CEFALU’, LA RIVOLUZIONE DELL’INCANDIDABILE SGARBI

by · 6 maggio 2012 · Categoria: Contributi 
11 Commenti

Cefalù. Il candidato sindaco Sgarbi è stato dichiarato incandidabile dal Tribunale di Marsala e dalla Corte d’Appello di Palermo. Egli con sovrana indifferenza non ritira la sua candidatura. Il Sindaco di Cefalù e il Prefetto di Palermo chiedono al Presidente della Regione Sicilia il rinvio di quindici giorni delle elezioni per ristampare le schede elettorali senza il nome di Sgarbi. Il presidente Lombardo, disturbato nella sua olimpica maestà, risponde di no.

Sgarbi se la ride, intensifica la sua campagna elettorale. La casalinga, il contadino, l’elettricista, il comune cittadino insomma, si ritrovano in cabina elettorale alle prese col magnetismo della parola Sgarbi stampata sulla scheda, magnetismo elevato all’ennesima potenza per il can can suscitato dai divieti e dalle accanite polemiche susseguenti alle pronunce giudiziarie. Tié, un bel per su Sgarbi, così imparano questi politicanti di paese che pensano solo a se stessi! Sgarbi trionfa, la sua annunciata rivoluzione l’ha catapultato sulla mitica poltrona di Sindaco di Cefalù. I sostenitori portano Sgarbi sulle loro spalle come su una sedia gestatoria. Lui fulmina il pubblico plaudente col suo sorriso smagliante, salutando con una mano e avviandosi con l’altra freneticamente i capelli ribelli più che mai. Scoppia la guerra delle intimazioni, dei ricorsi, delle diffide, dei cortei in favore e contro Sgarbi, il municipio è sbarrato da reparti di carabinieri e poliziotti affluiti da mezza Sicilia. Sgarbi dichiara con voce maschia in Piazza del Duomo che la sua rivoluzione è iniziata ma non è compiuta. Finirà dopo la completa vittoria sulla canea di legulei e tribunali scatenata contro di lui dai nemici del popolo sovrano.

Antonio Carollo

DIDALA, ANIMA GENTILE

by · 27 aprile 2012 · Categoria: Contributi 
Lascia un commento

Didala, partigiana per amore”,  potrebbe essere il titolo di un racconto lungo o di un film sulla Resistenza in Versilia centrato su Didala Ghilarducci e Ciro Bertini (“Chittò”); ci vorrebbe uno scrittore come Beppe Fenoglio o un regista, come Mario Monicelli, per rendere in tutto il suo significato la storia vera, profondamente umana, intrisa d’amore, di coraggio, di dolore, di questi ragazzi.

Tutto inizia nel 1936, lei, quindici anni, una fanciulla in fiore dai lunghi capelli ondulati, un viso dolce e intelligente, studentessa alle “Medee”, figlia di un marinaio imbarcato; lui, sedici anni, un robusto ragazzo occhialuto, gioviale e intraprendente,  studente al Liceo Classico, figlio di un affermato avvocato. Facevano i giri più strani per potersi incontrare, all’uscita dalla scuola. Si rifugiavano in casa dell’amica Nereide Bertuccelli per stare insieme e fare quattro salti, sempre in compagnia delle amiche di lei e del gruppo dei compagni di scuola di lui, Sergio Breschi, Delfo Pivot, Vezio e Valerio De Ambris, Ninì Ciuffreda, Adelmo Del Frate, Athos Del Magro, Ario Papi (saranno tutti partigiani). Non secondaria è la figura del professore di filosofia Giuseppe De Freo, un antifascista che nei bui anni ‘Trenta parla ai suoi allievi di libertà, democrazia e giustizia sociale durante le gite domenicali sulle Alpi Apuane.

La storia si snoda con il fidanzamento in casa (“Se mi vuoi manda la tu’ mamma a casa mia”), i dispetti e le azioni contro le autorità fasciste, come la bastonatura al figlio del Duce e l’imbrattamento della targa della Casa del Fascio; il servizio di leva di Chittò a Napoli, il matrimonio in tempo di guerra, il suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito repubblichino dopo l’8 settembre, la fuga in montagna dei due giovani sposi con il loro figlioletto di pochi giorni in braccio.

E poi, la vita sui monti, i disagi di una sposina con un bambino da allattare e accudire dormendo sotto i castagni, la formazione “Marcello Garosi”, gli altri compagni Giancarlo Taddei, Gustavo Rontani, Lloyd e Antonio Calvano, Giovannino Maffei, Ardito Biancalana, “Bori” Biancalana, Sauro Bartelloni, Emilio Jacomelli; le operazioni per assicurare i collegamenti e le segnalazioni per i lanci di viveri e armi da parte degli aerei alleati, le rappresaglie tedesche, la cattura e l’evasione di Sergio Breschi dal carcere di Pisa, le uccisioni, l’umanità di un commissario repubblichino, Milano Giannecchini, che aiutò Didala a sfuggire ad un rastrellamento.

Didala seguiva il suo uomo, senza paura, con dedizione, svolgendo compiti di comunicazione con le altre formazioni partigiane. Poi, improvvisa la tragedia: Chittò, Giancarlo Taddei e Gustavo Rontani caddero in un agguato teso dai tedeschi mentre erano in perlustrazione. Erano disarmati per evitare eventuali rappresaglie contro i civili. Rontani riuscì a fuggire. Chittò e Taddei furono uccisi a freddo; i loro cadaveri rimasero sul terreno per giorni.

Ciao, Didala, anima gentile.

Antonio Carollo

CESARE GARBOLI, UN CRITICO A PARTE

by · 11 aprile 2012 · Categoria: Persone 
4 Commenti

L’11 aprile ricorre l’ottavo anniversario della scomparsa di Cesare Garboli. Egli appartiene alla straordinaria schiera di grandi scrittori e artisti che la Versilia ha donato all’Italia e al mondo. Come altri osservatori, considero Garboli, più che un critico sui generis. Negli ultimi anni di vita più volte egli accennò ad una sua personale ricerca di identità come letterato. Si diceva certo di non essere un critico. Gli mancava il ricorso ad un metodo. La teoria, la critica letteraria come scienza, gli erano estranee. Possedeva un forte intuito estetico, ma non cercava il bello, né disquisiva su ciò che è bello. Gli bastava sentire “il fiato di organismi ancora vivi e carnali”.

Diceva di non essere neanche uno scrittore perché, non possedendo una immaginazione ribollente, gli mancava la capacità di dare credito alle proprie invenzioni. Si assegnava il ruolo di lettore-interprete in quanto si limitava a “eseguire” e a tradurre nelle sue parole i testi letterari. La verità è che a Garboli più che la letteratura interessava la figura umana che sta dietro e dentro le parole della scrittura. La sua indagine sul testo si risolveva nella costruzione del personaggio-autore con l’utilizzo di frammenti del proprio vissuto, dei propri umori e sentimenti e con l’impiego della sua vertiginosa immaginazione.

Il suo lavoro non era mai una dissezione del testo ma una creazione ex novo che usava lo stesso testo come uno dei possibili indizi e come punto di partenza per l’accensione delle sue tessiture e delle fantasmagorie delle sue argomentazioni. Così avviene nel saggio giovanile su Dante dove il Poeta appare reincarnato e protagonist di una vicenda reale (Leonelli) ; così pure nel prezioso libretto dedicato al “Journal” di Matilde Manzoni; nel saggio su Molière; nei commenti a Leopardi, Pascoli, Antonio Delfini, Sandro Penna, Elsa Morante, Natalia Ginzburg; nel carteggio Longhi-Berenson. I suoi saggi e commenti sono libri autonomi, dotati di propria energia. Ad esempio, il Pascoli di Garboli non era mai emerso dalla sterminata letteratura critica a lui dedicata.

Viareggio, la patria a cui è tornato, nei suoi anni maturi, con amore discreto di figlio, gli deve molto.

Antonio Carollo

PRIMO CONTI A VIAREGGIO

by · 3 aprile 2012 · Categoria: Contributi 
2 Commenti

Il 22 luglio 1977 a Villa Paolina si inaugurò il Premio Letterario Viareggio con una mostra di disegni del pittore Primo Conti, risalenti al 1915. Riproducevano chalet, capanne, “rotonde”, bagnanti. Dopo sessantadue anni, dal suo archivio, erano venuti fuori questi disegni. Pensò subito di farne un regalo a Viareggio.Gianfranco Tamagnini, segretario del Comitato di gestione del Premio, ne fu entusiasta. Allestì subito la mostra con grande risalto pubblicitario.

Primo Conti fu co-fondatore del Premio Letterario. Alla prima edizione, nel 1929, contribuì con una serie di grandi caricature di personaggi del mondo letterario. “Una mattina ci si trovava a mare sotto quei tipici ombrelloni che Moses Levy dipingeva con gusto algerino, quando Repaci rivelò la sua intenzione di creare un premio letterario che facesse di Viareggio un centro di cultura…. Non si aveva soldi e si dovette ricorrere all’aiuto dei pittori…” racconta nelle sua autobiografia “La gola del merlo”, Sansoni Editore. Fece parte della giuria dal ’29 al ’32, poi negli anni cinquanta e sessanta.

Primo Conti, piccolino, dotato di una intelligenza scintillante, era un personaggio della Viareggio estiva degli anni dieci, venti e trenta. Era già famoso come pittore futurista. Aveva una folta capigliatura e vestiva con l’eleganza del dandy. Le signore lo marcavano stretto. Nel 1913 aveva partecipato alla Mostra “Promotrice” di Firenze del primo futurismo, divenendo membro autorevole del gruppo fiorentino futurista.

Nel 1927, dopo una delusione amorosa, scappò da Firenze, trasferendosi a Viareggio. Acquistò una villa in via Carrara. Ben presto ne fece il centro di attrazione di artisti, scrittori, scienziati. Nelle ore più piccole della notte vi si potevano incontrare divi famosi come Fregoli, Zacconi, Petrolini, Dina Galli, Gandusio, Memo Benassi, Tina Di Lorenzo. Massimo Bontempelli, praticamente visse in casa sua per molto tempo, andando in pensione solo per dormire. Per cinque anni a
Viareggio Conti visse una vita piena, facendo il bohèmien ma lavorando intensamente. Tramite Bontempelli divenne amico di Luigi Pirandello , che passava lunghi mesi a Viareggio alloggiando all’Hotel Royal. Il racconto di questa amicizia è particolarmente interessante.

Antonio Carollo

SIRIO GIANNINI, SCRITTORE VERSILIESE

by · 29 marzo 2012 · Categoria: Persone 
Lascia un commento

Sirio Giannini, scrittore dell’alta Versilia, è sempre vivo nel cuore e nella memoria di chi ne conosce la figura e l’opera. Ha saputo raccontare la dura vita della propria gente con misurata passione, attraverso un linguaggio schietto e semplice. Egli nacque a Corvaia di Seravezza nel 1925 da una famiglia piccolo-borghese Seguì studi regolari fino alla Scuola di avviamento professionale. Nel luglio del 1944, per evitare i rastrellamenti dei tedeschi, la sua famiglia si rifugiò in una cascina del parmense. Qui Sirio visse lavorando da bracciante.

Dopo il ritorno a Seravezza, nel giugno 1945, si dedica a vari mestieri: renaiolo, meccanico, rappresentante di medicinali. A vent’anni inizia a pubblicare articoli e racconti. I suoi scritti sono richiesti da giornali e riviste letterarie. Nel 1953 vince il Premio Firenze con il romanzo “Prati di fieno”. Nel 1957, con “La valle bianca”, ottiene il premio Hemingway nella cui giuria siedono scrittori e critici del calibro di Dino Buzzati, Eugenio Montale, Giacomo Debenedetti, Fernanda Pivano, Elio Vittorini. I due romanzi sono pubblicati da Mondatori, nella prestigiosa collana della Medusa. Alla fine del 1959 Giannini ha pronto un nuovo romanzo, “Dove nasce il fiume”, ma improvvisamente, il 26 gennaio 1960, muore a Firenze durante un intervento chirurgico al cuore.

Nei “Prati di fieno”, ispirandosi alla sua esperienza in Val Padana, Giannini racconta la storia di un contadino, Andrea, che con coraggio, sfidando i pregiudizi di parenti e amici, prende con sé un bambino orfano e con amore ed abnegazione lo avvia alla vita, mentre giorno per giorno deve lottare per la sopravvivenza. Ne “La valle bianca” rappresenta il dramma di un gruppo di cavatori, che affronta immani fatiche e pericoli per strappare alla montagna un minimo di benessere e un barlume di speranza per una vita normale. Nel romanzo “Dove nasce il fiume” descrive il progressivo abbandono di un paesino di montagna e la tristezza dell’esodo forzato di boscaioli e carbonai verso città sconosciute.

Il mondo di Giannini è popolato da gente umile, sempre in lotta con la natura e le avversità, mai vinta, animata da una forza interiore, ricca di una sensibilità rude e solidale; in esso l’amore (in ciascun romanzo si svolge una delicata storia d’amore), il dolore, il desiderio di vita, la solidarietà, il coraggio, sono trattati con scarno ed efficace  realismo. Male fa la distratta editoria di oggi a non tornare su queste opere. Non se ne pentirebbe. Nella narrativa di Sirio Giannini non smette di pulsare la verità della vita.

