vita, senza domandarmi se le tonalità o i salti di tensione fossero eccessivi. Ebbi solo il coraggio, ricordo, di registrare su un nastro una ipotetica sequenza di quei brani ma non li consegnai mai. Nè mai più mi misi nelle condizioni di riprendere quel discorso. Mi ricordo solo che poco tempo dopo ricevetti – ai tempi le case discografiche passavano ancora un po’ di dischi nella speranza che servissero alla promozione – l’annuale sua raccolta di brani altrui. Una schifezza: mal assemblata e priva di una logica. Ma non mi venne mai in mente di pensare, anche solo per un attimo, che avrei potuto fare di meglio.
So solo che quella cassetta sta ancora oggi in un armadio insieme a qualche altro migliaio di altro genere, priva di un utilizzo dato che i lettori di cassette sono scomparsi dal mercato, che le cassette non sono più in vendita e che il lettore in auto devo possederlo solo io e quel signore che sta vicino a casa mia con quel Maggiolino Volkswagen arancione originale. No, il mio tentativo di fare il direttore artistico di una cantante famosa era abortito spontaneamente per mancanza di coraggio e buon senso sul nascere. Quel che mi impressiona un po’ è non avere il coraggio di gettare quel nastrino che ogni tanto riemerge e mi fa ricordare di quella cena e di quella proposta.
Sì, il mio amico, un giorno di molti anni dopo mi chiese che avessi poi fatto di quella mezza idea ed io, ricordo, che gli dissi, con un po’ di imbarazzo, che avevo pensato a me che avrei dovuto spiegare i motivi di certe scelte e che mi ero accorto che non me la sarei mai sentita. Lui mi dette del fesso. Ma quel nastro non lo ebbe mai. Chissà che ne sarebbe venuto fuori. Ma mi piacerebbe che qualcuno di voi provasse a mettere su di un moderno I-pod quei pezzi e mi dicesse come suonano, messi nella sequenza giusta. Forse verrà il giorno in cui ci verrà in mente di passare un cd con quella dozzina di brani a quel signore di Roma che va spesso ancora oggi a Lugano. Da Mina Mazzini.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
VASCO NON CI CASCO
Spesso mi sono trovato a domandarmi quali caratteristiche avrei assegnato all’essenza del rock and roll su ipotetica domanda. Ed ho sempre provato a partire dall’etichetta appiccicata alla musica: rock and roll, un termine derivato dallo slang nero dove i due riferimenti separati sono chiarissimi e di difficile cattiva interpretazione. Rock sta per duro, roll sta per dondolare. Come poi un’accezione esplicitamente sessuale fosse venuta in mente ad Alan Freed per descrivere una nuova tendenza musicale, non sono mai riuscito a capirlo. Sesso, dunque. E ritmo, beat, a cadenzare. E poi dove ci fosse stato sesso ci sarebbe anche stato anche un lato estetico da non sottovalutare, e poi la trasgressione culturale, la creatività nei modi e la sfrontatezza nell’imporsi. E poi i testi, trasgressivi, certo, ma mai banali, spesso culturalmente raffinati, intelligenti. Quindi…sesso, bellezza, intelligenza di modi, contenuti, novità, creatività, sguardo al futuro.
Ecco, se avessi deciso di fare il rocker invece del fesso, avrei dovuto fare i conti con questi elementi essenziali. E’ sostanzialmente per questi motivi che non sono mai riuscito a immaginare Vasco Rossi, il rocker di Zocca, come un rocker, appunto… Ci sono alcuni giudizi che non possono essere dati se non a rischio della propria incolumità personale e spesso ho evitato di stuzzicare i miei interlocutori sull’argomento, ma in Vasco non ho mai avuto modo di ritrovare anche uno solo dei cosiddetti “elementi essenziali”. Rossi, ai miei occhi, era già vecchio quando era giovane: pochi capelli, atteggiamento trasandato, una casualità eccessiva per non essere un atteggiamento. Una parlata scivolosa, confusa, molto dialettale, per niente ricercata, quasi da ubriaco. I concetti poveri, scarni e buttati lì, come una giacca su una sedia. Le movenze di uno che non ha mai praticato altro sport al di là della pressione sul tasto dell’ascensore. Niente che lo potesse anche lontamente farlo paragonare alle grandi icone del rock and roll. Della triade notoriamente infame del rock, sesso, droga e r&r, a Vasco pareva interessare sopra ogni cosa la seconda. Unico elemento di contatto in una vita al massimo. La musica? Contrariamente al “popolo di Vasco” l’ho sempre trovata comune, prevedibile, priva di spezie e bollicine. Intelligente, questo sì. Molto intelligente. Quasi un perfetto prodotto di marketing per un pubblico neppure da convincere. Per questo Rossi è sempre stato ideale: contenuti e messaggi calzanti per il “suo” pubblico come un guanto d’alta sartoria. Anche in questo l’ho sempre trovato lontano dal rock.
Eppure, in Italia, Vasco “è” il rock. Ed è essenzialmente per questo che ho sempre pensato che una via italiana al rock fosse una chimera di là da venire. Vasco non ha quasi mai mancato un appuntamento con Vincenzo Mollica. Ecco, anche questo elemento mi ha sempre rigorosamente fatto credere che nessuno dei suoi atteggiamenti fosse casuale. Vincenzo è brava persona, messo lì sa Iddio come e da chi – non mi si venga a dire che nella penisola non ci sono almeno due o trecento che avrebbero saputo fare il suo mestiere come e meglio di lui! – con la sua faccia da salumiere sempre pronto ad assaggiare per primo i suoi prodotti insieme al cliente, con i suoi occhialini così poco trendy, con la sua panzetta sempre più prominente, anche Mollica è sempre rigorosamente stato agli antipodi del tipico giornalista rock, presenzialista e debordante, tronfio e presuntuoso. Vincenzo no. Pensate che non mi è mai capitato di incontrarlo ad un concerto, non l’ho mai visto prepararsi ad intervistare qualcuno, non l’ho mai incontrato in una delle inevitabili case discografiche. Mollica ha sempre fatto parte a se stante. Sempre però stabilmente inchiodato su Rai Uno, all’interno dei tg, sempre in grado di fregarti l’anteprima; anche se solo per pochi secondi di trasmissione.
