Manfredo Bertini (terza parte)

dicembre 2, 2016 Lascia il tuo commento

Oggi, dopo aver descritto l’ultimo periodo della vita di Manfredo Bertini, interamente votato alla sua personale lotta per affrancare gli italiani dal giogo del fascismo: 15 mesi dal 9 settembre 1943 al 24 novembre del 1944, senza dimenticare che dal 5 marzo del 44, giorno in cui rocambolescamente sfuggì alla cattura dei tedeschi, si era trovato nell’impossibilità assoluta di rivedere sua moglie e suo figlio – scriviamo chi era e come aveva vissuto fino al 9 settembre quest’uomo geniale e affascinante.

Manfredo era nato a Montecarlo in provincia di Lucca il 12 aprile 1914, domenica di Pasqua. I suoi genitori erano i maestri elementari del paese, Niccola e Amelia Bulleri. Il maestro Bertini era un uomo colto , socialista e molto vicino al pensiero mazziniano, convinto che libertà e democrazia fossero diritti primari del cittadino. Non richiamato alle armi perché riformato a causa dei postumi di una frattura al femore, negli anni della Grande guerra aveva dato vita a Cooperative di consumatori e ad iniziative a favore delle famiglie dei soldati. A guerra finita ricopriva la carica di Giudice conciliatore, era inoltre rappresentante di un sindacato socialista ed alle elezioni comunali, presentatosi nella lista dei socialisti aveva ricevuto il maggior numero di voti ed era stato eletto consigliere, carica cui aveva dovuto rinunciare per incompatibilità con il suo lavoro di insegnante. Con l’avanzare di Benito Mussolini, di cui non condivideva le idee, la vita per lui divenne difficile. In famiglia hanno sempre ricordato che già allora era costretto ad andare in giro scortato dai Carabinieri. Nel 1922, dopo la marcia su Roma, una notte la famiglia ricevette la visita delle camicie nere intenzionate a fargli ingoiare un bel po’ d’olio di ricino, ma lui rispose a colpi di pistola cui fecero eco i fascisti. Spari per fortuna andati tutti a vuoto, che costrinsero quei malintenzionati a rinunciare all’impresa e tornare da dove erano venuti.
La famiglia fu dunque costretta a lasciare Montecarlo e dopo un primo soggiorno a Livorno si trasferì definitivamente a Viareggio. Niccola insegnava alle scuole Lambruschini e la Signora Amelia, che a Montecarlo aveva potuto sospendere l’insegnamento pubblico per dedicarsi alla famiglia, ricominciò, facendo la gavetta. Ebbe il primo incarico a Levigliani. Niccola non prese mai la tessera del Pnf, non si occupò mai più di politica e non fu mai più perseguitato.  Manfredo aveva otto anni quando arrivò a Viareggio ed un episodio di cui fu protagonista da bambino la dice lunga sul suo carattere e sulla rigidità dell’educazione che gli veniva impartita: la fuga in treno, per un brutto voto a scuola, interrotta dai carabinieri a Massa.  Era portato alla matematica ed alla fisica come suo padre che, nella casetta in fondo al giardino, in via Fratti n° 288, oggi …., aveva un vero e proprio laboratorio completamente attrezzato.
Dopo le medie il giovane Bertini si iscrisse al Liceo classico Carducci, perché a quel tempo il Liceo scientifico a Viareggio non c’era. Personalità poliedrica, quella di Manfredo. Con la prima liceo, nel 1929, inizia a tenere un diario che lo accompagna per tutto il triennio e che testimonia le potenzialità di questo ragazzino. Egli descrive, mai in modo asettico, sempre come interprete, con le parole scritte, i disegni autografi, le fotografie scattate e sviluppate personalmente, situazioni con i compagni di classe, avvenimenti di cronaca, figure umane (delle 280 pagine di questo diario, 60, le più significative, costituiranno la terza parte del libro in corso di stesura). Per contro all’Università