Antonio Carollo

NON E’ GIUSTO

by · 24 marzo 2012 · Categoria: Contributi 
13 Commenti

Sospiro di sollievo. Ero sul punto di ritirare la mia fiducia a Monti. Se, per la riforma della disciplina del lavoro, fosse uscito da Consiglio dei Ministri un decreto-legge, anziché un disegno di legge, la nave-governo sarebbe andata ad incagliarsi, a mio avviso. Negli ultimi giorni Monti e Fornero avevano dato piccoli, ma preoccupanti, segni di arroganza dicendo che la riforma si sarebbe fatta anche senza l’accordo. Le leggi le fa il Parlamento, con il concorso del Governo, ma sentirselo ripetere come un refrain non è simpatico. La materia del lavoro è fondamentale. Un indirizzo contrario agli interessi dei lavoratori potrebbe giustificare anche la caduta del Governo. Siamo in stato di emergenza, l’equità, tante volte evocata da Monti, è più che mai d’obbligo. Forse dobbiamo ringraziare l’infaticabile Napolitano se stasera non siamo sull’orlo di una crisi di governo. Non è giusto. Monti certe cose dovrebbe capirle da solo. Non è bene spingere il Capo dello Stato ad esporsi più di quanto abbia fatto finora.

Antonio Carollo

“COSI’ E’ (SE VI PARE)”

by · 20 marzo 2012 · Categoria: Contributi 
Lascia un commento

Oggi, alle 21,15, al Teatro Comunale di Pietrasanta si alzerà il sipario su uno dei capolavori di Luigi Pirandello, “Così è (se vi pare)” per la regia di Michele Placido, interpreti Giuliana Lojodice, Pino Micol, Luciano Virgilio. Tre personaggi arrivano in una cittadina di provincia, reduci dal terremoto della Marsica. Sono un funzionario di prefettura, la moglie e la suocera. Subito vengono notate delle stranezze. Non vanno a vivere tutti insieme. La Signora Frola, la suocera, prende alloggio al centro; i coniugi Ponza vanno a vivere in un anonimo palazzo di periferia. La giovane sposa non esce mai di casa. Sembra che, in assenza del marito, resti chiusa a chiave. Non ha contatti con l’anziana madre; può scambiare solo dei bigliettini che vengono calati con un cestino da una finestra nel cortile. Si scatena la curiosità della società piccolo borghese della cittadina. Messa alle strette, la Signora Frola rivela che il genero è un povero pazzo; tiene segregata sua figlia Lina credendola, però, la sua seconda moglie. Viceversa il Signor Ponza accusa di pazzia la suocera perchè si ostina a scambiare l’attuale sua moglie, Giulia, con la figlia Lina, morta invece durante il terremoto. Dove sta la verità?

La commedia, o la parabola come la definisce lo stesso autore, è ricca di colpi di scena che si susseguono con ritmo incalzante, seguendo l’onda delle opposte convinzioni acquisite dal coro di piccoli borghesi a seconda dell’ascolto dell’uno o dell’altro racconto dei due protagonisti; si chiude con un finale a sorpresa. Il dramma sta, più che nel contrasto tra individui, in quello tra il gruppo dei benpensanti e la triade, Signora Frola, genero e figlia, immersi nel mistero di un groviglio di paure, risentimenti, ansie. In altri termini, tra l’aggressiva ricerca di verità e l’impossibilità di trovarla. Qui sta la modernità di Pirandello. Una tesi filosofica che si fa dolore, angoscia, follia, amore, attraverso la rappresentazione realistica della convulsa vita di esseri umani presi nel vortice dell’insensatezza di un mondo privo di certezze. In “Così è (se vi pare)” traspare anche il sentimento di pietas dell’autore per la condizione di solitudine dell’uomo di oggi.

Antonio Carollo

GIORGIO FALETTI E IL SUO CONTRARIO

by · 13 marzo 2012 · Categoria: Contributi 
22 Commenti

Premetto: chiunque si pone dinanzi ad una pagina bianca per scrivere una poesia o una prosa (creativa) ha il mio rispetto. E’ un piccolo miracolo vedere un uomo o una donna, mettiamo di cinquanta o sessant’anni, tentare di tradurre in parole il vortice delle proprie sensazioni, delle ansie, malinconie, desideri, vanità, dolori, gioie? Forse questo discorso vale più per il dilettante che per un professionista della scrittura. D’accordo. Però è difficile distinguere i confini.

Adesso parliamo di Giorgio Faletti. Finora si è caratterizzato come giallista. Genere che non mi è congeniale. Le mie esperienze di lettore di gialli è piuttosto limitata. Nei primi anni dell’esplosione del fenomeno Camilleri mi non fatto intrigare dal personaggio e dalla sua scrittura, di sapore maccheronico, tra dialetto e lingua (sperimentazione interessante). Poi mi sono richiuso nel solito agnosticismo poliziesco. Forse non possiedo la giusta acutezza per immergermi nei meccanismi di quella specie di indovinelli.

Giorgio Faletti è uno scrittore di grande successo. E’ amato da milioni di persone. L’ho visto diverse volte in video, sia in tv che su internet. Mi sembra una persona gradevole, simpatica, di talento (non è uno scherzo costruire un romanzo che funzioni). E’ ammirato dal critico letterario e giornalista culturale Antonio D’Orrico, che peraltro è un suo amico. Dice che Faletti è il più grande scrittore italiano, con un filino di consapevole benevola esagerazione, complice forse lo stretto rapporto intercorrente tra i due: Faletti man mano che avanza nella composizione di un libro invia i capitoli finiti al suo amico critico, oltre che all’editor .

A parte le dichiarazioni di D’Orrico, distribuite in recensioni, interviste e presentazioni, finora non ci sono stati altri pronunciamenti su Faletti della critica diciamo ufficiale. A ben vedere permane una certa idiosincrasia nei confronti del giallo. Adesso però interviene un pezzo da novanta, Pietro Citati. In un suo articolo sul Corriere ci è andato duro contro Faletti e i bestseller. Ha scritto che la loro lettura è “una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho.” Pietro Citati, critico, saggista, narratore, per diversi lustri, insieme a Cesare Garboli e pochi altri, è stato un quasi dittatore nel mondo della letteratura italiana. Si è conquistata l’elevata posizione con una serie impressionante di saggi su autori, opere e miti. Ma adesso il potere dei critici è pari a zero. Le ragioni del mercato prevalgono su tutto. Ne dà indiretta testimonianza lo stesso Faletti dicendo di sottoporre a giudizio i suoi libri all’editor della casa editrice, pezzo dopo pezzo. Si sa, per l’editor oggi la stella polare è il gusto del pubblico. Il critico di fronte alla mediocrità o tace o racconta la trama nascondendo solo il finale. Le stroncature sono rarissime; intendiamoci, utili anch’esse: servono a far crescere le vendite (se non piace al critico sarà un bel libro). Infatti dopo l’uscita di Citati “Tre atti e due tempi” di Faletti ha avuto una nuova fiammata di vendite.

L’autore tuttavia rimane sensibile ad ogni giudizio. Ho davanti agli occhi il sorriso radioso di Faletti alle parole di Daria Bignardi che gli ricordava la consacrazione come grande scrittore conferitagli da D’Orrico; e poi il suo cipiglio contrariato e sussiegoso alla lettura della critica di Citati. Ho scoperto oggi la sua esistenza, ha detto con ironia. Frase peraltro a doppio taglio: suona come disprezzo o come ignoranza del valore di Citati. Poi, all’ombra di un successo editoriale che non accenna a rallentare, si è slanciato in paragoni luminosi. Anche Walter Scott, Alexandre Dumas, Mark Twain, Charles Dickens, sono stati massacrati dalla critica, ha detto con assoluta naturalezza, facendo balenare nella mente degli spettatori schiere di lettori del XXII o XXIII secolo con in mano “Io uccido” o “Io sono Dio”.

Non ho nulla contro il giallo. Viaggerà sempre sulle ali di un consenso popolare notevole. Ovviamente c’è giallo e giallo. Anche Leonardo Sciascia vi attingeva. Ma le mode sono destinate a cambiare. Il terreno della letteratura è sconfinato.

Antonio Carollo

GOVERNO MONTI, TIMIDEZZE E UMILIAZIONI

by · 9 marzo 2012 · Categoria: Contributi 
23 Commenti

Il governo Monti deve occuparsi solo di temi economici? E’ di ieri l’altolà di Angelino Alfano su Rai e giustizia. Delle riforme costituzionali e della legge elettorale i partiti rappresentati in Parlamento si sono accaparrati l’esclusiva. Un esponente di peso della maggioranza l’ha dichiarato candidamente. E la politica estera? Gli eventi degli ultimi giorni ci dicono che la politica estera non è solo economia e Ue, comprende altro. Per esempio le relazioni internazionali per ciò che riguarda la sicurezza dei nostri cittadini nel mondo. La vicenda dei due Marò, catturati in acque internazionali dalla polizia indiana su una petroliera italiana, è politica estera.

Lo è pure lo sconcertante episodio dei due ingegneri, uno italiano, Franco Lamolinara, l’altro britannico, Chris
McManus, uccisi in Nigeria durante l’assalto delle teste di cuoio senegalesi e inglesi ai sequestratori. David Cameron ha informato Monti a blitz avviato. Nel primo caso siamo cascati come polli nella trappola indiana. Il ministro Terzi doveva dare al comandante della petroliera, dopo la sparatoria, l’ordine immediato di filare dritto e di non consegnare alle autorità indiane alcun militare presente a bordo; invece si è perso in timide dichiarazioni, equivalenti a dei veri e propri balbettamenti. Risultato: due militari delle nostre forze armate catturate e rinchiuse in carcere in un paese straniero, una unità della marina mercantile italiana trattenuta in porto. L’immagine e il prestigio dell’Italia sotto i piedi. Ben diversamente il Governo degli USA si è comportato nel caso Calipari-Sgrena in Iraq.

Ha opposto un netto rifiuto alla consegna del soldato colpevole. Nel secondo caso una bruciante umiliazione. Eravamo coinvolti in quel sequestro quanto l’Inghilterra, Ma Cameron decide il blitz ignorando il Governo italiano. Altro che incidente diplomatico! Tanto più che il nostro concittadino ci ha rimesso la vita. Monti non ne esce bene. Lo schiaffo c’è tutto, ma anche una lezione per lui e il suo Ministro degli Esteri: non si possono abbandonare a se stessi i nostri cittadini sequestrati all’estero. In questo momento dieci italiani sono sotto sequestro in varie parti del mondo. Si fa qualcosa per loro? Nessuno ne sa nulla.

Antonio Carollo

CARNEVALE, NECESSARIO UN BAGNO DI REALISMO

by · 22 febbraio 2012 · Categoria: Contributi 
3 Commenti

Carnevale 2012.  Tre domeniche di neve e pioggia; martedì grasso con ingresso gratuito: un bel sole. Sembra che il tempo si diverta a fare dei dispetti. Non si diverte il bilancio della Fondazione. Incrociamo le dita per i prossimi corsi. Quest’anno saranno sette, si sono aggiunti i due giorni del primo weekend di marzo. La città sembra aver digerito questa novità imposta da ragioni di cassa. C’è stato qualche accenno di polemica, ma con Giove Pluvio non si discute, e neanche col dio denaro. Non è mancata qualche proposta di modifiche nella
programmazione dei carri e nei tempi di uscita dei corsi, proposta subito contestata, come è ovvio che sia in un ambiente sensibile e assai reattivo sulle questioni che riguardano il Carnevale. Non discuto le decisioni prese, a questo punto mi sembrano obbligate e dettate dal buon senso.

Ma la questione del bilancio del Carnevale, o, meglio, della Fondazione rimane. Sappiamo che i tempi d’oro sono passati da un pezzo. Nei prossimi anni si dovrà lottare a denti stretti per far quadrare i conti. Le fondazioni dei comuni scontano il peccato originale di non avere un fondo o capitale proprio capace di dare certezze circa la copertura finanziaria alle sue iniziative, come avviene nel settore prettamente privato.  Per la nostra Fondazione la realtà è dura perché deve contare su entrate in buona parte aleatorie (biglietti), esposte, come è, ai capricci meteorologici. Quali soluzioni? Dalla parte pubblica c’è poco da sperare. La musica l’abbiamo capita. Dagli sponsor? Entriamo in un terreno irto di difficoltà. Per attirarli la Fondazione dovrebbe essere gestita da un management degno di questo nome. Questione mille volte discussa, una o due volte malamente tentata, affogata in un mare di dilettantismo. Le ambizioni dei politici sono la tomba dell’efficienza nei servizi. I risultati li abbiamo sotto gli occhi: Carnevale, GAIA, Sea, Porto.

Rimangono i proventi della vendita dei biglietti (spero che la vergogna delle migliaia di biglietti dati in omaggio sia sparita). Allungare il Carnevale per inseguire gli incassi significa  sminuirne il valore ed il prestigio per sovrabbondanza di offerta. Bisogna stare con i piedi per terra. La chiave non può che essere una rigorosa politica di bilancio che si faccia carico delle mutate condizioni economiche in cui la Fondazione è costretta ad operare. Bisogna
condurre una lotta spietata agli sprechi e alle spese non indispensabili; si sa che le uscite per i carri non superano il cinquanta per cento della spesa; occorre buttarsi sull’altra metà per ridimensionarne drasticamente l’incidenza. Gli stessi carri di prima categoria vanno ridotti a nove, numero ritenuto da esperti e
appassionati più che sufficiente per un’ottima sfilata. La parte passiva del bilancio va rapportata all’entrata effettiva, rigorosamente predeterminata in base ai contributi e a dati medi di afflusso degli spettatori, tenuto conto di almeno due giornate su cinque di cattivo tempo.