Così, se Vasco concedeva un’intervista, la concedeva a Vincenzo: un non rocker che chiacchierava con un non rocker. Perfetti. E le domande sempre quelle due o tre, al massimo, che avrebbero potuto essere inserite all’interno degli spazi riservati come una tenuta di caccia del Mollica. Nessun sussulto, nessuna trasgressione, nessuna novità. Solo promozione e presenza. No, per me il rock and roll è sempre stato anche sporcarsi, esserci, viverlo. In mezzo al casino, alla gente, alla polvere e con i panini che sanno di plastica e la Coca (Cola) che si scalda troppo alla svelta. Il rock and roll è spostarsi per rincorrerlo, è affrontarne i volumi eccessivi, respirarne la puzza di mancanza di logica commerciale, spesso. E quando uno degli elementi essenziali veniva meno, ce n’è sempre stato un bel po’ di più di uno degli altri. Così, quando qualche giorno fa Vasco ha detto a Vincenzo che “si ritirava dalla vita da rocker” sono rimasto basito. E mi sono chiesto: ma come fai a ritirarti da un qualcosa che non sei, che non hai mai vissuto? Ed ho guardato la reazione del Mollica. Asettica, serena, come se gli avessero appena detto che le pappardelle sul cinghiale erano fumanti nel piatto. Lui a mangiare, i fans a piangere e disperarsi sul web. Così ho tentato di capire meglio.
No, Rossi non smette di comporre canzoni. Non smette di fare dischi e quasi sicuramente non smette di fare concerti. Smette solo di fare i mega concerti, quelli che fanno vendere 250.000 biglietti in poche ore e guadagnare tanto quanto un dirigente d’azienda in dieci anni. Per ora. Perché poi ci sarà sempre un’occasione in cui uno sponsor importante gli sventolerà sotto il naso un pacco di palanche tale…che si cambierà opinione, per una sera, o per due…o per una settimana. Lo hanno fatto i Led Zeppelin per 40 milioni, lo faranno, lo spero, i Pink Floyd, lo fanno ogni dieci anni i Roxy Music originali, lo hanno fatto gli Eagles…e mille altri. Lo farà pure lui. Così non ho dovuto neppure mettermi il cuore in pace. Mi sono solo domandato perché, tra tutti, proprio a lui. E mi sono risposto: per un sussulto rock. Per far fare qualcosa di importante, per una volta, anche al Mollica. Per dargli una notizia che sembrasse tale. E per vedere che effetto gli avrebbe fatto. Nessuno.
Poi ho letto un’altra dichiarazione, una riga sotto. Quella dove “il Blasco” si giustificava. “A sessant’anni non si può più fare il rocker; al massimo si può fare il cantautore”. E m’è venuto in mente Mick Jagger, classe 1943, uno che può a ragione rappresentare l’icona delle icone del rock and roll. Che piacciano o no gli Stones. E mi sono tornate in mente le sue movenze, gli ammicamenti, le note, la vita, l’essenza. Ed ho pensato che se a sessantasette lui è ancora anni luce avanti a ragazzini di venti, quella che a sessant’anni non si è più rock and roll doveva proprio essere una stronzata. Una delle tante, mi sono detto egoisticamente. Perché vorrebbe dire che avrei avuto più solo cinque anni per sentirmi rocker.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
LA SECONDA VOLTA
Non è detto che le prime volte siano davvero tali. Spesso sono le seconde che risultano indimenticabili. La mia prima volta con Zappa fu surreale; non avevo praticamente quasi mai assimilato le poche cose che possedevo, parlavo un inglese basico..”the cat is on the table”…ed ero un rocchettaro inguaribile. Se un pezzo non aveva almeno due assolo, non veniva preso in considerazione dal mio cervello stile Homer Simpson. Avevo diciassette anni la mia prima volta e venni fisicamente trascinato da un giovanotto quattro o cinque anni più anziano di me a Bologna dove, senza rendermene del tutto conto, mi venne concessa l’illuminazione sulla via di Damasco. Impiegai un po’ di tempo ad accorgermene, però. I tre anni che separarono quel primo incontro con “La Musica” al primo, vero appuntamento fortemente voluto, li ricordo oggi come la separazione di certe nostre nonne dal marito partito per la guerra o l’abbraccio tra Penelope e Ulisse dopo tanto penare.
