Manfredo Bertini (seconda parte)

novembre 28, 2016 Lascia il tuo commento

Nella prima parte di questo racconto, in cui abbiamo parlato del contributo di Manfredo Bertini alla Resistenza versiliese, abbiamo lasciato i due a Roma, dove avevano accettato la nuova Missione in Alta Italia. Dopo un breve e accelerato addestramento a Brindisi il 7 agosto 1944 vennero paracadutati con il radiotelegrafista Pirro e la radio “Piroscafo” in Val Tidone. Le complesse e intricate vicende di questa seconda Missione denominata ufficialmente “Balilla” , ma da tutti conosciuta come Missione “Maber” acronimo scelto come nome di battaglia da Manfredo Bertini, saranno ampiamente trattate nel libro: “RESISTENZA E CELLULOIDE – La breve, avventurosa vita di Manfredo Bertini, partigiano e uomo di cinema” in corso di stampa sulla base, tra gli altri, dei documenti ormai desecretati, pervenutici dagli archivi dell’OSS, Office of Strategic Services di Washington. Qui ci limitiamo a riportare la testimonianza di Gaetano De Stefanis e alcuni estratti dei libri “Antifascismo e Resistenza in Versilia” di Bergamini e Bimbi e – Missioni “Rosa” – “Balilla” – di Liborio Guccione.

Secondo le istruzioni del Comando OSS la missione si sarebbe dovuta spostare in Alta Italia: Piemonte o Lombardia. Manfredo invece decise di fermarsi in Val Tidone, a Pecorara, da dove gli era possibile estendere l’attività ed i collegamenti anche alle zone dell’Emilia, della Liguria, fino al Veneto ed ampliare il raggio d’azione ad un territorio più vasto di quello assegnatogli. A De Stefanis, che aveva notevoli conoscenze in quel di Milano, venne affidato il compito di stabilire un contatto permanente tra il CLNAI (Comitato Nazionale Liberazione Alta Italia) e la Missione. E fu grazie alla Missione che “MAURIZIO” Ferruccio Parri poté raggiungere l’Italia liberata. Gaetano, che per tutto il periodo aveva fatto la spola – con quattro ore di “pedalate” tra Milano e Pecorara, verso il 20 novembre apprestandosi a raggiungere Manfredo, preoccupato per il suo stato di salute, ne informò il CLNAI, ma alcuni suoi membri lo pregarono di procrastinare la partenza per affidargli un incarico delicatissimo: recapitare a Maber, perché lo trasmettesse alla V^ Armata, un messaggio che riguardava una specie di accordo che l’Arcivescovo di Milano, Cardinale Schuster, aveva elaborato e sul quale i pareri del direttivo del CLNAI erano discordi. Perché ricorrere a Maber? Questa decisione era stata presa da Giustino Arpesani, esponente del Partito liberale nel CLNAI che evidentemente riteneva influente per la decisione finale il parere degli alleati americani. Gaetano partì da Milano il 23, ma quando giunse al traghetto sul Po, a Castel San Giovanni, la zona era ormai in mano alla Divisione tedesca Turkestan e fu costretto a tornare indietro. Nella notte del 24 Manfredo morì ed il documento di Arpesani, pubblicato da Guccione, non venne mai trasmesso.

Ma torniamo ai primi di agosto, all’arrivo della missione. L’abilità di MABER, appena giunto nel piacentino, fu soprattutto la creazione di una fitta rete di informatori che coprisse un vasto territorio. Grazie a questa rete fu in grado di assicurare agli alleati notizie strategiche sui movimenti delle truppe nemiche, sulle loro dislocazioni, sul loro potenziale militare. Lo spirito di collaborazione tra MABER e gli uomini della Divisione Piacenza di GL – divisione che in quel momento era forte di ben 4.000 uomini perfettamente inquadrati, suddivisi in 7 brigate che dominavano e controllavano incontrastati la vasta zona dell’Oltrepo. dove il suo Comandante “FAUSTO” , l’avvocato Fausto Cossu ex Ufficiale dei Carabinieri , aveva instaurato una vera e propria repubblica – fu completo e fraterno. Una situazione ben diversa da quella lasciata in Versilia, dove scrive Gaetano: “La lotta apuana versiliese, sebbene gloriosa e non meno cruenta di quella condotta più a nord, ebbe e sempre mantenne quel carattere di guerriglia locale, di colpi di mano, di bande e gruppi autonomi che MABER – con le iniziative che sappiamo – aveva cercato di unificare“.