Per quest’anno si prevede un disavanzo intorno ad un milione di euro. Una follia. Se si vuol evitare il fallimento la strada è quella delle lacrime e del sangue. Vanno fatti dei sacrifici dolorosi. Cancellare un paio di carri di prima categoria significa chiudere due aziende che danno lavoro, si sa. Ma i conti non perdonano, la congiuntura economica gioca al ribasso, nessuno ha la bacchetta magica. Il soccorso del Comune è da dimenticare, per le notizie che corrono sta
facendo i salti mortali per evitare il dissesto. La Fondazione deve fare un bagno di realismo. Non è peregrina l’idea, avanzata da qualche parte, di un team di tecnici che lavori senza esitazioni per il salvataggio della più grande manifestazione viareggina.

Antonio Carollo

CELENTANO E’ QUESTO

by · 19 febbraio 2012 · Categoria: Contributi 
6 Commenti

Sanremo 2012, sabato, ore 20,00 – Stasera ci sarà di nuovo Celentano. Non so cosa s’inventerà. Si metterà in ginocchio per chiedere perdono? Certo, la pretesa di insegnare il mestiere ai preti solo un diavolo di Celentano poteva pensarla ed esternarla. Parlare più del Paradiso e meno della vita terrena, che è nulla di fronte all’aldilà. Solo un Papa di solito parla di queste cose. Lui, tranquillo, pontifica sfiorando anche le vette di problemi teologici. Dicono che è un cattolico integralista, però nel suo integrismo sembra non includa né i preti, né i vescovi; non so se risparmia il Papa. Chissà, forse lo considera un suo pari. Adesso, umilmente, andiamo ad ascoltare la parola di un predicatore così ispirato, già consacrato da quindici milioni di seguaci adoranti.

Sabato, ore 23,30 – Celentano non si è messo in ginocchio ma a modo suo ha chiesto perdono. Ribadendo la sua idea di giornale cattolico, in modo sobrio, stemperando delicatamente la carica di presunzione che inevitabilmente risiede in essa. Non ho il potere di chiudere giornali, ha detto, ma Famiglia Cristiana e Avvenire andrebbero cambiati, anche nelle testate. Non ha tirato fuori altri argomenti. Nessun altro fuoco di sbarramento. E’ un artista vero, non può non essere intelligente, anche se la passione civile a volte gli gioca degli scherzi sgradevoli. Ha capito bene che aveva superato la striscia gialla. Dopo le parole garbate è arrivata la magia della sua musica e della sua voce, le vibrazioni di un’arte che al colore dei concetti e del linguaggio abbina la sinuosa fluidità dei suoni. Minuti di pure emozioni.

Celentano è questo. E’ il creatore e lo strumento di un’arte, chiamiamola pure leggera, che attraverso un carisma tra il serio e il gioioso avvince milioni di esseri umani. Morandi ha sintetizzato bene l’effetto di una performance inimitabile accennando alla sua personale emozione e al carattere di un Celentano che non
odia nessuno ma ama la gente, la libertà, la vita.

Antonio Carollo

CANDIDATI A SINDACO, PRIMARIE O NO?

by · 16 febbraio 2012 · Categoria: Politica 
Lascia un commento

Manca poco più di un anno alle elezioni comunali. Il centrosinistra di Viareggio appare come un arcipelago velato da una foschia che non permette di decifrarne i contorni, le vicinanze, le distanze. Il tema delle primarie va profilandosi all’orizzonte. Vediamo intanto che succede a livello nazionale. Ridefinire le norme delle primarie, questo si pensa nel Pd dopo l’ennesimo insuccesso delle due candidate sindaco dello stesso partito a Genova e la vittoria di un indipendente appoggiato da Sel.

Alcuni militanti si spingono più in là, dicono: aboliamo queste primarie, fanno male al partito e non servono a nulla. In pratica non si vuol guardare in faccia la realtà, si tenta di scaricare sul meccanismo di scelta dei candidati, le primarie, i problemi di leadership e di coesione, presenti a tutti i livelli, che agitano le diverse anime del partito. Non si riesce a porre le basi di un dibattito approfondito sul percorso e sul traguardo da perseguire, che si possono sintetizzare così: lasciarsi alle spalle ogni radice ideologica, battere i terreni nuovi del pragmatismo politico, costruire l’identità del partito improntandola alla rappresentanza e alla difesa della popolazione più bisognosa di aiuto e di tutela, dal ceto medio alle categorie meno abbienti. Si può contare sugli attuali detentori del potere all’interno del partito? Non mancano vive intelligenze.

In questi giorni, per esempio, hanno mostrato di vedere lontano bloccando la risorgente idea di fare del Pd un partito chiuso nei limiti della socialdemocrazia. Abbinare a un partito l’aggettivo democratico oggi significa voler rompere i tradizionali steccati della sinistra per immettervi le forze del centro moderato, liberaldemocratico. Tuttavia temo che si debba attendere il cambio generazionale della dirigenza. Ma torniamo alle primarie. Il Pd può giustamente vantarsi di aver introdotto in Italia il metodo delle primarie per la designazione dei candidati nelle consultazioni elettorali. Esso di per sé è l’espressione di una concezione di democrazia aperta ad una più coinvolgente partecipazione popolare. Come è noto la novità ha riscontrato il gradimento entusiasta della stragrande maggioranza degli elettori interessati. Tanto che ha contagiato la destra, infatti è probabile che le scelte del prossimo candidato premier del Pdl e del candidato sindaco Pdl di Palermo si facciano a mezzo di primarie. Da più parti esse sono definite bagni di democrazia. In Italia ce n’era bisogno. Lo strapotere dei partiti era arrivato ad un punto non più tollerabile.

Partitocrazia era la parola giusta. Lottando contro di essa si può dire che Pannella abbia costruito la sua carriera. Adesso il Pd, dopo le sconfitte dei propri candidati alle primarie regionali di Puglia e alle comunali di Napoli, Milano e Genova, sta scontando un certo smarrimento. Ma il rimedio non è modificarle, restringendo le facoltà di scelta, o addirittura sopprimerle. Sarebbe un’involuzione, una sottrazione di democrazia. Il Pd non può permetterselo. Piuttosto liberalizzarle, le primarie, togliere i paletti delle candidature preconfezionate dai vari apparati di partito; dare libero sfogo alle capacità lideristiche dei diversi aspiranti candidati; allargare la selezione, rendere incondizionata l’espressione del voto. Le dirigenze dei vari livelli, nazionale, regionale, provinciale, comunale, in questo stadio dovrebbero rinunciare a proporre propri candidati ma limitarsi a fissare dei programmi di massima su cui gli aspiranti candidati potessero costruire i programmi con cui presentarsi agli elettori. Ciò non significa rinuncia tout court: ai maggiorenti rimarrebbe intatta la loro capacità di influenza dal basso sull’elettorato, cosa del resto inevitabile. In questo modo ogni primaria avrebbe il crisma della vera democrazia, dove a prevalere sarebbe unicamente la genuina volontà popolare. L’aspirante candidato vincitore sarà il leader dietro cui si dovranno schierare i partiti della coalizione. Senza i drammi delle cosiddette sconfitte degli
apparati di partito e senza le conseguenti perdite d’immagine.

Antonio Carollo

CARNEVALE, UN ATTO INDEGNO

by · 14 febbraio 2012 · Categoria: Carnevale 
50 Commenti

Educazione, rispetto, decoro. Aggiungerei senso di appartenenza. Sono monete che non hanno corso a Viareggio? A giudicare da un episodio accaduto domenica scorsa durante la sfilata del Carnevale qualche dubbio a chi non conosce i viareggini potrebbe sorgere. Il Carnevale è una straordinaria vetrina dell’estro, della creatività, dello spirito argutamente caustico ed ironico, ed autoironico, se si considera la Canzonetta, dei viareggini. Doti che presuppongono un’intelligenza indagatrice e visionaria, una capacità interpretativa del mondo non comuni, difficilmente reperibili anche nell’arguta Toscana. Una vetrina rivolta ad un pubblico proveniente in buona parte da altre regioni e anche dall’estero. In una parola, l’immagine di Viareggio proiettata nel mondo.

Può aver posto in essa la sequenza che vede le maschere di un carro di prima categoria insultare volgarmente, con insistenza, il Sindaco che siede sulle tribune in compagnia di artisti ospiti della città? Un sindaco può essere criticato e contestato come tutti gli altri politici e amministratori (figuriamoci, è stato contestato anche il Presidente della Repubblica). Per i suoi atti o il complesso delle sue azioni, sempre beninteso nel rispetto della persona. Non certamente con insulti irripetibili, e non quando, alla presenza di tanti ospiti forestieri, rappresenta la città nel corso della maggiore e più illustre delle sue manifestazioni. Atti di questo genere sono ferite inferte alla città di Viareggio. Tutti dovremmo avere sempre presente cosa significa ancora oggi il nome di Viareggio in Italia e nel mondo.

Antonio Carollo

IL CINEMA E LA VERSILIA, ATTRAZIONE INFINITA

by · 8 febbraio 2012 · Categoria: Contributi 
Lascia un commento

Con il libro “Questo mare infinito”, prefazione di Stefano Beccastrini, edito da Aska, Umberto Guidi ci conduce per mano sui set dei 63 film girati in Versilia dal 1913 ad oggi. Il libro si legge d’un fiato, complice una scrittura vivace, tutta fatti persone cose, che scorre leggera e curiosa, rovistando negli angoli riposti della fitta e fascinosa vicenda di questa fortunata striscia di costa toscana. S’inizia col primo film, “L’isola dei beati” che Max Reinhardt girò nella pineta di Viareggio e sulla spiaggia di Massa nel 1913. La scelta del regista, scrive Guidi, fu influenzata dalla visione diffusa nella cultura europea del tempo che vedeva la Versilia come un paradiso naturale avvolto nel mito.

Nel 1916 la divina Eleonora Duse fece a Viareggio alcune prove tecniche per l’interpretazione del film “Cenere”, dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda, diretto da Febo Mari, contenente sequenze delle montagne versiliesi. La pineta di levante fu teatro di parecchie riprese esterne di “Maciste all’inferno”, interpretato dal forzuto Bartolomeo Pagano. A proposito di questo film Guidi riporta una pagina delle suggestive memorie di Krimer che da bambino andava a curiosare nei luoghi delle riprese incontrando di persona i grotteschi personaggi di quella storia fantastica. Nel 1936 Mario Monicelli gira a Viareggio il suo primo film in 35 mm, “Pioggia d’estate”, storia di un fugace amore estivo, insieme con i suoi carissimi amici Beppe, Luciano ed Ernes Zacconi, figli del grande Ermete. Lo stesso Ermete, con la moglie ed altri della sua Compagnia, viene coinvolto a coprire vari ruoli.

Come interprete femminile è scelta la bella e brillante Ernes. Il partner maschile è l’amico Raniero Barsanti, noto sulle spiagge per la sua avvenenza (diventerà supermiliardario facendo il costruttore in Venezuela). L’operatore è Manfredo Bertini, poi Medaglia d’Oro della Resistenza. Luciano Zacconi è il costumista e lo scenografo. Beppe Zacconi e Giannetto Guardone gli organizzatori. Monicelli è eletto sceneggiatore e regista per la gloria acquisita come vincitore, sia pure per un film a passo ridotto, alla Mostra di Venezia e per l’esperienza acquisita come “terzo o quarto assistente” di registi professionisti. I soldi li tira fuori Ermete; ben pochi, quasi il costo della pellicola e del suo sviluppo e stampa. Il film ha scarsissima distribuzione, ma serve moltissimo a Monicelli per fare esperienza. Dopo “La stella del mare” (1938) di Corrado D’Errico, costruito intorno al tenore livornese Galliano Masini; “Finalmente soli” (1941) di Giacomo Gentilomo, per il quale fu girata una scena nel vecchio palazzo del municipio con scalinata e colonnato dorico (la scena si concludeva lungo via Regia con un passeggio di carrozze); “La famiglia Brambilla in vacanza” (1941) di Carl Boese, commedia
ambientata in una famiglia della piccola borghesia urbana che viene sulla spiaggia di lusso di Viareggio alla ricerca di un marito facoltoso per la figlia, nasce a Viareggio nel 1946 un’iniziativa di un certa consistenza: un gruppo di cinefili, raccolti intorno alla famiglia Zacconi, fonda una casa cinematografica, Fiaba Film, per la produzione di favole per bambini; sua prima e unica produzione fu il film “Le avventure di Pinocchio” di Giovanni Battista Guardone, con Mariella Lotti, Vittorio Gassman, Luigi Pavese, Dante Maggio.

Il film venne girato al cinema Eden, in pineta, sulla spiaggia, lungo la Farabola. Particolare curioso: Giuseppe Zacconi, figlio di Ermete, si espose per sette milioni di lire e dovette vendere la casa che la famiglia possedeva in via Garibaldi. Recentemente Roberto Benigni ha dichiarato che il film di Guardone è una delle più interessanti versioni cinematografiche della favola di Collodi. Nel 1947 è la volta di “Tombolo, paradiso nero” di Giorgio Ferroni, ascrivibile  alla stagione del neorealismo; rappresenta il dramma delle ’segnorine’ che si concedono alle truppe di occupazione nella zona tra Viareggio e Livorno; l’idea venne da un articolo di denuncia di Indro Montanelli, che poi fu coinvolto nella stesura della sceneggiatura. Un film di grande successo di pubblico fu “Puccini” (1952) di Carmine Gallone, interpretato da Gabriele Ferzetti. Alcuni esterni furono girati in riva al Lago Massaciuccoli. Una delle sequenze, tra le più suggestive
del film, “è il funerale sull’acqua della servetta Delia, suicida peramore del maestro, il quale aveva respinto i suoi timidi tentativi di stargli vicina, a causa delle chiacchiere del paese”. Gli stessi ambienti saranno filmati per lo sceneggiato televisivo “Puccini” del 1972. Una delle prime prove di Sophia Loren fu la parte sostenuta in “Pellegrini d’amore” (1953), di Andrea Forzano, nelle vesti di una ballerina che si finge una nobildonna.