Il primo, secondo, ma vero incontro avvenne in un palazzetto di Lugano, anzi, esattamente Mezzovico, il 13 marzo del 1976. Ricordo ogni momento di quella giornata, di quel viaggio, dei miei due compagni e ricordo nota per nota le due ore di spettacolo. Ricordo la neve, la calca per entrare, un ridicolo registratorino a cassette di dimensioni di poco inferiori a un frigo portatile con un microfono grosso come un cono gelato da 5 euro che fu destinato a immortalare la serata e a perpetrarne le emozioni. Ricordo perfettamente un negro pelato, altissimo, sul palco con un kimono mimetico che con un piccolo puntatore tipo laser si spostava sui due lati dell’amplificazione e indicava a un paio di scagnozzi nella platea i furbacchioni che stavano registrando, inviandoli a sequestrare il materiale. Ricordo anche che la mia attrezzatura era così datata, già allora, che non essendo dotata di quei minuscoli led rossi che indicano il corretto funzionamento del marchingegno, non venne mai notata dal cannibale. Che solo anni dopo scoprii essere tal John Smothers, da Baltimora, guardia del corpo di Frank e maestro nel sequestro oltre che della torchiatura di ignari registranti nel cui elenco compare anche l’amico Red Ronnie, Zurigo 1980. Ricordo la formazione a cinque, con il recuperato Roy Estrada, con Napoleon Murphy Brock e con un batterista giovanissimo, appena scoperto nel micidiale “Bongo Fury” e presentato come: ”Little skinny Terry “Ted” Bozzio on drums”…ricordo un tastierista con una sorta di tastiera-sassofono, Andre Lewis che Zappa sfotteva introducendolo come “Andre Lewis on keyboards and on a thing that he thinks that he blows in the middle of the show..”. Ricordo la recensione delirante di Ciao 2001 un mesetto dopo l’evento da parte di chi non aveva certo assistito al concerto (…ma le foto erano proprio di quel concerto ed era quello che contava di più!) e credo di avere ancora da qualche parte il trafiletto di Muzak (un mensile amato a metà settanta) che spiegava come Zappa si fosse presentato “con un quartetto formato da soli negri”! Come se Bozzio ed Estrada lo fossero: paleontologia del giornalismo rock. Ricordo con affetto che quello fu l’ultimo concerto delle Mothers of Invention, nome che Zappa abbandonò proprio dal tour successivo e sono orgoglioso di aver sul mio antico nastrino di due ere geologiche fa, l’ultima presentazione delle Mamme…”Your five favourite relatives…The Mothers!”…
E ricordo di non aver mai abbandonato quei due nastri (centoventi minuti di musica) per mesi, al punto che oggi, se solo sapessi suonare qualcosa in più del mio impianto stereo, potrei ripetere nota per nota tutti quei brani. Incluso l’unico inedito che Frank abbia suonato a memoria d’uomo e mai più ricomparso altrove; una sorta di canzoncina anni ’50 dedicata a tal Pinky. Forse una elaborazione grezza di quella che poi sarebbe divenuta “Miss Pinky”, ma che con quella canzone nulla aveva in comune. Ricordo anche che quel nastrino amatoriale divenne per anni una cosa-da-avere nel circuito dei cacciatori di nastri, tanti anni fa, all’inizio del web…Ricordo un lunghissimo blues strumentale con una serie infinita e alternata di assolo, di sax, di tastiera, di chitarra, fino all’apoteosi finale con Lewis che filtrava il suono di Zappa donandogli sonorità incredibili. E ricordo anche che non ne beccai il nome vero né dal vivo, né dalla registrazione, scoprendo solo in seguito che si trattava di “Black napkins”.
Ma il ricordo più vivo è nella nascita di un amore viscerale, del cambiamento del mio stesso approccio alla vita, all’uso dell’ironia. No, non sto esagerando. I miei vent’anni furono il punto di svolta, il momento in cui qualcosa mutò nello sviluppo…del Giovane Trombetti. Io credo di aver sviluppato una teoria per la quale, quando il feeling è così immediato e spontaneo, quando coinvolge non solo i sensi ma anche i contenuti, la visione della vita, arriva al punto di modificare, forse inconsciamente, anche l’approccio alla vita medesima. Ed ho l’impressione che tutto questo non sia cosa che possa accadere con chiunque, ma solo con chi, con la sua Arte, possa indicare anche un differente modo di riflessione sulla vita, sull’autoironia, sul sarcasmo e i rapporti con il mondo. E Zappa, a mio parere, con la sua caleidoscopica visione del mondo, con il suo pensiero schietto e corrosivo, con la sua opinione incredibilmente lucida della politica e degli avvenimenti, con le sue citazioni secche e devastanti avrebbe davvero potuto essere un opinion leader pur senza mai prendere in mano una chitarra. Ecco perché da quella sera, dopo aver assistito per la prima volta al miracolo di una Musica che prende forma che si materializza e diventa viva davanti ai tuoi occhi, che si sviluppa prendendo direzioni imprevedibili e talvolta difficili da afferrare per poi compensarsi alla fine del Rito, ho davvero cambiato il mio pensiero. Ricordo che con una gestualità esplicita, alla fine dello spettacolo, Zappa afferrava la sua musica nell’aria, la abbracciava, la comprimeva sempre di più fino a farne un pacchettino immaginario da gettare in pasto al pubblico. Sì, penso che Zappa abbia condizionato – qualcuno malignerà nel male ma io credo il contrario – la mia adolescenza e il mio approccio agli altri esseri viventi. Beatles, Stones, Zeppelin, Sabbath, Who, Tull, La California e milioni di altri hanno formato l’ossatura del Giovane Trombetti. Zappa ne ha curato la mente. Ecco perché quando penso al Maestro non commetto mai l’errore di confonderlo con il resto della musica. La sua è Musica che diventa religione. Il resto è solo, immortale, rock and roll. Per questo gli sarò eternamente grato, per avermi fatto migliore.
