Le due spiagge

aprile 12, 2017 Lascia il tuo commento

Stamattina mi sono alzato col desiderio di una passeggiata sulla spiaggia. Ho preso la mia vecchia auto. Viale dei Tigli era splendente di sole; il profumo della pineta m’inondava. Ho parcheggiato vicino alla rotonda, sul viale a mare di Torre del Lago Puccini. Ho attraversato il tratto di dune, leggermente in salita, su un viottolino di sabbia. All’emergere, verso la sommità, d’improvviso ecco la sciabolata dell’immensa distesa della spiaggia e del mare all’aria tiepida incantata di un mattino solatio. Un’occhiata verso nord. Lontanissima, appena percettibile, la massa confusa degli stabilimenti balneari e dei capannoni dei cantieri di Viareggio. A sud niente corpi estranei, l’occhio è corso libero, dal mare, con qualche rara vela all’orizzonte, alla spiaggia, alle dune, alla macchia verde dei pini del Parco Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, che da Viareggio si estende fino a Livorno: una fascia compatta di foresta che contrassegna la costa nord della Toscana e che, insieme all’altra vasta pineta della Maremma, da Punta Ala all’Argentario, appare come un miracolo tra tanta corsa allo sfruttamento edilizio del periplo costiero della Penisola; per decine di chilometri mare, spiaggia, dune, bosco; nient’altro. Ogni anno la spiaggia cresce di qualche metro; negli ultimi trent’anni è avanzata per qualche centinaio di metri. le cabine dei bagni adesso sono a centinaia di metri di distanza dalla battima. Il fenomeno deriva dalla relativa vicinanza delle foci dei fiumi Serchio e Arno.

Mi sono seduto sulla sabbia per leggere qualche articolo delle pagine culturali dei due giornali acquistati all’edicola della marina. Ho resistito un quarto d’ora; poi mi sono alzato per camminare, assaporare ogni minuto della mattinata, ascoltare la quieta musica dei lievi movimenti dell’acqua sulla superficie di sabbia, seguire i percorsi dei pensieri. Mi son venute in mente le immagini delle spiagge della Vetrana e dei Pilieri, a  Trabia. Una striscia stretta di sabbia, nel tratto Vetrana-Pilieri, sotto la pressione di ville che protendono muri e inferriate fino a contatto col mare, specie d’inverno, quando le mareggiate vi si infrangono; un’altra spiaggia, dai Pilieri a San Nicola, un tempo piccolo paradiso di noi bambini, oggi cancellata e trasformata in un malsano e maleodorante acquitrino, dove da anni marciscono le alghe; un chilometro di spiaggia sparita sotto una marea di cannicci selvatici.

Ho fatto i bagni ogni estate su quella spiaggia, che rimaneva un po’ appartata rispetto all’altro braccio in direzione della Vetrana. I palermitani, e gli altri forestieri, venivano attirati dalla vista fascinosa della spiaggia di ponente; non si affacciavano neanche oltre il piccolo promontorio che divide le due spiagge all’altezza del valloncello (piccolo torrente o fosso) dei Pilieri. Così, noi trabiesi, facevamo il bagno, e ogni tipo di gioco, tra pochi intimi (per così dire). I ricordi si affollano… quella spiaggia mi ha visto correre felice fanciullo e giovinetto.

Mia madre da bambino mi raccontava di una scenetta che si ripeteva su quella spiaggia nei primi anni del Novecento. Allora non c’era ombra di case. La sabbia era delimitata da folte siepi di canne e di rovi a protezione delle coltivazioni dalle violente mareggiate. Si entrava in spiaggia da qualche campo non coltivato o da tortuosi viottoli tra i canneti. Di tanto in tanto mio nonno Antonio portava le donne di casa a fare il bagno al mare.

Le figlie erano cinque, oltre ai cinque maschi. Il nonno, pantaloni alla zuava, stivali, giacca di velluto, coppola e scupetta  (doppietta) sulle ginocchia, stava seduto su una pietra allo sfocio del valloncello di Pilieri. Mia madre e le sorelle, sulla spiaggia deserta, si toglievano le vesti e in sottana si buttavano in acqua, sguazzando e spruzzandosi l’un  l’altra tra risate e grida di gioia. Il nonno vigilava dal suo posto di guardia, che era anche l’unico accesso alla spiaggia; nessuno poteva azzardarsi ad avvicinarsi: con significativi segni della mano, a qualche raro individuo che accennava a voler passare, con sguardo torvo, diceva: “Di cca nun si passa, ci sunnu fimmini!”, e smanettava col fucile, pronto a puntarlo.

Antonio Carollo

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