Gli esterni furono ripresi al Principe di Piemonte, in Darsena e in Passeggiata. “Guendalina” (1956) di Alberto Lattuada fu interamente girato tra Viareggio e Forte dei Marmi, compresi gli interni. Guidi ci parla dl talento della giovanissima Jacqueline Sassard, del nitore stilistico della regia, dei pregi della fotografia, del ruolo del paesaggio, quasi un co-protagonista della pellicola, lontano dagli stereotipi da effetto cartolina di altre opere. Nel film si vedono la pineta, il lungomare, la spiaggia, le cabine dei bagni, le darsene, via Coppino, il porto, le barche. Nella seconda parte del libro, che
va dal 1960 al 1983, spiccano film importanti come “Una vita difficile” (1961) di Dino Risi, “La bella di Lodi” (1962) di Mario Missiroli, “Frenesia dell’estate” (1963) di Luigi Zampa, “La congiuntura” (1964) di Ettore Scola, “Comizi d’amore” (1964) di Pier Paolo Pasolini, “Mondo cane n.2” (1962) di Gualtiero Jacopetti. L’episodio girato a Viareggio di “Una vita difficile” è all’altezza del miglior Risi. Umberto Guidi ce lo fa quasi vedere il film, segue passo passo i protagonisti, Alberto Sordi e Lea Massari, coglie ogni sfumatura della loro interpretazione, ci mostra i luoghi e gli ambienti che sono parte viva dei loro stati d’animo.

Negli anni Settanta si registra un certo appannamento d’immagine per la Versilia; la contestazione, il caso Lavorini, il clima politico, le tensioni sociali non risparmiano Viareggio. La città, come luogo ameno di vacanza e divertimento, perde smalto. I film girati portano i segni del cambiamento; vengono in auge il genere erotico e quello comico. Si apre la serie di pellicole come “Peccato veniale” (1973) di Salvatore Samperi, “Arrivano Joe e Margherito” (1974), “Oh, mia bella matrigna” (1976), “”Lo chiamavano Bulldozer” (1978), “Bomber” (1982), “Il petomane” (1983), “Senza vergogna” (1985”. Film di caratura opposta furono“Mordi e fuggi” (1972) di Dino Risi, che anticipava il clima fosco degli anni di piombo, “Un Amleto di meno” (1973) di Carmelo Bene, “La circostanza” (1973) di Ermanno Olmi. Nel 1982 enorme successo di pubblico ebbe “Sapore” di mare” di Carlo Vanzina, centrato sulla Versilia 1964. Ritroviamo numerosi set cinematografici
versiliesi negli anni Novanta quando l’emergere del cinema comico toscano ebbe la Versilia come luogo di riferimento per le implicazioni autobiografiche di registi e attori.

Il libro si chiude con le pagine dedicate agli ultimi set versiliesi tra cui quelli dei film “Sulla spiaggia e di là dal molo” di Giovanni Fago, “Contronatura” di Alessandro Tofanelli. Il volume di Umberto Guidi, graficamente accattivante, arricchito dalle foto scattate sui set, è un’opera unica nel panorama delle pubblicazioni sul cinema; trasuda il fascino della Versilia mitica, coinvolge con il racconto dettagliato delle vicende di ciascun set; ci fa conoscere da vicino personaggi leggendari del mondo cinematografico; illustra, con gli strumenti del critico più raffinato, pregi e difetti di ciascun film partendo dai giudizi della critica dell’epoca e dalla fortuna presso il pubblico.

Antonio Carollo

LE RAGIONI DELLA PROTESTA

by · 26 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
5 Commenti

La correzione di rotta di diversi osservatori, che hanno visto immediatamente mafia e poteri forti dietro la rivolta del movimento dei forconi, ci voleva. Le ragioni della protesta sono fondate. Come si fa a negare le disperate condizioni degli agricoltori? Ma anche di pescatori e autotrasportatori? Gli studenti hanno avuto il fiuto fino, si sono subito accodati. Anche loro hanno fior di ragioni. Gli autotrasportatori, specie in Sicilia, hanno sciupato tutto con la loro stupida propensione ai blocchi stradali. Hanno in mano dei mastodonti e credono di poter osare tutto. Il Governo su questo deve avere il pugno di ferro.

La pacifica manifestazione di ieri ha chiarito la situazione. Gli scioperanti e gli studenti devono essere ascoltati. Monti ha lasciato fare, un po’ troppo, una settimana di paralisi per una regione economicamente molto fragile è pericolosa. Ma adesso ha accolto quasi tutte le richieste avanzate da Lombardo. Realismo, non preoccupazioni elettoralistiche. La sinistra ha sbagliato clamorosamente bersaglio. Ha fatto un grazioso dono ai movimenti populisti e reazionari. Ivan Lo Bello ha perso un’occasione per tacere; ha dovuto fare marcia indietro. La mania del retropensiero contribuisce a creare confusione e a sviare dalle giuste soluzioni. Uno sciopero, anche se fatto al di fuori dalle regole sindacali, può essere ugualmente giustificato e degno di attenzione.

Antonio Carollo

SCIOPERO SI’, SELVAGGIO NO

by · 24 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
13 Commenti

In Italia si è passati dal pecorume del niente sciopero, per paura della dittatura fascista, alla sfrenata libertà dello sciopero selvaggio; non alla protesta espressa con la semplice astensione dal lavoro. Come dovrebbe essere. Gli auto trasportatori non si limitano a fermare i loro automezzi, assolutamente no, devono impedire per forza la circolazione stradale all’intera popolazione. Lo stesso può dirsi per altre categorie. Io non discuto le ragioni della rivolta degli
autotrasportatori.

Sono giuste. Sono la prova della inadeguatezza della classe politica che ci ha governato, dedita soltanto a mantenere, o accrescere, il consenso attraverso performance fittizie di sfacciato populismo,  senza preoccuparsi troppo delle esigenze e dei diritti dei cittadini. I prezzi del gasolio e delle tariffe autostradali sono divenuti insostenibili. Si aggiungano i rincari degli altri costi e le condizioni di un mercato del trasporto merci sempre più pesanti sia per i padroncini che per gli altri piccoli imprenditori del settore. Gli incidenti stradali dalle conseguenze terrificanti, provocati dai Tir per colpi di sonno dei guidatori sono sempre numerosi. La figura del doppio conducente è scomparsa definitivamente. Ma la giustificazione dello sciopero non può sfociare nel blocco totale della vita economica e sociale. Selvaggio’ è qualcosa di più che incivile. E’ violenza e sospensione dei naturali diritti di libertà dei cittadini. Uno sciopero non può assumere le dimensioni di un cataclisma per una nazione.

Gli autotrasportatori hanno in mano una forza formidabile: fermare i rifornimenti significa mettere in ginocchio una comunità, perché aggiungere i blocchi stradali ?, perché imporre con la forza lo sciopero a chi non intende farlo? L’Autorità di garanzia denuncia a parole questi eccessi ma non succede nulla. Sulle autostrade per ore e ore, per lunghissimi tratti, non si vede l’ombra della polizia. Una settimana di sciopero selvaggio ha messo in ginocchio la Sicilia, una regione già economicamente disastrata. Nessuna autorità se ne è preoccupata granché. Lo sciopero è un diritto sacrosanto, deve esercitarsi in piena libertà, ma nel rispetto dei diritti di libertà dei cittadini. Se vogliamo vivere in democrazia.

Antonio Carollo

POUND COME VIANI, UNA PREPOTENZA MISTIFICATORIA

by · 18 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
55 Commenti

L’arte di Lorenzo Viani, pittorica e narrativa, è tutta rivolta alla vicenda umana dei più deboli. In essa non c’è traccia di fascismo o dell’amicizia con Mussolini. Lo stesso può dirsi di Pirandello e di Ungaretti. Che reazione avrebbe Viareggio se un gruppo di violenti estremisti filofascisti fondasse in città un suo centro sociale intitolandolo Casa Viani? Una prepotenza mistificatoria di questo genere è avvenuta con Casa Pound, creata da appartenenti alla destra estrema, antisistema e violenta. Mary de Rachewiltz, figlia del poeta Ezra Loomis Pound, ha intrapreso un’azione legale contro questo arbitrio, per l’indebita appropriazione e l’uso improprio del nome Pound in un contesto politico lontano “dall’universo culturale del
grande poeta”.

Molti intellettuali, Belpoliti, Cucchi, Magrelli, Guglielmi, Ghezzi, Balestrini ed altri, hanno lanciato un appello a sostegno della presa di posizione della de Rachewiltzin. Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, sorprendentemente non è d’accordo. Dà ragione agli estremisti. Pound non è un grande poeta, e basta, è un grande poeta fascista, dice. E giù a dimostrare questa caratteristica con la citazione della condanna a tredici anni di prigionia per la propaganda a favore di Mussolini e il presunto
tradimento della sua patria, gli Stati Uniti. Io non so se Battista ha mai approfondito l’opera di Pound o si affida a delle reminiscenze scolastiche. Nell’articolo non parla affatto della poesia poundiana. E’ vero che, specie in Italia, si è nutrita qualche diffidenza verso il poeta per le sue esplicite simpatie nei confronti del Duce. Ma l’opera è tutt’altra cosa.

Nessun critico letterario al mondo oggi oserebbe affermare che la poesia di Pound è una poesia fascista. Siamo agli antipodi dalla retorica, dalla ampollosità, dalla superficialità, dalla violenza, sopraffazione e prepotenza fasciste, in una parola, dalla cultura fascista. L’opera di Pound è la sua poesia, i Cantos, e quella che li ha preceduti, non certamente le concioni che ammanniva attraverso la radio contro gli Alleati o le sue ossessive filippiche contro l’usura, il capitalismo e il marxismo. Pound fu un radicale innovatore della poesia di lingua inglese, in aperta rivolta contro la tradizione, proteso verso nuove scoperte tecniche ed essenze liriche sottese ad un canto epico della vicenda umana attraverso fulminee sintesi storiche. La poesia di Pound è una foresta di echi, immagini, personaggi, luoghi, simboli, richiami, ove il passato-presente-futuro fluiscono costantemente.

Il poeta vuole assicurare ad essa un fondamento storico obbiettivo secondo la sua concezione dell’epica moderna, intesa come “poesia che include la Storia”. E’ contro le cattive astrazioni del linguaggio magniloquente e fiorito; è per la laconicità e l’immediatezza della scrittura ideogrammatica cinese su un livello pragmatico ed operativo. La poesia poundiana è scarna, scabra, vigorosa, che rifiuta l’aggettivazione, fugge dall’Io romantico. Pound esercitò una influenza profonda in poeti e scrittori del calibro di Hilda Doolittle, William Carlos William, T.S. Eliot, James Joyce, F.S, Flint, Ford Madox Ford e tanti altri. Che c’entra la violenta destra estremista della cosiddetta Casa Pound col mondo culturale del grande poeta?

Antonio Carollo

COSTA CONCORDIA, LE CAUSE DEL DISASTRO

by · 17 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
39 Commenti

Impressionante la telefonata registrata tra il comandante della capitaneria di porto e il capitano della Costa Concordia. Credo sia un caso unico al mondo: il responsabile della capitaneria che ordina ripetutamente, quasi urlando, al capitano della nave di ritornare a bordo per coordinare le operazioni di salvataggio dei passeggeri. Dico: ordina, a chi?, a un capitano-coniglio?, che s’è messo in salvo quasi per primo?, che farfuglia parole impastate e alla fine dice di sì, ma non si muove? Lo stesso capitano il 17 dicembre scorso si era reso responsabile di una gravissima decisione, sempre al comando della Costa Concordia stracarica di passeggeri: testardamente, contro il parere del suo secondo, è uscito dal porto di Marsiglia in piena tempesta col vento a 50-60 miglia di velocità. Un azzardo pazzesco, tra le strettoie di un porto affollato di imbarcazioni. Nessuna autorità è intervenuta, men che meno i responsabili della Società. E il nostro capitano ha continuato a comandare con la solita aria spavalda di cui si era vantato in un’intervista ad una rivista ceca.

Adesso la nuova pazzia di una rotta che va a finire ad un centinaio di metri dalla costa dell’Isola del Giglio. Con quali criteri di selezione vengono nominati i comandanti di questi giganti del mare? Immagino non sia stata violata alcuna norma nella nomina del capitano Schettino, ma molto c’è da dire sulla sostanza di una normativa non adeguatamente rigorosa e controllata, che, ad esempio, dà troppo potere all’armatore. Negli ultimi 10-15 anni si è innescata la corsa, da parte di grandi compagnie armatrici private, alla costruzione di mastodonti capaci di trasportare 4-5.000 passeggeri. Il grande capitale ha scoperto il gigantismo su mare come chiave per la creazione di profitti altrettanto giganteschi. Le autorità marittime internazionali, i governi, hanno studiato le conseguenze di una simile tendenza sulla sicurezza nei mari, in particolare su quella delle persone trasportate? Fior di esperti dicono che queste conclamate città galleggianti, tecnologicamente all’avanguardia, non cessano di essere delle navi, soggette, come tutte le imbarcazioni, ai limiti e ai pericoli, imposti dal mare. Pericoli e limiti raddoppiati dalle eccezionali dimensioni della nave. Ebbene, non sembra che di fronte alla novità di questo sfrenato gigantismo abbia fatto seguito una adeguata revisione delle leggi internazionali di navigazione (il nostro codice di navigazione addirittura risale al 1942), in termini soprattutto di sicurezza.