Dopo quella volta ce ne furono altre due o tre per ogni tour. Ricordo di aver fatto di tutto per farmelo presentare e di essere rimasto senza una parola quando me lo sono trovato davanti la prima volta. Ricordo di essermi sembrato un deficiente e sicuramente lo ero. Ricordo che l’unica volta in cui fui in grado di parlare come un bipede pensante fu al telefono, quando mi resi conto che avevo sbagliato tutte le domande che gli avevo posto e che furono il caso e Michael Jackson a far tornare sui binari di un’intelligente chiacchierata quel momento di stordimento. Ricordo di essermi spupazzato qualche suo musicista il cui principale merito era quello di starsene sul palco con mio unico Dio. Ricordo di aver cercato insieme all’amico Luca una…chiamiamola “compagna” per Smothers proprio qui, a Viareggio, ed averla vista scappare dopo aver saputo che era con quel blocco di marmo che avrebbe dovuto avere a che fare. E ricordo di aver compreso che da quel dicembre del 1993 qualcosa si sia rotto dentro di me. Mi sono reso conto che mi interessa più poco di tutto il resto, che ho perso stimolo ad andare ad assistere al perpetrarsi di un rito cui manca, per me, la Summa. Mi accorgo che mi manca e mi mancherà sempre di più poter ricaricare le batterie assistendo a un suo spettacolo; quelle batterie che devono restare cariche per affrontare l’altra faccia dell’intrattenimento. Ho capito quanto larga sia la forbice tra quella Musica e tutta l’altra ed è forse per questo che mi getto su ogni pezzetto di plastica legale o illegale con la speranza di trovarci un’indicazione nuova, una sorpresa, una nota diversa. Così come mi manca tanto Gaber, un altro che mi ha aiutato molto a maturare a un altro livello e a non farmi condizionare se non dal mio povero cervello. Che va sempre usato.
Così a volte mi sento più solo, spaesato, ed è per questo che mi butto su tutto il resto, trovando giusto un po’ di conforto. Ma non su niente che abbia a che fare con certe recenti tendenze. Lì sì che si nasconde Satana…
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
ESISTE L’IRONIA NELLA MUSICA? NO! INIZI IL DIBATTITO
Io credo che qualsiasi lavoro mestiere o professione un uomo si scelga, anche il più ambito, desiderato o cercato, prima o poi esso conduca ad una sorta di disillusione o disincanto che riporterà ogni più recondita speranza di divertirsi facendo il lavoro che si ama nell’ambito della normalità. Voglio dire che ognuno di noi ha avuto certamente i suoi alti e bassi nel suo personalissimo rapporto con il proprio lavoro ma che, comunque, essi non siano mai stati responsabili di vere e proprie depressioni professionali. Al contrario, la scoperta, col tempo, che ciò che ci si era dipinti in un modo non era poi esattamente come lo si reputava può portare, ed ha portato, a tante irrisolvibili crisi terminate tavolta con l’abbandono definitivo di una scelta ed un necessario quanto casuale nuovo indirizzo di vita.
La mia crisi avvenne dopo i fatidici sette anni di professione comunemente intesa e, tra momenti di assoluto sconforto ed altri di stoica sopportazione, posso serenamente dire che duri tutt’ora. Diciamo che non è essenziale la professione esatta in questo caso, quanto il suo ambito, la sua area di intervento. E se l’area di cui stiamo parlando viene comunemente descritta come “intrattenimento”, che si tratti di un giornale, di una rete televisiva o di una radio o di una Iptv, poco conta. Sempre di passatempo si tratta. E se chi lavora per far distrarre la gente dalle sue ansie, dalle angosce e dai problemi di una vita inizia a prendersi troppo sul serio, così disastrosamente sul serio da diventare ridicola…beh, allora la cosa diventa preoccupante. La mia crisi iniziò a Londra. Me ne stavo lì a divertirmi a giocare all’inviato; all’epoca collaboravo a due periodici di una certa rilevanza nel settore e mi avevano chiesto di riportare indietro decine di interviste che avrei potuto realizzare nel corso di una serie di quei megaraduni che tanto piacciono ai ragazzi. Si parla veramente di un paio di vite fa, ma mi ricordo che passavo le mie giornate a rincorrere tizi sfuggenti da un tendone del retropalco all’altro, da una limousine ad un albergo a dieci stelle e viceversa, e che riuscivo a mettere spalle al muro solo dopo il professionale intervento della casa discografica che bloccava il fellone e lo obbligava a parlare con quell’italiano lì. All’inizio ero quasi eccitato; nel senso che sì, avevo incontrato già moltissimi di questi reali o presunti artisti ma il fatto di averlo fatto a piccole dosi, singolarmente, non mi aveva fatto capire quanto questi “se la tirassero” per dirla alla romana. Così iniziai a sentirmi come un Bortoluzzi, un De Luca, un Pistocchi sempre pronti a fare ai loro calciatori le medesime domande per ottenere le medesime risposte con le medesime parole. Ed iniziai a rompermi i medesimi organi riproduttivi. Mi resi conto quanto questi cantanti, musicisti, compositori fossero così terribilmente privi di senso dell’humor, di quanto si prendessero orribilmente sul serio, di come non sapessero risponderti con intelligenza, con arguzia ad alcune innocenti divagazioni che tentavo di fare sui temi che parevano essere sempre i medesimi per contratto.