scelse la facoltà di Ingegneria che abbandonò dopo il biennio perché i genitori, per paura di incidenti – ironia del destino – non gli permisero di frequentare l’Accademia aereonautica. Si trasferì a Giurisprudenza che frequentò con poca convinzione dedicandosi invece alla fotografia ed al cinema. Questo gli fu possibile grazie alle sue doti naturali ed ai rapporti di stretta amicizia che lo legavano a Luciano Zacconi, uno dei figli del grande Ermete e soprattutto ad Andrea Forzano, figlio di quel Giovacchino che nel 34 avrebbe creato a Tirrenia un importante polo cinematografico: gli studi della Pisorno.
I primi documenti sulla sua attività cinematografica risalgono al 1936: con gli Zacconi al completo, il grande Ermete in testa, Manfredo è l’operatore alla macchina, il direttore della fotografia ed il montatore di “Pioggia d’estate”, un film familiare che ha come regista Mario Monicelli che si nasconde dietro lo pseudonimo Michele Badiek. Per entrambi si trattava del primo lungometraggio. Nella seconda metà degli anni trenta, trascurando la facoltà di Giurisprudenza che ben poco gli interessa, con Andrea Forzano diventa assiduo frequentatore degli studi di Tirrenia.: inizia dalla gavetta, ma in poco tempo si impadronisce della tecnica cinematografica. Nel 1938 gira in Etiopia, come direttore della fotografia (non accreditato) “Sotto la Croce del Sud” per la regia di Guido Brignone. E’ un film ambientato nell’Africa Orientale Italiana che alla Mostra di Venezia del 1938 vince un premio per i “tecnici”. Negli anni successivi collabora a molti film a Tirrenia e dal 1941 firma come operatore e direttore della fotografia “titolare” alcuni titoli come Ragazza che dorme, Il Re d’Inghilterra non paga e Cenerentola ed il signor Bonaventura sotto la regia di Sergio Tofano. Per questo film presentato a Venezia alla mostra del 1941 Manfredo otterrà un‘ottima recensione di Fabrizio Sarazani, critico tra i più apprezzati. Nel 1943 lavora al suo ultimo film, prima della chiusura della Pisorno a causa della guerra. La casa senza tempo, un titolo che verrà distribuito soltanto nel 1945. Nell’ultimo trimestre del 1941 registra il brevetto del “Mirino universale e fotometro per usi cinematografici”. Per la realizzazione di questo strumento aveva investito un piccolo patrimonio: aveva assunto un operaio specializzato, un certo Caprili, che lavorava nella casa in fondo al giardino e ordinato lenti, costruite su sue specifiche indicazioni, alla Karl Zeiss in Germania. Quando fu costretto a lasciare la casa perché ricercato dai tedeschi, nascose in soffitta , dopo averli imballati uno ad uno minuziosamente, tutti i pezzi convinto che se non fosse tornato vivo la famiglia avrebbe potuto vivere agiatamente con i diritti. Dell’ottobre 1941 è il secondo suo brevetto: “Sistema per fondere in un’unica scena due riprese separate con soggetti e sfondi qualunque” con cui verranno girate alcune scene – l’incidente automobilistico – del film La casa senza tempo. Dopo il 25 luglio del 1943 cessa l’attività della Pisorno e anche il suo impegno del cinema.
E lui, che era libero da obblighi militari perla sua qualifica professionale alla Pisorno, invece di rifugiarsi a La Perticaia, la villa dei Forzano a Serravalle Pistoiese, preferì ,coerentemente con le sue idee, impegnarsi per la riconquista della democrazia.

Scritto da Andrea Bertini e Marian Puosi

Nella foto: Manfredo Bertini, Mario Monicelli e Giovan Battista Guardone

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Manfredo Bertini
(Montecarlo di Lucca, 6 novembre 1914 – Piacentino, 24 novembre 1944) è stato un partigiano italiano
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