Basta pensare che queste navi, alte sessanta metri, vengono accostate a piazza San Marco di Venezia, per la comodità dei turisti, che scendono e danno da mangiare ai piccioni. Revisione della normativa che dovrebbe riguardare anche l’interno delle navi, tra cui i requisiti del personale addetto alla gestione di una massa così imponente di passeggeri. La parola garanzia dovrebbe essere la domina di una normativa rinnovata. Garanzia per l’incolumità dei passeggeri. Sulla Costa Concordia era imbarcato, dopo un corso di soli quattro giorni, personale di servizio appartenente a quarantadue nazionalità. Motivo? Con ogni unità lavorativa viene stipulato il contratto tipico dello Stato di provenienza, con enormi risparmi per l’armatore. Tremiladuecento persone affidate a un migliaio di addetti neanche capaci di comunicare tra di loro. Aggiungete un comandante inadeguato ed ecco la tragedia. La fortuna ha voluto che la nave si adagiasse su uno scoglio a cento metri dalla terraferma, altrimenti il bilancio dei morti avrebbe assunto proporzioni ben più spaventose.

Antonio Carollo

COSTA CONCORDIA, INCREDIBILE ERRORE

by · 16 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
55 Commenti

Sulla tragedia della “Costa Concordia“. La crociera era slow cost (siamo in inverno), lo era anche l’ingaggio del personale di bordo a cominciare dal Comandante? La battuta è piuttosto velenosa, però dalle testimonianze dei sopravvissuti e dalle prime risultanze non è poi tanto campata in aria. Come visto attraverso le immagini televisive, sull’efficienza del personale abbiamo una duplice versione: alcuni superstiti, interrogati dai cronisti, parlano bene dell’assistenza ricevuta, altri, e sono i più, malissimo. Le cose sentite sugli addetti sono tante: parlavano solo inglese, erano filippini o di altri paesi asiatici; invitavano i passeggeri a stare dove si trovavano o a dirigersi su punti della nave risultati poi altamente a rischio; molti di loro cercavano di mettersi in salvo prima dei passeggeri; non sapevano sganciare e manovrare le scialuppe; fornivano salvagenti per bambini agli adulti e viceversa; il Comandante dava ordine di rimanere nelle proprie gabine.

Se gli ordini dati ai croceristi fossero stati docilmente eseguiti  la tragedia avrebbe avuto dimensioni ben più grandi. Non si può neanche pensare alla fine che avrebbero fatto coloro che fossero rimasti nelle gabine della parte sommersa della nave. Invece la gente ha seguito l’istinto, la nave s’inclinava sempre più ed essa si accalcava sul ponte meno esposto a immediato pericolo, pronta a saltare sulle scialuppe di salvataggio che in modo maldestro piombavano addirittura addosso alle persone. La nave si è arenata su un fondale basso a pochi metri dalla riva dell’. Se un merito ha il Comandante è quello di aver fatto finire quel gigante del mare vicino alla costa consentendo così ai soccorritori di operare con tempestività ed efficacia. Ma questa manovra, a quanto pare indovinata, non può oscurare la gravissima colpa di non aver rispettato la rotta prescritta: il braccio di mare tra l’Isola e le coste dell’Argentario è di sette miglia, la nave doveva passare a tre miglia e mezzo di distanza dalla riva. Invece si è avvicinata fino a qualche centinaio di metri. Il motivo?, consentire ai croceristi di vedere da vicino l’Isola, e magari salutare gli abitanti con la manina. Lo scoglio su cui ha impattato la nave non è previsto nelle mappe, ha detto il Capitano.

Ridicolo! Un comandante deve conoscere per esperienza e per i dati forniti dalle apparecchiature di bordo la situazione dei fondali, specie quelli vicini alle coste. La nave ha bisogno di acqua, non di scarso pescaggio, di sabbia o di scogli; la regola elementarissima è starne lontano. L’altra colpa, imperdonabile dal punto di vista della deontologia professionale, è quella di aver abbandonato la nave prima che molti passeggeri fossero tratti in salvo. Se questo fatto sarà accertato dai magistrati senza ombra di dubbio il Comandante, oltre che di un reato, si sarà macchiato di un atto di viltà che nel mondo marinaro porta dritto al disonore.

Antonio Carollo

BALNEARI, IL PERICOLO DELLE ASTE SELVAGGE

by · 14 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
37 Commenti

C’è una direttiva Ue che introduce il principio di concorrenza nel settore delle concessioni demaniali marittime, senza però fare distinzione tra normali spiagge e arenili di eccellenza, dove insistono stabilimenti balneari di grande attrazione turistica. Evidentemente le coste italiane non erano da equiparare a quelle che si affacciano su Mare del Nord. Il Governo, senza aver fatto nulla per far modificare i contenuti della direttiva, lavora sul decreto che dovrà uniformare ad essa la nostra legislazione.

Sono uscite delle indiscrezioni piuttosto precise sull’argomento, prontamente smentite, ma i dubbi e le ansie permangono. Monti è impegnato sui provvedimenti per la crescita economica, liberalizzazioni, aiuti per le imprese, ecc. Giusto, non c’è crescita senza il sostegno e il rilancio delle imprese. E imprese sono gli stabilimenti balneari, delle più qualificate, circa trentamila in Italia. Un patrimonio di imprenditorialità che qualsiasi governo dovrebbe salvaguardare e incoraggiare. Invece no. I legislatori di Roma non riescono a coniugare il principio di concorrenza con la difesa dei diritti acquisiti, conquistati sul campo dai balneari in decenni di duro lavoro e di investimenti. La direttiva impone le aste, essi la interpretano, a quanto risulta, nel modo più restrittivo, senza prevedere indennizzi e risarcimenti dei beni immobili e mobili insistenti sugli arenili e del valore dell’avviamento commerciale, riducendo la durata delle concessioni in misura incompatibile con l’ammortamento di un qualsiasi investimento.

Senza una corsia preferenziale temporanea per favorire il proseguimento dell’attività degli attuali titolari degli stabilimenti. Se le anticipazioni fossero fondate si perpetrerebbe una vera e propria requisizione senza corrispettivo. Il diritto di prelazione sarebbe un contentino dal sapore della beffa. L’aggiudicazione della concessione al migliore offerente senza un tetto al miglioramento, rispetto al prezzo base, aprirebbe le porte agli speculatori senza scrupoli, spesso riciclatori di denaro sporco. Col paradosso che il balneare dovrebbe acquistare ad un prezzo esorbitante  (i principi arabi o i gruppi più o meno collusi col potere mafioso non hanno limiti di spesa) un bene che per gran parte è già suo o perdere il frutto del suo lavoro e del suo impegno imprenditoriale.

Antonio Carollo

MALINCONICO, DIMISSIONI E SILENZIO

by · 11 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
8 Commenti

Carlo Malinconico Castriota Scanderberg dimettendosi da sottosegretario ha detto che torna al suo lavoro. La frase richiama alla mente quella di Berlusconi: se il Parlamento mi sfiducia me ne torno a casa, ma a quale casa?, ne possiedo venti! (sorriso sardonico). Il nostro Malinconico a quale lavoro tornerà? Al momento della chiamata al Governo era presidente dell’Audipress, membro  di tre consigli di amministrazione di società in ambito pubblico, professore ordinario di diritto dell’unione europea, titolare di uno studio legale avviatissimo. Il suo curriculum è sterminato e prestigioso: consigliere di stato, segretario generale della presidenza del consiglio, capo ufficio legislativo di diversi ministeri, presidente della FIEG, eccetera.  Le massime onorificenze al merito della Repubblica. Un profilo di altissimo prestigio. Con compensi, stipendi, indennità, redditi conseguenti, aggiungiamo.

Diciamo pure che le vacanze al luxury resort Hotel Il Pellicano di Porto Ercole se le poteva permettere (però la spesa è notevole, 1.500 al giorno, circa ventimila euro). Niente, lui, per due volte, nel 2007 e nel 2008, al termine della vacanza passa indenne dinanzi al riscuotitore del complesso turistico, mette sì le mani al portafoglio ma viene fermato, tutto pagato, nessuna domanda, via si torna a casa. Per quattro anni non se ne sa più nulla. Poi il passo fatale: accetta di far parte del Governo. Veniamo da tante tempeste mediatiche abbattutesi su membri del Governo. La vita e le opere di ciascun governante vengono passate al setaccio. Sono in atto diversi procedimenti giudiziari che coinvolgono politici e imprenditori. Uno riguarda la cosiddetta cricca, Anemone, Balducci, De Vito Piscicelli, ed altri. Ad un tratto il velo dell’oblio sulle vacanze all’Argentario del sottosegretario Malinconico viene strappato. De Vito Piscicelli decide di collaborare nel processo che lo riguarda. Tra le tante altre cose spiffera che è stato lui a pagare le vacanze  di Malinconico, per delega di Balducci.

Scoppia la bomba. Le dimissioni, per un Governo che vuole fare del rigore e della trasparenza la propria regola, sono inevitabili. Patetico ed inutile è il gesto del bonifico al proprietario dell’albergo, a distanza di quattro anni. Il clamore sul caso è al diapason. Le dimissioni sono un atto responsabile, da apprezzare, ma un uomo pubblico (anche perché M. riveste ancora uffici pubblici) non può prendere il cappello e andarsene senza dare alcuna spiegazione, dando fiato ai sospetti. Il silenzio, prima o poi, potrebbe ritorcersi su di lui.

Antonio Carollo

LA PAROLA E’ VITALITA’

by · 6 gennaio 2012 · Categoria: Contributi 
1 Commento

Ho trovato nella cassetta della posta una busta. Dentro c’era un cartoncino con  tre poesie di Franco Galletti insieme ad un’altra di Mao Tze Tung; sul retro  un bel disegno a colori di Tommaso Vassalle. Di suo  pugno: data e firma. In una poesia, parlando di un gene che allungherebbe la vita, si domanda: per farne che cosa?, nell’altra dice che quella dell’ultimo giorno di vita sarebbe una notte felice se non ci fosse il terrore della morte. I testi sono avari di immagini. Possiamo seguire solo il filo di un pensiero. Il poeta non s’interroga sul senso del fare poesia. Egli, muovendosi dall’alto della sua esperienza e maturità di vita, afferma, con lucidità, l’inutilità di uno scavo da cui affiorano alla luce parole inutili, stupide e illuse (“pensando a chissà che”), che non portano ad alcun risultato, non cambiano nulla. ù

Il mondo gli appare ripetitivo e scontato, il poeta non può aggiungervi niente. La vita stessa, pur nelle peculiarità di ciascun individuo, è come un copione che viene recitato all’infinito. Un senso, un brivido d’inanità e di impotenza attraversa le parole (e l’anima) dell’autore che sta piegato sul foglio a vergarle, scegliendole dal linguaggio di tutti i giorni. Io lettore lo vedo davvero quest’uomo, segnato dal tempo e dall’esperienza, disilluso e quasi rassegnato; sento tutto il peso di un sentimento  di smarrimento e di precarietà; mi figuro lo scorrere delle immagini di una vita. Però il poeta non è mai un vinto. La parola è vitalità. Le parole si stendono sulla carta e iniziano a vivere una loro vita; la loro densità riflette la luce della creatività concessa all’uomo.

Antonio Carollo

“Si finisce sempre” di Franco Galletti

Si finisce sempre
con scrivere la stessa
cosa, le stesse stupide parole,
un mucchio di parole inutili
pensando a chissà che. Invece
ci circonda un mondo già rivisto,
già passato, non offriamo nulla, un
copione già scritto. Come la nostra vita,
uguale a quella degli altri, ma diversa,
E’ così che va il mondo.
Da sempre.

LUCA GHISELLI E I SUOI AMICI

by · 30 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
10 Commenti

Il ricordo del poeta Luca Ghiselli ci riporta alla mitica ‘baracca ‘ della spiaggia di levante, un “meraviglioso rifugio dentro il rumore della risacca …”. Ghiselli e l’amico fraterno Mario Marcucci, verso la fine del 1930 ne fecero il loro rifugio segreto, ammettendovi poi l’amico comune Mario Tobino. Luca era un giovane alto, dal volto pallido, figlio di marinai benestanti, estraneo al lavoro dei familiari, attratto fortemente dai
libri. Il dolore per un fratello infelice accompagnò la sua adolescenza. Il desiderio di uscire di casa per stare con se stesso, in solitudine, era forte. Annotava nel Diario: “Vorrei una baracca fra le dune del Balipedio; qualcosa dove nascondermi e lavorare in serenità…”. Era un autodidatta, la sua formazione non avvenne però a caso; il suo fiuto innato lo guidava.

Scelse gli autori a lui più congeniali, Shelley, Keats, Novalis, Holderlin, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Valéry, e poi Eliot, Ungaretti, Cechov, Conrad, Shakespeare, Jojce, Kafka. Fu folgorato da Rilke. Il fluire fantasmatico delle immagini, dei pensieri, delle sensazioni del poeta che s’interroga sulla vita e sulla morte, sul dolore, sulla precarietà delle cose del mondo, placava la sua irrequietezza.

Luca guardava la bellezza che lo circondava, il mare, le dune, la pineta, le strade, le piazzette del paese, le umili persone che le abitavano, per coglierne la meraviglia del loro rivelarsi; ascoltava assorto il silenzio della baracca, il rumore del vento, della risacca. Non era solo. Due amici per la vita gli erano accanto. Guardavano, sentivano le stesse cose. Il loro sodalizio era totale, pur nella diversità dei loro caratteri: riservato e irrequieto Ghiselli, timido e sereno Marcucci, sanguigno ed estroverso Tobino.

