Marcello Lippi al Margherita

aprile 13, 2017 Lascia il tuo commento

Marcello Lippi è un uomo imponente. Guardarlo negli occhi è abbastanza per dirvi che avete a che fare con qualcuno che è al comando di se stesso e del suo ambito professionale. Quegli occhi a volte bruciano con serietà, a volte sono scintillanti, a volte ti analizzano con circospezione e sempre sono vivi con intelligenza. Nessuno potrebbe fare l’errore di prenderlo con leggerezza.” (Alex Ferguson)

Marcello Lippi al Gran Caffè Margherita nell’ambito delle attività dell’Associazione culturale Medusa per una conversazione sulla sua strepitosa carriera nel calcio italiano e internazionale. Non è uno dei personaggi, ma il personaggio di Viareggio (scorrete sotto il suo medagliere). Nella bella sala dell’ex tempio della Belle Epoque viareggina abbiamo avuto così il piacere di ascoltare il Marcello che i viareggini conoscono da sempre, cioè una persona che, pur ai vertici del calcio, aureolata da una popolarità planetaria, è rimasta alla mano, cordiale e disponibile con tutti. En passant, lo sapevate che è anche un poeta? Proprio oggi mi sono imbattuto nella sua raccolta di poesie. Questa scoperta non fa che confermarmi nell’idea che avevo, e ho di lui, di una persona cioè di grande sensibilità, dote che non può mancare ad uno che deve amalgamare un bel numero di ragazzi per farne una squadra. D’altronde, a parte le poesie, chi non conosce l’amore che nutre, al di sopra del lavoro, per la famiglia e la sua Viareggio? Ieri sera, tra l’altro, s’è saputo che per otto mesi aveva respinto le più che allettanti offerte del responsabile della società cinese, Guangzhou Evergrande di Canton, della cui squadra poi divenne il carismatico allenatore pigliatutto di quel campionato, proprio per la prospettiva della conseguente lontananza da questi suoi amori.
Ma vengo alla serata al Margherita. Nella sala adiacente alla libreria i posti a sedere sono tutti occupati Lippi, in giacca scura e camicia bianca, è disteso e sorridente; chiacchiera affabilmente con un gruppetto di persone. Al via si accomoda al tavolo, alla sua destra ha Franco Pulzone, presidente Medusa, alla sinistra Guido Giannecchini, appassionato di calcio e vecchio amico dell’allenatore. Adesso, da CT della nazionale cinese per ogni paio di mesi può disporre di una ventina di giorni di libertà: non ama rimanere lontano da casa per troppo tempo.  Pulzone e Giannecchini pronunciano poche parole d’introduzione. Su una domanda di quest’ultimo Lippi inizia la sua conversazione: Racconta degli esordi e, per sommi capi, di storie e persone della sua vincente cavalcata sportiva fino alla vittoria del campionato mondiale di calcio 2006.  Da ragazzino aveva in testa una cosa sola: giocare al pallone, in campetti improvvisati della pineta, delle periferie, dappertutto. Ci sapevo fare, dice, ma c’erano anche altri ragazzi forse più dotati di me, solo che non avevano l’ostinazione, la costanza, la volontà di riuscire che avevo io.
Mi sia permessa una parentesi. Una quarantina di anni fa iscrissi mio figlio Dante alla società di calcio giovanile“Stella Rossa” del popolare Ilario Niccoli detto “Carrara”; fu in quell’ambiente che per la prima volta udii parlare del mitico Marcello, che, partendo da quella squadra, era riuscito a giocare in Serie A, nella Sampdoria.
Lippi ha conversato per un’ora e mezza. mi soffermo brevemente su qualche episodio gustoso, sulla filosofia che da sempre sta alla base del suo lavoro, sui suoi rapporti con squadre e giocatori. Di lui c’è tutto nei tre bei libri pubblicati: La squadra, Il gioco delle idee, Il mio calcio la mia Juve: sono lì sul tavolo, invitanti.  Della Lucchese, militante in Serie B, che ha allenato per un anno, racconta delle sue arrabbiature: nonostante i buoni risultati, alla prima sconfitta i tifosi cominciarono a fare delle ironie su di lui in quanto viareggino, mister bagnino vai a piantare gli ombrelloni sulla sabbia, prendi il tuo patino e vai: non digerivano che uno di Viareggio comandasse a Lucca. Un giorno non ne poté più e sotto le gradinate gliene gridò quattro, disse loro di stare attenti che le loro mogli, fidanzate e sorelle folleggiavano volentieri in spiaggia e sui patini in dolce compagnia coi bagnini.  Cesena per lui fu una quasi beffa. Si sa che per una squadra di provincia di Serie A il massimo è salvarsi; lui nelle ultime giornate del campionato ci riuscì, con grande soddisfazione dei tifosi e della Società: il Presidente, prima della partita decisiva per la salvezza gli offrì la riconferma per l’anno successivo, si strinsero le mani. Senonché subito dopo il Presidente dell’Atalanta gli chiese di allenare la sua squadra, una compagine di tutto rispetto; anche allora, come oggi, navigava in ottima posizione nella classifica; per lui sarebbe stata la consacrazione come allenatore della massima divisione. Non solo, avrebbe usufruito di un ottimo ingaggio e del doppio dello stipendio rispetto a quello del Cesena. Rimase a meditare un attimo, non aveva firmato nulla, ma rispose di no: per i cesenati, pensò, sarebbe stato uno schiaffo, un tradimento, lo avrebbero bollato come uno che non mantiene la parola data, la sua reputazione nel difficile mondo del calcio sarebbe finita sotto i piedi. Sei mesi dopo, durante il successivo campionato, per qualche risultato negativo, lo stesso Presidente che aveva avuto fiducia in lui e lo aveva elogiato sperticatamente per la salvezza, lo esonerò bruscamente. La stima per lui come allenatore rimaneva immutata, gli disse, ma doveva rispondere alle critiche, preservare gli equilibri della Società.
Il discorso si fa più interessante quando parla del problema principe per un allenatore: come costruire una squadra vincente. Occorre una precisa filosofia. A tal proposito racconta un episodio. Un giorno riceve una telefonata da Milano da uno degli organizzatori di un convegno di filosofia, lo invita a parteciparvi come relatore. Erano previsti interventi dei maggiori filosofi italiani, ed anche stranieri, tra i quali Severino e Cacciari. E io che c’entro con la filosofia? , gli rispose. C’entra c’entra, la filosofia sta alla base di tutto, lei dovrà semplicemente relazionare su quali principi, valori, motivazioni forma la sua squadra; la faremo parlare per primo, così non avrà problemi di confronto del suo linguaggio con quello degli studiosi, gli replicò l’interlocutore. Ci andò, salì su quel palco, curioso per lui, parlò del suo modo di costruire e gestire la squadra di calcio; ebbe tantissimi applausi dal pubblico e vivi apprezzamenti, con calorose strette di mano, da parte dei filosofi presenti.  Lippi sul punto non ha dubbi, ancor prima di schemi, tattiche, strategie occorre una filosofia, perché una vera squadra è qualcosa di più delle doti tecnico-atletiche dei singoli giocatori. Secondo lui quel che conta è formare un gruppo affiatato, unitario, complice, motivato, forte, fiero di se stesso, particolarmente se si tratta della Nazionale. Il gioco di squadra deve essere considerato come una sentita educazione alla coesione con i compagni, al confronto e alla libertà; più forte è il gruppo, inteso come valore, più agevolmente il giocatore può estrinsecare le proprie qualità. Certe regole non scritte, al di fuori del regolamento, dicono come si gioca ‘insieme’, come un giocatore è funzionale all’altro.
Una questione importante è l’autorevolezza dell’allenatore. Niente diktat, il massimo dispiegamento delle proprie doti psichiche, l’estrema meticolosità nello svolgimento dei propri compiti, la disponibilità, la capacità di entrare nella psiche del giocatore creando forti motivazioni, di comprenderne le ragioni, di rapportarsi con lui con sincerità e simpatia, mantenendo un discreto distacco, sono condizioni professionali basilari per un allenatore di successo.  Sui giocatori Lippi ha idee altrettanto chiare. Una grande squadra non può non essere formata da campioni, meglio se fra questi c’è qualche fuoriclasse. Ed ecco qui la sua distinzione tra campioni e fuoriclasse. I primi sono atleti dalle caratteristiche tecniche eccezionali, concentrati però a fornire performance e a conseguire risultati personali, i fuoriclasse sono i campioni che mettono a disposizione degli altri le proprie qualità, dei leader che hanno visione del gioco e la capacità di esaltare le doti degli altri e di creare coesione col proprio apporto tecnico e morale naturalmente generoso. Così parlando menziona alcuni dei fuoriclasse con cui ha lavorato: Angelo Peruzzi,Fabio Cannavaro, Ciro Ferrara, Zinedine Zidane, Alessandro Del Piero, Gianluca Vialli, Gianluigi Buffon, Roberto Baggio.

