Incontro con lo scrittore Fabio Genovesi

Dicembre 29, 2017 Lascia il tuo commento

Fabio Genovesi è una gloria versiliese: è nato a Forte dei Marmi nel 1974. Ha al suo attivo un libro di racconti, Il bricco dei vermi e altri racconti, Franche Tirature, Pietrasanta; i romanzi: Versilia rock city, Transeuropa, Massa, Esche vive, Mondadori, Chi manda le onde, Mondadori, Il mare dove non si tocca, Mondadori; i saggi: Morte dei Marmi, Laterza, Tutti primi sul traguardo del mio cuore, Mondadori. E’ tradotto in nove paesi. Finalista al Premio Strega 2015 con Chi manda le onde.

Mi piace ricordare un suo incontro alla libreria La Vela. La sala è piena. La giornalista e scrittrice Elena Torre rivolge, con scherzosa familiarità, le sue domande al nostro autore. Egli risponde con altrettanta leggerezza e con aneddoti e battute benevolmente ironiche. Le risatine di condivisione si sprecano. Le prime domande sono della Torre, poi vengono via via le altre, di persone anch’esse subito in sintonia con il tono giocoso creato dallo scrittore. All’inizio della conversazione mi colpisce una certa assonanza delle sue abitudini di lettura con le mie. Dice: “Non riesco a seguire molto la narrativa dei giovani scrittori di oggi. Leggo, o rileggo, i classici, come Stendhal, Balzac, Flaubert, Maupassant, Cechov, Tolstoj, Dostoevskij, Manzoni, Svevo, Melville, Conrad, Proust, Joyce, Woolf, Kafka, ed altri, ma anche la letteratura americana del Novecento, con un pizzico di quelle inglese e irlandese (McEvan, Trevor). Capirete, dove troverei il tempo?” Gli piace molto la letteratura americana, è innamorato di John Fante, trascura i suoi coetanei, con qualche eccezione, Piperno e Veronesi, capaci di scrivere storie forti. Ha avuto la fortuna di essere nato in una famiglia di raccontatori, sanguigni, anche bugiardi; la vita è una grande narrazione. Si sente più un raccontatore di storie che uno scrittore. Scrivere è un tentativo di mantenere in vita le persone; non sopporta la morte, non è naturale, naturale è vivere. Cominciò a leggere sul serio e a scrivere a vent’anni, forse deve ciò al fatto di non essere popolare tra le ragazze; certe domeniche preferiva recarsi a Viareggio, al “Mondo disco” della Passeggiata, e, dopo lunga ricerca, tanto il tempo l’aveva, scegliere un disco per poi, tornato a casa, farlo ascoltare per telefono ai suoi amici e alle amiche.

Uno scrittore deve avere un proprio sguardo sulla realtà, osserva, non puoi scrivere di quel che non conosci, ma neanche delle cose proprie. E’ sbagliato, scrivendo, pensare ai critici, ai loro gusti ed orientamenti. Oppure giudicare, prendere le parti dell’uno o dell’altro personaggio; l’assenza di un ego invadente è la condizione migliore; il massimo della scomparsa dell’io si realizza con la traduzione.

Ad una precisa domanda risponde che scrive la mattina; non ha uno schema, una struttura prefissati; parte dalla individuazione di una serie di personaggi, ha nella mente il capitolo che sta scrivendo, non il successivo. A volte, dice, mi telefonano dalla Mondadori, vogliono sapere se scrivo, a che punto sono, quando più o meno potrò consegnare il manoscritto. Mi mettono in imbarazzo, rispondo che scrivo, come no, ma che non sono in grado di fissare delle date: la scrittura è anche un lavoro, però non sopporta limiti.

L’ultima domanda riguarda il suo rapporto con gli editori. Apprezzo molto il loro lavoro, dice. E’ indispensabile; un muratore può guardare e giudicare subito la giustezza del proprio operato, per lo scrittore non è così; egli scrive scrive, rilegge, corregge, ma qualcosa gli sfugge quasi sempre, non so, una banalità, una ripetizione, una sovrabbondanza, un certo ordine nella rappresentazione delle scene. L’editor ti apre gli occhi, è in grado di entrare nello spirito e nella forma della scrittura. Il suo è un lavoro delicato, non è facile giocare con la sensibilità dell’autore; mi è capitato di assistere a certe telefonate dell’editor ad uno autore, da sbellicarsi dalle risa: per evitare di urtare lo scrittore è stato costretto a ricorrere ad acrobazie verbali spericolate, come lodare una certa pagina ma trovare contemporaneamente le giustificazioni logiche per la sua soppressione.

E’ difficile riprodurre la vena affabulatoria di Genovesi, me ne rendo conto. Il suo talento è subito evidente: lo vedi pure da come ha saputo rapportarsi con i presenti creando con loro un clima di intesa e di complicità, nel segno della gioia dello stare insieme.

Antonio Carollo

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