Antonio Carollo

PECORA BIANCA

by · 27 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
Lascia un commento

In paese lo chiamavano Pecora Bianca per via del pelo albino. Era di
statura media, ben piantato, piuttosto muscoloso; aveva un carattere
allegro ed estroverso, amico di tutti; faceva il pescatore, come quasi
tutti gli abitanti maschi di San Nicola L’Arena, un borgo sorto
intorno al Castello del Principi Ganci di Butera, ma la sua passione
era il calcio, cioè fare il portiere della squadra di calcio di
Trabia; in questo era una forza della natura; agilissimo, si lanciava
da un palo all’altro; si buttava su ogni pallone senza badare
minimamente al rischio di duri scontri; la sua porta sembrava
blindata; i suoi tuffi e le sue uscite spesso risultavano decisivi per
le vittorie e per i pareggi della squadra.

I compagni di gioco appartenevano alla piccola borghesia del paese,
figli di agricoltori benestanti, impiegati, professionisti. Lui era
pescatore, figlio di pescatore: le distanze tra le classi sociali,
fuori dei campi di gioco, erano marcate, ma per lui non esistevano: le
annullava con l’innata giovialità e, spesso, con pazzesche ed
esilaranti sparate. Davanti al bar di Pinù Di Vittorio, sulla via
principale del paese (‘u stratuni), spesso si accendevano animate
discussioni sull’ultima Targa Florio e sulle partite di calcio; con
lui la discussione assumeva toni grotteschi per via dei suoi racconti
inverosimili nei quali immancabilmente con la sua forza fisica
risolveva le situazioni le più ingarbugliate. Compagni e amici se lo
portavano volentieri alle partite del Palermo, pagandogli il viaggio
in taxi e l’ingresso alla Favorita.

Negli anni Quaranta e Cinquanta Trabia non disponeva più di un campo
sportivo, come nel periodo tra le due guerre. Si giocava sul campo di
San Nicola L’Arena. Una massa di gente veniva con ogni mezzo da Trabia
e dal paese della squadra ospite seguendo le partite in
un’indescrivibile baraonda di incitamenti ed urla. Pecora Bianca era
uno degli eroi di quelle domeniche, insieme al centravanti, Pino
Pirrone  e all’ala destra Pino Parrinello, Cimino Faldetta ed altri.

Dopo una ventina d’anni lo rividi a Viareggio. Si guadagnava la vita
lavorando a giornata sui motopescherecci. Ogni anno molti pescatori di
San Nicola L’Arena, Porticello, Terrasini, Termini Imerese, Isola
delle Femmine venivano a Viareggio per la stagione della pesca .Pecora
Bianca vi aveva messo su casa con una donna milanese e un suo bambino
avuto da una precedente unione. Viveva in un decoroso appartamento
dell’ex Campo di Aviazione.

Un giorno me lo trovai in ufficio. Era venuto a protestare per non so
quale questione; dal gabinetto  del sindaco l’avevano dirottato verso
di  me. Nonostante gli anni passati lo riconobbi subito: capelli
arruffati, quasi bianchi, corporatura tarchiata, volto scavato
bruciato dal sole e dal salmastro, scarpe da tennis, un paio di
pantalonacci e una maglietta da marinaio. Mi disse: “Paolo non mi ha
voluto ricevere, ma me la pagherà, quant’è vero Iddio” – si riferiva
al sindaco. Era arrabbiato e irrequieto. Mi alzai, gli indicai la poltroncina
davanti alla scrivania ma non mi diede retta e continuò avanti e
indietro per la stanza. “Che si dice a San Nicola? “- dissi.
Si fermò di botto e mi guardò fisso in faccia. “Ma tu…”, disse.
“Io sono di Trabia; forse ti ricorderai di Nino Carollo, io sono il
figlio Antonio”. “ Come?, tu il figlio di don Ninì ?”

In un attimo mi abbracciò stretto e mi baciò. Si sedette e, con una
gioia che traspariva da ogni  poro, mi chiese, dimenticando
completamente il motivo che l’aveva spinto in municipio. “Ma che fai
qui? Sei il segretario? –Il labbro inferiore gli tremava; era
emozionato. Poi disse: “D’inverno stavamo intere settimane senza
lavoro; mare brutto, maestrale, niente lavoro. A San Nicola non c’è
più niente da fare; il pesce è scarso e pagano una miseria. Mi son
dato vita qua,  a Viareggio, e poi, sai com’è, ci sono rimasto. Ho
conosciuto mia moglie e ora sto bene. Il lavoro non manca, ma sono
pieno di dolori e voglio andare in pensione. Quei figli di puttana non
me la vogliono dare. Uno di questi giorni vado a Roma e gli rompo le
corna , a sta massa di froci. Vogliono le marchette. Ma che marchette
e marchette! A San Nicola le marchette mettevano? Dimmelo tu”.
Siamo stati più di un’ora a chiacchierare, alla fine andammo a
prendere un caffè al bar.

Da quel giorno non passò settimana senza una sua visita in ufficio.
“Lasciali andare, sono tutti falsi”. – mi diceva, riferendosi agli
impiegati che via via ci interrompevano per incombenze d’ufficio.
Si presentava con qualche piccolo problema da risolvere; ma
chiaramente era una scusa per venirmi a trovare e per chiacchierare a
ruota libera con me. Si lamentava di tutto: della pensione che non
arrivava, dei politicanti che facevano solo il loro porco interesse e
se ne fregavano dei bisogni dei cittadini, dei cani che sporcavano i
marciapiedi, degli automobilisti arroganti e maleducati.
Dopo qualche tempo gli arrivò la pensione: una cifra mensile ben
misera, poco più della pensione sociale. Smise di imbarcarsi sui
motopescherecci; ma la pensione non aveva risolto i suoi problemi
economici, dovette girarsi intorno per trovare qualche occupazione che
gli permettesse di arrotondare.

Viareggio è un porto turistico, uno dei più importanti d’Italia. Vi è
ormeggiato un gran numero di barche da diporto, yacht, catamarani,
velieri, ecc. La vigilanza su queste imbarcazioni è disciplinata da
regole severe, scritte e non scritte. Tra le concessioni al Club
Nautico, al Comune e ad un vecchio sorvegliante, le banchine erano
tutte assegnate. Non so come abbia fatto, riuscì ad ottenere la
sorveglianza di due o tre posti-barca, forse in sub-concessione
clandestina. Durante i miei giri in bicicletta lo vedevo, a volte, seduto su un
panchetto a guardare le sue barche. Intorno aveva sempre qualche gatto
che gli si strofinava tra le gambe o mangiava qualcosa da un involtino
che lui non si dimenticava mai di portare per i suoi amici felini.
Abitava vicino alla Darsena; per raggiungere il posto di lavoro a
piedi attraversava la Pineta di Levante. All’ombra degli alti pini, in
quel tratto, ormai incuneato tra le case, s’era formata una colonia di
gatti randagi dei quali era divenuto il protettore; non passava mai di
lì senza portar loro delle cartate di cibo prese anche dalle donne del
vicinato che conoscevano questo suo debole e gli conservavano i loro
avanzi.

Spesso mi fermavo a scambiare qualche parola; mi diceva: “Il gatto è
un animale nobile, ama l’uomo, ma non ne diviene schiavo; ha la sua
dignità e indipendenza”.
“Non ti viene mai il desiderio di tornare al tuo paese?” – gli dicevo-
“Ogni tanto ci torno. C’è rimasta una sorella; mio fratello sta a
Palermo. Che vuoi, ormai sono qui; però che bellezza era stare con
tanti amici! Ma non c’è più nessuno. I miei amici ora sono i gatti.”
Poi riprendeva con le sue filippiche contro gli impiegati del Comune
che non facevano il proprio dovere, contro i politici, contro i
giovani drogati, contro la gente vastasa, cioè maleducata.
“Sai una cosa?”. “Dimmi”.”Da quando i tuoi impiegati sanno che sono
amico tuo, mi salutano con rispetto. Prima neanche mi guardavano. Se
m’affaccio in qualche ufficio, subito si alzano e mi domandano se ho
bisogno di qualcosa. Però, tu stai attento. Quando ‘il gatto non c’è i
sorci ballano. Li vedo sempre fuori. Appena mi scorgono, cambiano
strada. Questi in ufficio, non fanno niente tutto il giorno. Dagli
qualche stangata!  Così si mettono la coda in mezzo alle cosce”.
“Non ci credo, è tutta brava gente”. Un giorno gli chiesi: “Dimmi di
mio padre, quando l’hai conosciuto?”.
“Quando? Da piccolo; prima raccoglievo olive. Tuo padre aveva olivi a
San Miceli, Antoniacci, ai Tre Filieri, alla Soprana, o al Brauni. Poi
diventai cutulaturi e mi facevo la raccolta delle olive quasi tutta
con tuo padre. Quanti sacchi di olive caricavamo, la sera, sul
carretto!  Tuo padre  aveva un mulo bianco, un po’ anziano; sulla
salita della Tonnara ci toccava spingere il carretto. Come paga ci
dava quel che era giusto; ci pagava sempre il sabato. In società con
due amici aveva un frantoio dove macinava per mesi e mesi. Tuo padre
era un signore; te lo dico io, non te lo dico perché sei presente, lo
dicevano tutti”.

Un giorno mi portò, quasi per forza, a casa sua. “Ti faccio conoscere
la mia signora e la casa dove abito” – mi disse con un certo orgoglio.
Salimmo al secondo piano di una palazzina decorosa. Ci aprì la moglie.
Mi colpì il lindore della persona e la cortesia naturale. Ad occhio e
croce era vicina alla cinquantina. Dopo i convenevoli Pecora Bianca mi
mostrò la casa: un ingresso, la sala, la cucina abitabile, la camera
da letto, la cameretta del ragazzo, il bagno e il ripostiglio; un
tipico appartamento viareggino di ottantacinque metri quadrati. Ci
sedemmo in sala. La moglie andò in cucina e ne sortì con un vassoio e
tre tazze di caffè. La sala era arredata con mobili di buona fattura:
un bel tavolo, una grande credenza, un altro mobile, dei quadri  di
paesaggi alle pareti, una macchina da cucire Singer; tutto era in
ordine e pulito. Sul marmo della credenza alcune fotografie
incorniciate, con lui impettito e felice, insieme a personaggi famosi
dello spettacolo, Domenico Modugno, Johnny Dorelli, Peppino Di Capri.
“Conosci questa gente?”-Gli chiesi un po’ meravigliato, e lui con un
sorriso beato: “E come no, sono tutti amici miei”.
Le fotografie erano state scattate al Gran Caffè Margherita, il locale
della Passeggiata, reso celebre da Giacomo Puccini perché vi
trascorreva dei pomeriggi giocando a carte.

Nelle serate d’estate spesso vi cantavano artisti  di gran nome,
accompagnati da una orchestrina. I gestori del locale avevano creato
un bell’ambiente: le grandi porte spalancate, tanti tavolini
all’interno e fuori, fin oltre il marciapiede; il tutto contornato da
una fila di grandi vasi con piante  ornamentali. L’orchestrina
rimaneva mezza dentro e mezza fuori, in modo da essere visibile da
ogni angolo. Quando si esibivano cantanti celebri, come Modugno ed
altri, vi era il tutto esaurito e una gran folla si accalcava sulla
strada, applaudendo con calore alla fine di ogni canzone.”Volare”,
“Vecchio frak”, “Il cielo in una stanza”, “U pisci spada” e tanti
altri pezzi mandavano in visibilio il pubblico.
Dopo l’esibizione succedeva il caos, un gran numero di fan circondava
gli artisti, per avere un autografo, per farsi fotografare, o,
semplicemente, per toccarli o sentirli parlare. Il mio amico aveva
messo a punto una tecnica raffinata e riusciva sempre a farsi
immortalare in compagnia degli artisti. Egli notò il mio interesse per
quelle fotografie; un’espressione di soddisfazione si dipinse sul suo
volto.

“Sai com’è pulita mia moglie? E’ terribile”- disse –“Guarda qua se c’è
polvere; ma questo è niente. Certe volte non mi fa entrare in casa se
non mi levo le scarpe. Te la immagini una cosa simile a San Nicola? Tu
non sai quante cose sa fare mia moglie, a mano e con la macchina da
cucire. Ha le mani d’oro. E il ragazzo? Sta studiando per la maturità.
E’ intelligente e studioso”.
Intervenne la moglie: “Mio marito esagera, qualche lavoro bisogna
farlo. Sa, mi parla spesso di lei, o un amico di Trabia, mi dice; da
quando ha incontrato lei è più contento”.
Risposi: “Signora, conosco suo marito sin da bambino; s’immagini il
mio piacere per averlo rivisto dopo tanti anni”.
“Senti”, riprese lui, “appena possibile ti porterò un barattolo di
sarde salate, ma di quelle mafiose, alla siciliana. Abiti vicino alla
stazione centrale, vero?”.
Mi accomiatai; sulle scale mi figurai in mente il rapporto tra i due
coniugi: adorazione e sottomissione da parte di lui; una certa
condiscendenza da parte di lei; insomma i pantaloni li indossava lei.
Mi venne in mente una scenetta raccontata da mio zio Pietro in
occasione di uno dei suoi ritorni a Trabia dal Canada: la sera del
giorno di nozze, una volta in camera, si tolse i pantaloni e li posò
sulla spalliera della poltroncina ai piedi del letto. La mogliettina
s’era già infilata sotto le lenzuola, le disse: “Vedi questi
pantaloni?”. “Si, li vedo, perché?”.”Domani mattina voglio trovarli
qui dove li ho appoggiati, capito?”