Ha parlato di tante altre cose: per esempio, del suo anno a Napoli, dove, accolto in un primo momento con un po’ di freddezza in quanto venuto dal nord, ha conquistato la simpatia e la riconoscenza dei tifosi col sesto posto in classifica e la qualificazione in Coppa UEFA; dei suoi dieci anni nella Juventus e dei rapporti con Gianni Agnelli; dell’ostilità dei tifosi dell’Inter che lo consideravano una specie di nemico, stante la rivalità con la Juventus. Una magnifica serata contrassegnata da un Marcello Lippi in gran forma, sicuro di sé, affabile, dotato di umorismo e di autoironia, che ha catturato fortemente l’attenzione del pubblico.

Antonio Carollo

PS – Marcello Lippi è considerato il miglior Mister italiano di tutti i tempi; ha vinto tutto: 5 Scudetti (1995, 1997, 1998, 2002, 2003), 1 Coppa Italia (1995), 4 Supercoppa Italiana (1995, 1997, 2002, 2003), 1 Champions League (1996) riuscendo ad arrivare in finale per tre volte consecutive e quattro in totale, 1 Coppa Intercontinentale (1996), 1 Supercoppa UEFA (1996), 1 Campionato del Mondo (2006), 2 volte Panchina d’Oro (1995 e 1996), 2 volte Miglior Allenatore dell’anno IFFHS (International Federation of Football History & Statitstics nel 1996 e nel 1998), 1 volta Allenatore dell’anno UEFA (1998), 1 volta Allenatore dell’anno World Sooccer (2006), 1 volta Commissario Tecnico dell’anno IFFHS (2006), 3 volte Oscar del Calcio AIC come miglior allenatore (1997, 1998, 2003), inserito nella Hall of Fame come Allenatore Italiano nel 2011. Questo solo relativamente alla Juventus ed alla Nazionale di calcio Italiana. A fine carriera ha deciso di andare a divertirsi in Cina, nel Guangzhou Evergrande, squadra di Canton, vincendo 3 Chinese Super League (lo Scudetto cinese, per intenderci, nel 2012, 2013, 2014), 1 Coppa della Cina nel 2012, e 1 AFC Champions League (la Champions asiatica, nel 2013). Adesso è l’amato e stimato CT della Nazionale della Cina. Il CONI gli conferì la Palma d’Oro al Merito Tecnico e nel stesso anno (2006) venne insignito dell’Onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

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