Ci fu un tipo, ricordo perfettamente, che mi disse, sorpreso, al mio ennesimo tentativo di uscire da certi schemi : “…forse tu la vedi così perché sei italiano ed hai una cultura differente, più classica…nel senso di antica…”. Antica? Classica? Ma mica stavamo discutendo la “questione omerica”! Parlavamo di cambiamenti di vita…E fu così, che dopo una stancante giornata di musica, decente, e di parole, ignobili, me ne tornai a casetta. Lì c’era Marco, un amico che mi ospitava e che faceva e fa il disegnatore. E fu Marco, alla mia confessione di più assoluta disillusione, che mi ricordò che era stato proprio il mio Unico Dio a domandare e domandarsi in un noto video “Does humor belong in music?” (Esiste l’umorismo nella musica?) lasciando allo spettatore la ovvia risposta : no. Iniziai così a sopportare sempre meno le fanfaronerie e gli atteggiamenti da superuomini di quelle moltitudini, le loro sfacciate e molto probabilmente immaginarie vite spericolate, le loro ignoranti vite quotidiane e il loro amore per gli unici tre argomenti di cui erano in grado di esprimersi, a fatica: il sesso, il rock and roll e il denaro. Della droga preferivano tutti non far cenno, come se nessuno di noi fosse stato dotati di occhi per vedere le loro condizioni medie di sopravvivenza. E decisi che, quando possibile, li avrei evitati, magari mandando qualcun altro al posto mio. Tenendo per me solo quelli che credevo, speravo, avrebbero potuto avere una sola parola brillante, in grado di farmi ricredere. La tragedia è che tutto ciò si ritrovava specularmente nella loro musica, nei testi, negli atteggiamenti dal vivo e nei vestiti, nei cibi, nei luoghi frequentati, nelle donne (o meno frequentemente negli uomini) che esibivano come uno scalpo. Non ne potevo più. Alla mia partenza Marchino mi regalò un vhs, dicendo che era un documentario che la BBC aveva trasmesso un paio di anni prima : This is Spinal Tap. Lo ringrazia e tirai la cassetta in fondo alla borsa, dove rimase per lungo tempo. Non sapevo di che si trattasse e comunque non avevo voglia né tempo di scoprirlo. Quando decisi, un giorno, di dare un occhio al film capii che mi ero perso molto. Il “documentario” altro non era che una meravigliosa presa in giro dei gruppi rock più famosi e dei loro atteggiamenti deliranti, una perla di umorismo inglese che in Italia non ci sarebbe mai stato permesso di trasmettere.
Qualsiasi sedicente artista di qualsiasi sedicente casa discografica si sarebbe immedesimato nelle vicende o si sarebbe sentito coinvolto facendo partire le prime querele…se ci fosse qualcuno tra di voi che non ha mai avuto la possibilità di vederselo, lo consiglio vivamente. Non solo perché ci saranno momenti di pura ilarità non volgare che è rarissima, ma perché lo ricordo come la mia àncora di salvezza verso un declino che mi avrebbe portato sicuramente altrove, tanto ero deluso dai miei interlocutori. Spinal tap mi fece capire che non ero l’unico a ridere di costoro ma che avrei potuto continuare a godere dell’arte compositiva e interpretativa dei soggetti, riuscendo al tempo stesso a dimenticarmi della loro ridicola apparenza. Aveva ragione Zappa : l’umorismo non fa parte della musica e su e con la musica non si può scherzare. E rock, fusion, blues e country, punk e progressive e mille altre sigle che vi possano venire in mente non ne conoscono il significato. Con alcune rarissime eccezioni che sono quelle che permettono a noi, poveri appassionati, di continuare a credere in un carrozzone di imbecilli. Quali? Beh, si contano sulle dita di una mano ma per alcune di esse vale la pena di soffermarsi. Tralascio l’approfondimento di Zappa che, per antonomasia, è il Maestro del Contromano, dell’Irriverenza, dello Sberleffo Intelligente. Il tutto condito da note che, ahimé, solo un giorno saranno scoperte come l’unico esempio di musica contemporanea. L’America, come ebbi a dire mi pare, in una recente riflessione, ha partorito il più luminoso compositore del ventesimo secolo e non se n’è accorta. Ma Zappa è una religione per me, non intrattenimento, e dunque lo salto a piè pari, attendendo di trattare di religioni, appunto, per inserirvi la mia…
Faremo un breve cenno ai Gong, quindi, la creatura di un anglofrancese a nome Daevid Allen, un allampanato chitarrista, oggi un incredibile 73enne dotato di una vitalità invidiabile che, in preda ad una sorta di delirio artistico-musicale, nel 1966 ebbe la visione del Pianeta Gong e decise di narrarne le vicende qualche anno dopo. La storia : a un allevatore di maiali egittologo viene venduto un misterioso orecchino in grado di captare le frequenze di Radio Gong, una radio invisibile, e dei suoi messaggi; è a causa di uno di questi che il protagonista ed un amico si recano in giro per il Tibet dove incontrano Banana Ananda lo Yogi della Birra. Ma è Zero, l’eroe della storia che incontra prima un Pot Head Pixie, ossia un folletto a testa di teiera che lo introduce a Yoni, la strega buona incarnatasi in un gatto. Giunto sul pianeta e introdotto alla dea della Luna, Selene, Zero giunge all’unico Tempio Invisibile del pianeta dove gli viene mostrato l’Uovo dell’Angelo che altro non è che la reincarnazione dei 32 Dottori dell’Ottava. Ma è l’unico dottore residente sulla Terra che gli dona il potere del Terzo Occhio, con cui Zero, tornerà a casa allo scopo di organizzare un concerto in grado di donare pace al nostro pianeta; ma Zero si perde nei piaceri terreni della Torta di BananaLuna e viene costretto a vivere in uno stato simile a quello descritto dalla reincarnazione buddhista. Ecco, se e quanto il thè di Allen sia in realtà un thè di funghi allucinogeni non ci è dato sapere, anche se poco dubitiamo che non sia così. Questa la vicenda che ha mille altri e ben più intricati risvolti tra formaggi elettronici e teiere volanti, ma che è condita da musiche spaziali, a metà tra l’elettronica ed il progressivo, da sprazzi scioccanti di rock e da profonde immersioni nel jazz che fanno di quasi tutta la produzione del circo di Allen un esempio di creatività e divertimento allo stato puro con composizioni così uniche e personali che una volta entrati nel gioco riesce difficile uscirne.