Dopo qualche settimana bussò a casa mia con un barattolo di sarde
salate in mano. Proprio come facevano i pescatori di una volta con mio
padre.
“Non dovevi, io non ti ho dato mai niente”.- Gli dissi.
Ci mettemmo a chiacchierare. “Ma questo sindaco cosa fa? Non gira per
la città, come fa a vedere quel che non va?”. Gli offrii un pezzo di
torta avanzato e un bicchiere di vino Chianti, che gradì palesemente.
Gli dissi: “Lascia andare il sindaco, pensa alla salute”.
Gli feci visitare la  cucina, il salone, lo studio, il giardino: lui
muoveva la testa in segno di approvazione. “Sai che hai una bella
casa?. Bene bene, diamoci in testa a questi toscani”.
Gli chiesi: “Hai lavorato alla tonnara del Principe Lanza?”
S’illuminò in volto: “Altroché!, fino a quando fu chiusa:” Mi parlò
della mattanza partendo dal momento in cui i tonni entrano a decine
nelle camere, finendo in quella terminale, la camera della morte; dai
barconi, disposti in cerchio, i pescatori con nenie e grida e gesti
cadenzati tirano lentamente le cime restringendo il campo d’azione e
sollevando la grande camera di cattura fino a fare affiorare i grossi
pesci , ormai senza scampo, in un turbinio di acque agitate, di colpi
di pinna e di coda, di guizzi e slanci fuori dell’acqua. In un baleno
i tonni sono centrati da nugoli di fiocine e di ramponi, assicurati
alle barche da robuste corde; lo specchio d’acqua si tinge del loro
sangue; una schiuma rossa schizza dappertutto. La fatica si fa
bestiale: bisogna tirare quei giganti del mare, del peso da 200 a 400
chili, fino alle fiancate dei barconi per issarli a bordo con sforzi
sovrumani e farli scivolare nelle capaci pance delle barche.

“Non esiste niente di più eccitante di una mattanza,” disse, “Tirato
su l’ultimo tonno,  era bello rilassarsi, stendendosi  sulle tavole
del barcone tra risa e grida di vittoria, tornare a riva  con il
barcone carico agitando le braccia verso la gente che aspettava sulla
spiaggia. Ero giovane allora… tutto è finito… Quel pazzo di Principe
con i suoi debiti mandò tutto in malora. Adesso al posto dei
capannoni, dove venivano ricoverati i barconi della tonnara, è sorto
un albergo. Quanto lavoro c’era una volta a Trabia! Ora la campagna
non dà più niente. A San Nicola non ci sono più lampare. Campano tutti
con le pensioni. Che belle partite di calcio; eravamo forti. Bei
tempi!. Pochi soldi, ma c’era lavoro e tanta amicizia. Ora ognuno sta
per conto suo, manco ti guardano quanto sei lungo. Sono contento per
te, occupi un buon posto”. Quando mi salutò era commosso.
Lo rividi altre volte, in ufficio e fuori. Alcuni gestori di locali in
pineta gli avevano affidato la vigilanza notturna. Tirava avanti
abbastanza bene.

Una sera rimase a guardare la televisione fino a tardi; il
telegiornale della notte trasmetteva un  servizio su tangentopoli,
l’intricata vicenda dei politici corrotti che da mesi teneva incollati
gli italiani agli schermi televisivi. La trasmissione era iniziata con
un titolone annunciante l’arresto di un politico molto noto, seguito
da un servizio che narrava i presunti retroscena e rievocava le tappe
del clamoroso scandalo. S’alzò di scatto gridando: “Bravi, così si fa!
Metteteli tutti dentro, sti cornuti!”.Lo invase  una grande allegria,
aveva voglia di parlare con qualcuno, ma erano tutti a letto; scaricò
una serie di epiteti irriferibili sui politicanti che si fanno  i
c..zi loro e non pensano minimamente alla gente che lavora e butta il
sangue tutto il giorno. Sullo schermo apparve il magistrato impegnato
in una serie di inchieste  su vicende sotterranee di personaggi
politici; aveva sul viso un’espressione soddisfatta sottolineata da un
sorriso sornione appena accennato. “Bieddu, bieddu! Schiaffali tutti
in galera!”, esclamò Pecora Bianca. Quel pubblico ministero era il suo
eroe: storpiandogli il nome lo chiamava San Pietro. Prese un bicchiere
dalla credenza: neanche l’ombra di una bottiglia di vino e di altri
alcolici; la moglie era una guardiana inflessibile: vietato tenere in
casa alcol, aveva paura che si ubriacasse. Andò a rovistare in fondo
al ripostiglio; ne venne fuori con una bottiglia di vino che stappò
riempiendo il bicchiere. “Alla salute!” e tracannò con due lunghe
sorsate. Rimise religiosamente la bottiglia al suo posto. Il
telegiornale andava avanti.

Gli cadde lo sguardo sulle due foto appoggiate sul pianale della
credenza: una bella veduta del Castello di San Nicola e una foto di
gruppo della sua vecchia squadra di calcio. Si abbassò a scrutare i
volti dei suoi antichi compagni. Chiuse gli occhi, li rivide uno per
uno nel fulgore della loro giovinezza, con maglietta, pantaloncini,
scarponi e calzettoni, impegnati in travolgenti dribbling, proiettati
verso la porta avversaria o pressati dall’azione degli avversari,
sudati e impolverati, scattanti e straripanti. Vide se stesso,
inquieto tra i due pali, gli occhi fissi sull’azione in svolgimento,
badando sempre a quel paio di giocatori veramente pericolosi perché
più furbi e imprevedibili. Sentì quasi il brivido che lo coglieva
quando all’improvviso si trovava faccia a faccia con l’attaccante
avversario avanzante verso di lui dopo aver superato l’ultimo
difensore; pensò alle sue risorse di preveggenza, astuzia e destrezza
nel cercare di confondere e mandare fuori tempo l’attaccante. Adesso
dove sono questi miei compagni?

Spense il televisore, prese il berretto e la giacca ed uscì per il
consueto giro intorno ai locali che aveva preso a vigilare. Sulla
strada lo colpì il miagolare di gatti in amore. Era una musica
struggente e sensuale, venata di pianto, che il nostro si fermò ad
ascoltare per qualche minuto. Girò lo sguardo intorno, guardò sotto
due automobili, niente; i gatti non c’erano, alzò gli occhi verso il
tetto della palazzina: forse quel canto, o quella preghiera, veniva
dall’alto; non vide niente. Accostò la bicicletta al bordo del
marciapiede e vi montò su. Lentamente cominciò a pedalare. Il canto
d’amore lo accompagnava spegnendosi lentamente fino a cessare quando
fu sulla via che rasenta la pineta di levante. Una macchina che
proveniva veloce da via del Comparini lo abbagliò per alcuni istanti.
All’altezza di uno chalet, ristorante-pizzeria, di sua competenza,
sentì un rumore sordo. Il cancelletto era aperto Appoggiò la
bicicletta alla siepe di pitosforo e fece per entrare, Non aveva paura
di nessuno; un altro sarebbe filato via a chiedere l’intervento della
polizia. Lui no. Entrò nel giardino deciso ad affrontare chiunque
fosse. Non era armato: in vita sua non aveva mai posseduto una
pistola, le sue armi erano state sempre le mani e il coraggio fisico.
Si accostò cautamente alla porta semiaperta, sentì altri rumori. Salì
lentamente i tre scalini che lo separavano dalla soglia. Tese le
orecchie, percepì dei passi, poi una cascata di sedie e di tavoli: una
voce: “Non mi riesce…non mi riesce…”.  – Sono più di uno, pensò, e io
in mano non ho niente; dovevo munirmi di un bastone o una spranga,
qualcosa; comunque sono dei ladruncoli, scapperanno come conigli -
.All’improvviso dalla porta d’ingresso, forse accortosi di essere
stati scoperti, tre giovani (fu accertato poi che non erano meno di
tre) uscirono come furie.

Pecora Bianca non esitò: si buttò su di
loro; la colluttazione era impari; riuscì ad atterrare due dei
malviventi, ma si rialzarono prontamente. Allora si slanciò verso la
bicicletta, la inforcò e pigiò sui pedali nell’intento di raggiungere
il posto di polizia. Fu inutile. Lo agguantarono e lo buttarono a
terra, sul duro asfalto del Viale dei Tigli. Uno dei malviventi gli fu
sopra, una gragnola di pugni si abbatté sul suo viso. Si divincolò
cercando di alzarsi, un colpo secco dato col calcio di una pistola gli
spaccò il cranio mentre gli altri due gli sferravano calci sui fianchi
e sulla testa.  Ricadde sul  sangue che usciva copioso dal naso rotto
e dalla ferita al capo. All’alba un motociclista si fermò accanto al suo corpo senza vita.

Antonio Carollo

ARTIGIANO DI IMMAGINI

by · 15 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
1 Commento

Su “Midnight in Paris” di Woody Allen. Sono uscito dal cinema con uno stato d’animo in bilico, tra insoddisfazione e gradimento. La trama del film è leggerina, come del resto è d’obbligo per Woody Allen. Si avvicina molto a quella di certi filmini romantici degli anni Quaranta-Cinquanta. Più che una trama è un pretesto. Woody non pensa minimamente al capolavoro, vuol fare un omaggio a Parigi, ai suoi mitici personaggi, alle sue atmosfere; sfruttare il fascino inattaccabile di una città che sta nei sogni di mezzo mondo. Non c’è Parigi senza Belle Epoque, Cèzanne, Degas, Monet, Renoir, Toulouse- Lautrec, e senza gli anni ’20 degli scrittori americani emigrati Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos, Cummings, G. Stein. Le epoche , gli ambienti, gli artisti, gli scrittori che da sempre affascinano il nostro regista. Le sue intenzioni sono subito chiare alle prime inquadrature dedicate alle più belle vedute di Parigi, piazze, monumenti, lungosenna, tetti, torri.

Poi la storiellina prende forma per immergersi ripetutamente nelle splendide sequenze del sogno ad occhi aperti del protagonista-alter ego che si ritrova a vivere la favola bella della Parigi di fine Ottocento e della prima metà del Novecento. Qui ogni inquadratura è un’opera di raffinata bellezza. Il film non ha altre ambizioni. Non è un lavoro alla Bergman che disseziona pensieri e sentimenti o s’interroga sul senso, o non senso, della vita. Woody Allen a modo suo in splendidi film ha fatto anche questo. Adesso è tempo di rilassarsi, di andare dietro ad antichi desideri, ai suoi innamoramenti, mantenendo ritmo e interesse alla sua giornata di artigiano di immagini.

Antonio Carollo

PREMIO VIAREGGIO-REPACI, RICREARE ATMOSFERA DI FIDUCIA

by · 14 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
1 Commento

Il Premio Viareggio-Repaci è diventato un enigma. Dopo la serata della premiazione 2011 al Balena praticamente non se ne sa più nulla. Il sindaco Lunardini il 3 di agosto ha inviato la presidente Bettarini una intimazione, senza alcun esito. Comune e Premio per il momento si ignorano. Luca Lunardini e Rosanna Bettarini non s’incontrano e non si parlano. Qualcuno dovrebbe ricordare al Sindaco che il Comune è proprietario della testata del Premio e alla Presidente della giuria che il binomio Città di Viareggio-Premio è inscindibile. La situazione mostra aspetti grotteschi.

La navicella del Premio si è distaccata da un approdo sicuro e si è avventurata in acque aperte e insidiose pur di sfuggire alla vista sgradevole di chi l’ha armata ed ha il diritto-dovere di seguirla e mantenerla. Quali le responsabilità? La
prima, la principale e la più evidente, è quella del sindaco Lunardini. Non doveva permettere che assessori e dirigent,i da dilettanti, direi, sorprendentemente tentassero di cassare la presidente e l’intera giuria del Premio, in barba allo statuto, dando di fatto un colpo mortale all’indipendenza culturale del Premio. Una volta sventato il colpo di mano, per l’energica fermezza della Presidente, dopo la marcia indietro del Comune, è mancata da parte del Sindaco quell’azione diplomatica, di mediazione, capace di far recuperare un rapporto di collaborazione necessario per la sopravvivenza e il possibile rilancio del Premio. Alla presidente Bettarini si può imputare l’eccessica durezza nel voler insistere in una posizione di intransigente distacco dall’Amministrazione comunale, pur sapendo che nulla è compromesso e che il Premio appartiene alla Città di Viareggio per volontà del suo fondatore.

L’opinione pubblica cittadina ha seguito con attenzione e stupore i passaggi caldi della vicenda, sottolineandone, con l’arguzia che le è propria, gli aspetti a dir poco paradossali. Si è divertita, forse anche un po’ risentita, alla cacciata dell’Assessore  alla cultura dalla sala della premiazione. Figuratevi: il rappresentante del Comune, proprietario del Premio, messo alla porta dalla Presidente. Sembra fantacronaca. Semplicemente impensabile con sindaci come Gemignani o Barsacchi, ad esempio. E’ sorta un’associazione di amici del Premio sulla quale si sta riversando l’interesse della città. Il lavoro da compiere è molto. Il vuoto che si è creato in tema di cultura è ragguardevole. Il Premio Viareggio-Repaci è un’istituzione di primo livello: fa parte del poker Carnevale-Festival Pucciniamo- Festival EuropaCinema-Premio Viareggio Repaci. Il nome della sua testata da ottantadue anni è sinonimo della città di Viareggio, in Italia e nel mondo. In assenza di iniziative da parte dell’Amministrazione comunale gli amici del Premio stanno studiando le azioni da mettere in atto per contribuire ad un riavvicinamento e al recupero di un corretto rapporto di collaborazione Comune-Premio, nel rispetto assoluto dell’indipendenza culturale della giuria.