L’avvocato Cossu ha dichiarato: “Nella nostra zona erano già state paracadutate diverse missioni alleate, ma esse rimanevano pochi giorni e poi venivano spostate altrove. Nel mese di agosto giunse la Missione MABER e fu la più importante perché il suo Comandante, Manfredo Bertini, decise di fissare la base da noi. In principio non ci dette alcuna informazione sul suo operato: la missione godeva, com’era giusto, della massima autonomia. Un giorno però Maber mi convocò e mi disse: tu ed i tuoi dovete collaborare con me perché ho ricevuto l’incarico di stabilire un servizio di informazioni allargato a tutto il territorio per cui mi é indispensabile il vostro aiuto. La collaborazione tra la nostra divisione e Maber fu costante e fruttuosa. Di questa cooperazione demmo comunicazione al CVL (Corpo Volontari della Libertà che altro non era che il braccio armato del CLN) che prese contatti diretti con Maber presso il quale periodicamente giungeva un inviato speciale del Comando. Le trasmissioni erano quotidiane e frequenti, ed erano anche molto rischiose. Maber curava personalmente i rapporti tra la missione e gli informatori. Per tutti aveva una parola gentile, da amico, e per questo tutti erano lieti di dargli una mano nel suo delicato lavoro. Maber curava direttamente tutto quanto riguardava la missione. Anche gli interrogatori dei prigionieri li facevamo insieme: persino con questi aveva modi urbani e umani, e forse per questo riusciva a far dire loro anche quello che non avrebbero dovuto dire”.

Ma un brutto giorno del mese di settembre Maber rimase ferito in un misterioso agguato di cui non é stato possibile accertare né la dinamica, né gli autori. Nonostante le sofferenze egli continuò senza interruzione il suo lavoro. I Comandanti delle varie brigate andavano da lui tutti i giorni per portare messaggi o per ricevere istruzioni sui lanci in programma, o per fornire notizie sul nemico di cui aveva bisogno.”

Anche dopo il ferimento” ribadisce Gino Bongiorni, uno dei suoi più fedeli collaboratori “nonostante soffrisse molto, non cessò mai di portare avanti il suo compito“. Manfredo aveva sempre rifiutato di allontanarsi dalla missione nonostante De Stefanis avesse predisposto nei minimi particolari in collaborazione con il CNLAI il suo trasferimento a Milano dove sarebbe stato adeguatamente curato. La divisione Piacenza, la cui perfetta organizzazione e autonomia preoccupava anche il CNLAI, costituiva un gravissimo ostacolo per i tedeschi che, con un imponente dispiegamento di forze, costituito non solo dalla Turkestan ma anche da forze nazifasciste mongole in appoggio, dopo la metà di novembre iniziarono il suo accerchiamento. All’alba del 23 novembre le forze nemiche erano così preponderanti che le formazioni partigiane furono costrette a ripiegare verso la Liguria.

Maber pur soffrendo terribilmente per dolori lancinanti al braccio ferito resta attaccato alla trasmittente e invia disperati messaggi agli alleati perché lancino munizioni ed armi pesanti per fronteggiare le artiglierie nemiche. MA GLI ALLEATI NON RISPONDONO.

Noi del comando – ricorda Cossu – la sera del 24 siamo partiti da Pecorara sotto un bombardamento tedesco tra i più cruenti. Maber era con noi. Era abbattuto perché nonostante i ripetuti messaggi non aveva ottenuto risposta dagli alleati. Era ben conscio della gravità della situazione e dell’estremo bisogno che avevamo di armi e munizioni e ripeteva come un’ossessione “io ho fatto il possibile, ma non rispondono, non rispondono!

Bongiorni racconta: “Il comandante Maber era avvilito ed imprecava contro gli alleati. Se ne stava seduto di fronte a me tutto preso dalla sua angoscia guardando le fiamme che si agitavano nel camino. Maber non si lamentava più per il dolore al braccio, pareva che non lo sentisse più, tanto era soverchiato dalla preoccupazione per quanto stava accadendo e verso cui si sentiva impotente. Io scrissi un biglietto da far recapitare ai miei, quando ebbi finito di scrivere Maber che per tutto il tempo era rimasto a testa china senza mai pronunciare parola alzò improvvisamente il capo, mi fissò con intensità, mi chiese di prestargli la penna e cominciò a scrivere. Quando ebbe finito si alzò e uscì lasciando due fogli sul tavolo. Mi offrii di accompagnarlo, ma lui rifiutò. Trascorsi pochi minuti fummo scossi da uno scoppio molto vicino alla casa, pensammo che il nemico fosse sotto casa ed io mi precipitai fuori chiamando Maber, Maber.”

Manfredo, fatti pochi passi, ai piedi di un castagno, si era fatto esplodere una bomba a tempo accanto al viso.

A Manfredo Bertini il 2 marzo 1945, a tre mesi dalla morte, quasi sul campo, fu conferita dal Luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, la Medaglia d’Oro al Valor Militare, e nel 1948 l’Università di Pisa in occasione del centenario della battaglia di Curtatone e Montanara, lo ha insignito della laurea “honoris causa”. Strade gli sono state dedicate a Viareggio ed a Piacenza, a lui é intitolata la Sala di rappresentanza del nostro Municipio, una sua grande foto campeggia nel Comune di Montecarlo che ha apposto una voluminosa targa di marmo sulla facciata della casa dove nacque e a Pecorara, dove morì, é ricordato in un monumento alle Aie di Busseto.

Scritto da Andrea Bertini e Marian Puosi

Seconda parte (leggi la prima parte)

Manfredo Bertini
(Montecarlo di Lucca, 6 novembre 1914 – Piacentino, 24 novembre 1944) è stato un partigiano italiano
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