Una seconda citazione per i Tubes di Fee Waybill, un gruppo di giovani universitari statunitensi che hanno dato tutto in quattro anni dalla metà dei settanta. L’approccio musicale dei “Tubi” era decisamente rock, anche se il vero spettacolo era vederli dal vivo. In una sequenza assolutamente teatrale, ogni canzone veniva visualizzata ed interpretata dal cantante e da alcune ballerine/attrici. Varie le impersonificazioni di Waybill, ma memorabile e fantastica, quella di Quay Lude una popstar intossicata da antidepressivi e barbiturici che in America, appunto, vengono chiamati “quaaludes”, da cui il nome del soggetto. In tacchi di cinquanta centimetri in perfetto stile “glam”, con i capelli colorati e vestito di lamè argentato, Quay Lude occupava l’ultima mezz’ora dello spettacolo, dimenticando i testi delle canzoni, interrompendole a metà, vomitando e svenendo sul palco. Una corrosiva caricatura dell’ambiente rock and roll vista dall’interno. Sesso, violenza, sport e cattive abitudini erano parte del resto degli spettacoli. Troppo intelligenti e troppo onesti per un mondo che li amò per poco tempo e li abbandonò stufo di vedersi rispecchiato nei loro concerti. La verità, troppo spesso, uccide.
Vorrei solo ricordare il meraviglioso avvio decadente e ironico dei primissimi Roxy Music, quelli di una quadrilogia di album uno più affascinante e unico dell’altro che hanno rappresentato una fonte inesauribile per i “serissimi” protagonisti del rock anglosassone degli anni ottanta cui, evidentemente, i testi del singolo con cui i Roxy avevano esordito, Virginia Plain, non aveva fatto capire proprio niente…”Fammi un contratto e dammelo subito/impacchettato e firmato/io lo prenderò immediatamente/lo mostrerò al mio manager sperando che non lo butti/ perché siamo stati troppo tempo in giro/sperando nel colpo di culo…”. E la musica! Una giga, una sorta di tarantella rock, con la voce ubriaca di Bryan Ferry a cantare testi intelligenti e nuovi, con il resto del primo disco che inventa dal nulla il rock decadente, l’Araba Fenice rincorsa da secoli. E un solo cenno minimale ai Dread Zeppelin, un gruppo rock nato per suonare esclusivamente brani dei Led Zeppelin in versione reggae, cantati da un cantante grasso e vestito come Elvis Presley e che, come lui, impersonifica e stravolge le canzoni come se fosse davvero Elvis a cantarle! Tortelvis, questo il nome del personaggio che, finita la curiosità per gli Zeppelin, ha deciso di mettersi ad interpretare i grandi classici del rock, sempre con il medesimo stile. Ed i medesimi tempi reggae. E la medesima eccellente tecnica interpretativa.
No, in verità nulla a che fare con la sterile seriosità dei “veri” cantanti del “vero” rock, pieni di se e dei propri atteggiamenti. Ma è solo grazie a queste boccate d’aria fresca che possiamo continuare a far finta di credere a quelli veri e magari di comperare i loro dischi. Ogni tanto, non sempre.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
IL DECLINO DELLA CIVILTA’ DELL’OVEST PARTE 1 E MEZZA
Riassunto delle puntate precedenti: una mandria di discografici si distrae mentre si concentrano in sempre meno aziende milioni di prodotti e vengono introdotti nuovi e più tecnologici supporti. Credendo di essere furbi si porta acqua ai mulini sbagliati e si prende sottogamba la potenza crescente di internet….Bene. Bene?…. Diciamo che c’è chi si sveglia prima degli altri. Io ho sempre sperato di averlo imparato a fare, ma mi è capitato di aver sbattuto il muso contro qualcuno che aveva visto moooolto più lontano di me. Inverno 1990, presso degli studi televisivi discuto con tal Lucio Dalla, cantante e autore, di un progetto comune. A un certo punto della chiacchierata mi spiega dettagliatamente le future potenzialità della sua etichetta…”Tu pensa che tra breve sarà possibile scaricarsi i cd da internet e fare altrettanto con le copertine; non ci sarà più bisogno di distribuzione e tutto sarà facilitato. Ognuno potrà farsi il proprio disco da solo, a casa, e magari utilizzando brani di altri prodotti! Un cambiamento epocale!”.
Ricordo di aver guardato Lucio come il primo allenatore di Messi quando gli venne detto che quel nano sarebbe diventato un campione. In quell’anno chi possedeva una Amiga era guardato con sospetto e chi era riuscito a navigare su Netscape si sentiva un po’ come chi aveva appena saltato il Muro a Berlino, scappando ai Vopos. No, ovviamente non avrei mai potuto prenderlo sul serio, allora. Ma lo feci nel giro di un paio d’anni, dopo essere stato obbligato dalla mia azienda a imparare a lavorare su uno di quegli attrezzi neotecnologici. Oggi sono ancora qui a domandarmi come, essendoci arrivato io, non sia potuto accadere lo stesso con coloro che, dall’utilizzo di quel giochino, avrebbero perso artisti, lustro, stima e stipendio. Meno di sette anni dopo la mia considerazione un ragazzino a nome Shawn Fanning iniziava a togliere la seggiola sotto la discografia mondiale creando Napster, il primo sistema di condivisione di file da computer privato a computer privato, gratuitamente ed in tempo reale. Ma è davvero questo l’inizio della nostra slavina? No. Le crepe nel sistema si erano già ampiamente mostrate in passato quando le etichette avevano pensato essere giusto foraggiare tutti i media non-di-settore lasciando a quelli specializzati il piacere di rincorrerli.