L’Associazione, riunitasi l’altra sera, ha messo a punto le direttrici della sua attività: mantenere alto il grado di sensibilità della cittadinanza verso i problemi del Premio; destare dai loro sonni Sindaco, Assessore alla cultura, gruppi consiliari, Comitato di gestione del Premio; prendere contatti con la Presidente per agevolare un suo passo verso la ripresa del necessario dialogo con la città e con i suoi rappresentanti; contribuire alla restaurazione di un clima di fiducia e di fattiva cordiale cooperazione.

Antonio Carollo

PIRANDELLO E MARTA ABBA A VIAREGGIO

by · 7 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
3 Commenti

Nelle sue memorie, in poche intense pagine, Primo Conti parla di Luigi Pirandello, in villeggiatura a Viareggio negli anni 1928 e 1929, dell’amicizia che li legò, dell’amore del scrittore per Marta Abba, del suo lavoro, dei suoi pensieri e sentimenti. Pirandello lavorava nella grande hall del “Royal”, davanti al mare. Seduto su una seggiola, batteva sui tasti di una macchinetta portatile piazzata su un tavolino di vimini, tra il brusio delle bagnanti e le grida dei bambini. Diceva che quello era l’unico modo di sentirsi veramente solo, col suo lavoro.

Il rapporto con Marta era quasi di simbiosi: “…Marta non m’abbandonare; … Non è possibile che Tu non sia, come autrice vera e sola, in tutto quello che ancora faccio. Ma io sono la mano. Quella che in me detta dentro, sei Tu”. Al mare Marta andava con guanti neri lunghissimi, un cappello, un velo intorno al viso, un ombrello; non esponeva al sole neanche un centimetro della pelle per paura delle lentiggini. Pirandello era geloso: non le permetteva di ballare. Faceva eccezione solo per lui, Conti. Ma a volte mugugnava con Repaci: “Vedi, questa è tutta una scusa per abbracciarsi”.

Nella casa di Conti Pirandello lesse agli amici, tra i quali Leonida Repaci, Massimo Bontempelli, Lucio D’Ambra, Luigi Chiarelli, il suo “Lazzaro” appena scritto. Accettò di posare per un ritratto. Sprofondato in una poltrona, stava immobile, mentre il pittore scrutava quella sua maschera piena di dolore per le sue vicende familiari, ma anche tenera d’amore per Marta, che viveva nel segreto del suo spirito e del suo lavoro. Marta, spesso presente alle sedute, diceva: “Lo guardi così, Conti, il maestro, e lo dipinga così: non gli sembra un fanciullo sublime?” Una sera Conti e Pirandello camminavano insieme sulla spiaggia. Conti era angosciato; gli diceva come fosse terribile questo nostro vivere sulla terra senza alcuna certezza del poi. Pirandello si fermò, gli prese una mano, gliela strinse, e disse: “Sai, sai, non c’è nulla, sai non c’è nulla”.

Pirandello era di poche parole. Diceva cose essenziali, in funzione dell’esistenza delle persone. Di ogni cosa cercava il segreto. Essere amico di Pirandello era una fortuna straordinaria, perché egli arricchiva tutti quelli che avevano la gioia di stargli vicino. Un giorno fu visto piangere al Politeama in occasione della commemorazione della morte di Giacomo Puccini; era stato un suo amico.

Antonio Carollo

DECRETO MONTI, LACUNE E ASSENZE

by · 5 dicembre 2011 · Categoria: Contributi 
16 Commenti

Condivido quasi tutti i contenuti de decreto approvato ieri dal CDM. Noto però diverse incertezze, lacune e assenze. La riorganizzazione delle province non è convincente. Ridurre i consigleri da 24 o 30 a 10 e abolire le giunte non è un gran risparmio. L’UPI (l’unione delle province) è giustamente insorta. L’autonomia e le competenze di questi enti (storici, non inventati dall’avidità di poltrone della politica) sono sancite dalla Costituzione. Un vero riordino non si può fare che con legge costituzionale. Curioso poi che per Monti la riduzione dei costi della politica riguardi solo le province e gli stipendi dei membri del governo. Tutto qui? E la marea delle aziende pubbliche che invade ogni settore delle attività amministrative ed economiche dello Stato, delle regioni, delle province e dei comuni?

Un esempio: il comune di mia residenza vent’anni fa aveva una sola azienda, oggi ne possiede una quindicina, qualcuna per svolgere addirittura compiti istituzionali propri dell’ente. Lasciamo ai loro posti un esercito di politici incompetenti, riciclati come manager, che tanti danni fanno nella prestazione dei servizi ai cittadini e alle casse degli enti da cui dipendono? Altra assenza vistosa è quella di una seria ed equa patrimoniale. La nuova tassazione della casa è un primo passo, tra l’altro gravante per gran parte sul ceto medio-basso. Perchè non toccare i grandi patrimoni mobiliari e immobiliari? Infine i provvedimenti per stimolare la crescita sono piuttosto modesti. Ben altro ci vorrebbe per dare una scossa alla curva del PIL. Vogliamo sperare che quello di ieri sia un primo decreto, da opporre d’urgenza alla aggressività dei mercati, che altri ne seguiranno per dare consistenza strutturale alla manovra in atto. Non dimentichiamo che il Governo Monti è nato esclusivamente per salvare il Paese dal baratro finanziario ed economici cui lo hanno spinto la crisi internazionale e la politica imbelle degli ultimi governi.

Antonio Carollo

LA PARIGI DI LORENZO VIANI

by · 30 novembre 2011 · Categoria: Contributi 
Lascia un commento

Nel 1925, la Treves di Milano pubblicò, con un certo successo, il romanzo “Parigi” di Lorenzo Viani. Era il quarto libro del pittore scrittore viareggino, dopo “Ceccardo” (1922), “Ubriachi” (1923) e “Giovannin senza paura” (1924). Per Viani fu una specie di consacrazione come scrittore. “Parigi”, più che un resoconto romanzato dei suoi soggiorni parigini, è una raccolta di affreschi a tinte forti di ambienti e personaggi della parte più miserabile della città. Non sono molte le notizie, ricavabili dal libro, sulla sua vita parigina. La presenza di Viani a Parigi si protrasse dal gennaio 1908 al maggio 1909, con un rientro a Viareggio nell’estate 1908, dagli ultimi mesi del 1911 ai primi del 1912 (Cardellini).

Il romanzo ha un incipit, direi, di un libro di memorie. Viani ci introduce nella scuola elementare al momento in cui si conclude la sua brevissima esperienza scolastica. La punizione della sospensione inflitta a Lorenzo, e a quasi metà della classe, per atti di indisciplina, segna l’inizio del suo vagabondaggio sulla spiaggia dove conosce Cesare, il figlio del suo maestro severo e pedante. I due ragazzi ne combinano di tutti i colori, tanto che i loro genitori decidono di mandarli a imparare un mestiere: il barbiere. Lorenzo capita così nella bottega di un padrone garibaldino e fanatico. Qui in un bugigattolo scopre dei libri, tra cui una “Divina Commedia”, che ricopia con grande passione. Ma in quegli anni in tutte le conversazioni con Cesare domina un solo argomento: Parigi. I racconti di Cesare su “La Comune” affascinano Lorenzo. “Parigi è il nostro paese”. “Ci andiamo”. La sua formazione di autodidatta è illuminata dalla fiammata di ribellione de “La Comune”. Parigi è il sogno e l’ossessione dell’adolescenza e della sua prima giovinezza. A venticinque anni parte per Parigi tra le preoccupazione dei suoi, degli amici e la disapprovazione dell’intero paese: per i viareggini Parigi è terra di perdizione.

A questo punto il romanzo lascia l’atmosfera paesana della Viareggio inizio secolo per puntare con ben altra forza espressiva su figure e luoghi di una Parigi oppressa da miseria, abiezione, prostrazione. Per qualche mese è ospite dei coniugi Fleury, poi va a vivere alla Ruche, un immenso casamento adibito a dormitorio per artisti poveri. Il romanzo è un susseguirsi di quadri che raffigurano una umanità stravolta dal ciclone di una povertà senza riscatto. Viani, anche negli anni Venti, cioè nel periodo di avvicinamento al fascismo, rimane fedele alla sua ispirazione e al suo mondo: nel romanzo non ha posto la Parigi delle belle donne e dei locali alla moda.

Antonio Carollo

EUROPACINEMA: LA LEZIONE DI PUPI AVATI

by · 15 ottobre 2011 · Categoria: Contributi 
2 Commenti

Pupi Avati  è stato ospite di EuropaCinema 2011. Della sua lectio magistralis tenuta all’Eden agli studenti mi hanno colpito alcuni passaggi. Il film, ha detto, è prima di tutto scrittura. Se non si ha una storia da raccontare non si va da nessuna parte. Il soggetto e la sceneggiatura sono basilari. Prendere penna o macchina dattilografica (adesso sarebbe un’impresa trovarne una) o computer e scrivere, scrivere, fino a quando si riesce a costruire una storia che funzioni. Da una cattiva sceneggiatura non può nascere un buon film, da una buona sceneggiatura è difficile che venga fuori un brutto film.

Il giovane che vuole svolgere un ruolo nel cinema, regista, attore o uno
della miriade di mestieri che servono a fare un film, deve frequentare
il set; la preparazione sui libri serve poco; bisogna stare dove si
lavora il prodotto, recepire ogni sfumatura del lavoro del regista,
degli attori, eccetera. I documentari e i corti sono pure una buona
palestra, ma senza la smania di passare subito  alla telecamera.
All’idea deve seguire una approfondita elaborazione scritta.
Altro elemento decisivo è l’identità. Un aspirante regista deve avere
spiccati il senso e la consapevolezza di sé come entità diversa dalle
altre; questa diversità deve saperla esprimere attingendo dalla
propria interiorità e alla propria esperienza di vita. Da questo nasce
il radicamento di un’opera in un territorio, il ritorno ad un mondo di
pensieri, di comportamenti, di costumi, di sentimenti, di vezzi,
vissuti in prima persona, su cui si tesse la trama della storia da
raccontare. In questo modo si ottiene un effetto di caratterizzazione
e di distinzione immediatamente percepibile. I miei lavori, dice Pupi
Avati, sono impregnati di fatti, personaggi, atmosfere tratti dalla
mia infanzia e dalla mia giovinezza.

A proposito di questi riferimenti ha fatto una accattivante disamina
dei vari periodi della nostra esistenza. La vita è un quadrante, ha
detto,  diviso in quattro sezioni: l’infanzia, la giovinezza, la
maturità, la vecchiaia. Nei primi due stadi si vive di presente e di
futuro, nella maturità di nostalgia della giovinezza, nella vecchiaia
si tende a scomparire nell’infanzia. In “Una sconfinata giovinezza” i
numerosi flash back ritornano ad un’infanzia incantata, ai nonni, alla
casa di campagna, ai cuginetti, proprio per questa intima esigenza del
vecchio di annullarsi in una felicità totale, per cancellare la
miseria dell’ultimo scorcio della sua vita.

Divertente è stata la metafora dei bianchi e dei neri. In base alla
mia ormai lunga esperienza di casting, ha detto,  io distinguo gli
aspiranti ad un ruolo in un film in due categorie, bianchi e neri.
Appartiene ai bianchi chi si presenta all’appuntamento con la
convinzione che si tratta di una formalità inutile, tanto passano solo
i raccomandati. Ti butta, quasi, il suo book sul tavolo, impaziente e
disincantato. Quando gli dici che i ruoli adatti a lui sono tutti
presi, ti guarda con un sorriso sprezzante e una certa aria di
trionfo, si riprende il book con malagrazia ed esce deciso, con aria
di superiorità: ha visto confermate nei fatti le sue elucubrazioni
sulle schifezze imperanti nel mondo. Il nero è l’esatto contrario.
Ripone la propria vita su quella prova; è quasi terrorizzato al solo
pensiero di essere respinto. Si presenta intimidito, umile, depone
garbatamente sul tavolo il suo book, segue ansiosamente le mosse del
regista o dell’addetto al casting. L’esaminatore si sente in trappola,
come fa a distruggere il sogno dal quale dipende la vita di una
persona? I ruoli sono esauriti, ma ai quattro arcieri che dicono una
sola battuta nel film, per esempio, “I cavalieri che fecero l’impresa”
se ne può aggiungere un quinto. Okai, arciere; avanti un altro.
Esplode la gioia del giovane aspirante attore.

Un’ultima cosa che, credo, avrà un po’ disorientato gli studenti e i
giovani aspiranti cineasti presenti alla lectio: ha detto che attore
si nasce, non si diventa. La naturalezza sul set o sul palcoscenico ce
l’hai o non ce l’hai. Come esempio ha citato un noto giovane attore.
E’ stato bravissimo nel suo film “Jazz Band” quando era vergine di
scuola. Dopo il diploma è caduto nella mediocrità o sufficienza
risicata.

Una notazione. Questo report non dà che una pallida idea della verve
affabulatoria e creativa di Pupi Avati. I suoi racconti sono piccole
rappresentazioni fatte con la voce, i gesti, la mimica, i movimenti.
Mi viene da dire; il talento ce l’hai o non ce l’hai.

Antonio Carollo

Pagina successiva »