Quindi, come avevamo appena accennato, se, ad esempio, veniva pubblicato il nuovo album di Paul McCartney, in Inghilterra, spesato e pagato, con famiglia al seguito per il weekend per assistere all’anteprima del disco, del tour, alla presentazione di qualsivoglia prodotto, ci andavano il Fegiz o l’Assante o il Dondoni. Tanto a Rockstar si sarebbero arrangiati da soli. Chissenefregava se poi, come già detto, il target, l’obbiettivo, non era quello giusto, ossia l’acquirente di dischi, quello dell’epoca, intendo, non andava certo ad informarsi sul Corriere o Repubblica…E le radio? Beh, lì la cosa era ancor più semplice. Disponendo di pubblicità, per condizionarne la programmazione, era sufficiente collegare i passaggi alla campagna. E tutti cantavano in coro. Beh, sì, vent’anni fa era più facile truffare…”Quante volte è passato Michael Jackson, oggi? Venti, forse ventidue…”, tanto come potevi controllare?
Fu con la Legge Mammì, 1992, e con la necessità per le radio e le televisioni di fornire i tabulati orari dei palinsesti che le cose iniziarono a farsi più rognose. Certo nulla in confronto ad oggi, dove un piccolo software dedicato è in condizioni di mostrare, in tempo reale cosa stia passando chi e quanto. Un controllo assoluto sulle radio nazionali, così come da oltre un decennio ne esiste uno analogo che è in condizione di fornire i dati di share, ossia di presenza percentuale di pubblico televisivo, minuto per minuto e relative frazioni condizionando definitivamente la fruizione di un programma. Ma stiamo divagando…
D’accordo, dunque, foraggiate le radio sbagliate e promossi i giornalisti superflui, cosa restava da distruggere? La televisione. Ricordo con nostalgia che le mie più frequenti incazzature derivavano dalla distruzione sistematica di un progetto basato su un interesse comune (le chiamano royalties, o percentuali sul venduto) tra emittente, casa discografica e artista, quando l’anteprima promossa e concordata veniva donata gratuitamente a tal Vincenzo Mollica, come se i venti secondi del Tg1 fossero molto più importanti di mesi su una rete specializzata. O altrove. Per non perderci l’esterno del nocciolo : mentre i media venivano gestiti a casaccio, le grandi concentrazioni erano in atto. BMG si mangiava RCA, EMI la Virgin, Warner la Geffen, Universal la Polydor e la Phonogram…in una sequenza da film horror dove i riferimenti storici, i punti fermi della promozione, della discografia ruspante, di quella che sapeva ancora creare ed inventare, soprattutto sul prodotto locale, venivano progressivamente messi da parte a favore di imberbi screanzati privi di passione.
Così Michele o Stefano, due….chiamiamoli discografici storici che avevano inventato la scuola romana dal nulla, quelli che avevano messo in piedi accoppiate di successo e si erano inventati nuovi soggetti senza ricorrere al giochino della doppia distribuzione, finivano per andare a fare un altro lavoro. Cos’era la doppia distribuzione? Già…accadeva quando c’era un’uscita essenziale per il mercato, una cosa che tutti desideravano indipendentemente dall’averla mai sentita sapendo che avrebbe venduto. Di conseguenza, ogni rivenditore ne acquisiva in quantità industriali. Ecco, in quei casi si consegnavano dieci dischi di…tizio…ogni cento di Madonna. E chi voleva cento album di Madonna doveva prendersi in collo (…senza resi, grazie!) i dieci di Tizio il quale, dopo una settimana, ignoto ai più, scalava, di conseguenza, le classifiche e si beccava un disco d’oro. Promozione gratuita. Perché quello che conta è la distribuzione, che è certificata, mica l’avvenuta vendita… D’oro? Forse di cartone, perché le asticelle delle tre medaglie al merito della distribuzione, oro, platino e diamante, sono oggi, rispettivamente a quota 30, 60 e 300 mila. A 120 c’è il cosiddetto Doppio Platino. Tenendo presente che solo qualche anno fa erano oltre il doppio. Misure abbassate per permettere di continuare ad assegnare i premi…E giusto per aiutarvi a capire il rapporto di forze, negli Stati Uniti i riconoscimenti arrivano solo a 500mila, un milione, dieci milioni. Ricordate quando facevamo cenno alle imposizioni su artisti provenienti dall’estero? Ecco, andateglielo a spiegare voi agli americani…Artisti dormienti, discografici sopravvissuti e promoter dai facili guadagni (…no, i nomi non posso proprio farli…), si dedicavano quasi esclusivamente alla distribuzione di cd, alla organizzazione di comparsate al Maurizio Costanzo Show, alla produzione e dazione di improvvisati videoclip, la manna della promozione, il giochino che, con pochi milioncini di vecchie lirette, ti piazzava in tv De Gregori come l’ultimo degli scalzacani da mattina a sera. Il criceto faceva girare la ruota delle vendite quasi senza regalargli neppure i semini…
Tutto qua. Era nei pochi momenti di pace, quelli in cui ci si poteva dedicare alla organizzazione e produzione di programmi ed eventi che ti lasciavano il senso di speranza di esser riuscito a combinar qualcosa di buono per il pubblico, che si guardava alla situazione esattamente come i danzatori della casa degli Usher guardavano passare tra di loro la maschera della Morte Rossa. Alcuni eroi tentavano di mantenere in mano il bandolo della matassa mentre gli altri correvano verso lo strapiombo, ridendo. Perché ci siamo dimenticati dell’oggetto del desiderio, il cd. Così, mentre i sedicenti artisti si contorcevano nella speranza di riempire ottanta minuti di plastica che avrebbero venduto al doppio del vecchio album con costi dimezzati e percentuali di interesse per tutti analoghe, c’era chi, quel pezzetto di plastica, se lo riproduceva in proprio, con un euro (o duemila lire, se volete), mettendoci dentro solo l’essenziale della fatica dell’artista. A volte un pezzo o due soltanto. Napster aveva ucciso le stelle della radio. Il 12 maggio del 2002 al gruppo Bertelsmann (BMG/RCA) non restava che comprarselo per otto milioni di dollari e tirarlo in cantina dato che nessun tribunale avrebbe mai potuto avere pari velocità rispetto al crollo delle vendite. Sperando che non ne nascesse uno dopo una settimana. Ci sono voluti un paio di giorni…Buffo sapere adesso che in questi giorni, Fanning abbia ipotizzato di comprarsi la Warner Music, ossia la casa discografica che gli aveva fatto la guerra più spietata di tutte. La vendetta di Chunga.
Ma sostenere qui che il solo download e la più assoluta mancanza di lucidità nella gestione delle nuove tecnologie da parte di chi le aveva create siano all’origine , da sole, del deserto che ci circonda sarebbe presuntuoso. Le tecnologie cambiano, mutano. Ed anche se non diventano per forza migliori dal punto di vista dell’arte – un giorno parleremo dell’Arte contenuta non solo all’interno di un disco, ma anche al suo esterno! – possono diventare migliori dal punto di vista della fruizione e della praticità. Ed il cd avrebbe veramente potuto contribuire alla diffusione della musica, con la sua facilità di trasporto e inesistenza di deperimento. Meno Arte, maggior praticità in stile terzo millennio. Un pane, quindi, cento volte migliore di quello dei nostri nonni, che anche costando il triplo dura di più. Ma se contemporaneamente concediamo la possibilità al cliente di farselo da solo a prezzi dieci, venti volte inferiori e come e quando vuole…beh, forse non troveremmo più molti panificatori in circolazione. La crisi ha nella scomparsa dell’offerta all’interno dei media fondamentali, nella distruzione dei supporti destinati all’ascolto e, ultima ma non ultima, nella crisi generazionale della creatività, il passaggio da slavina a valanga. Quando i nostri anni finivano in “teen” in inglese, potevamo accendere la radio, la sera, e ascoltare suoni incredibili. I programmi c’erano. Tra le pieghe della giornata, il beat ed il pop emergevano in mezzo all’italianità condizionante. In televisione si faceva scempio di molte cose, ma talvolta facevano capolino immagini incredibili. Nei concerti no. La “musica era nostra e non la pagavamo!”. Per cui per molti anni fummo oscurati. A casa avevamo, tra mille risparmi e equilibrismi economici, impianti stereo da cui uscivano note che aprivano i cuori e che ci facevano distinguere una chitarra acustica a dodici corde da una a sei, un sax tenore da un alto, una batteria elettronica da una classica. I ragazzi di oggi, se pure esistessero ancora prodotti meritevoli di lode, come potrebbero sperare di apprezzarli? In radio non si parla più di musica: la si usa per lanciare il proprio ego o per staccare tra un discorso idiota e l’altro. Brevemente. Necessario quindi ricorrere a brevi intermezzi, di evanescente sostanza sotto controllo totale, come abbiamo visto. A casa non esistono più gli impianti: ci sono i computer – che non suonano, fanno rumore – gli Ipod, che ti rincoglioniscono senza lasciarti apprezzare nulla delle tonalità medio-basse, e mini impianti che paiono più scatolette di formaggio francese e suonano come il canto di un ubriaco in un ascensore. Dentro? Dentro il vuoto più assoluto. O quasi. Perché se Giambattista Vico aveva ragione, adesso siamo in una di quelle epoche in cui stiamo attendendo il ritorno di un corso storico. E ci giriamo i pollici. La fantasia, la creatività, l’innovazione, la ricerca e la sperimentazione degli anni sessanta e settanta è sfumata, ed oggi, i nomi che potremmo elencare non sono più la regola, ma l’eccezione. A quei tempi era esattamente il contrario.
Ed il mercato stesso, agonizzante e asfittico, lo sa. Al punto che le uscite importanti sono oggi le riedizioni dei classici proprio di quegli anni. Costosissime, abbellite, infarcite. Musica per anziani, senza speranza che i giovani – cui la musica dovrebbe essere destinata d’istinto – possano scoprirla, ascoltarla o leggerne perché non vediamo dove e come. C’è luce in fondo al tunnel? Forse. Nel passaparola, nella voglia di tanti di tornare “ai vecchi metodi” sui giornali, nelle radio, in televisione. Nel desiderio di non far dimenticare, nella passione di passare un testimone. Mentre intorno tutto crolla e la Morte Rossa avanza. Esageriamo? Può darsi, ma leggiamo le illuminate parole di Emma Marrone, solo due giorni fa a un acuto giornalista di un noto quotidiano : “…adesso voglio dedicarmi a cantare, a suonare…nei tour, ai concerti. La televisione è stata la gavetta, adesso voglio imparare a volare!”. C’è stato un tempo in cui prima si cantava, si imparava a suonare, si provava nei piccoli club, si girava dove possibile e, quando si era raggiunto uno status, si andava in televisione. La fine della strada. Oggi è la televisione che ti fa fare gavetta, per mesi, a spese della nostra stabilità mentale. Fine dell’intervista, il giornalista sorride e ringrazia. Non nota nulla perché…. adesso è la coda che muove il cane. Ed è giusto così.
Giancarlo Trombetti
“Contromano“
















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