Il Che mi aspettava in Bolivia

dicembre 6, 2016 Lascia il tuo commento

Un bellissimo articolo, a firma di Ilaria Bonuccelli, pubblicato qualche giorno fa su Il Tirreno, a seguito della scomparsa di Fidel Castro. E’ parte di una straordinaria storia; quella di Alfredo Helman con il quale, presto, ci auguiriamo di organizzare un incontro pubblico.

«Porta questo dentifricio a Cuba». Lo scambio in una pasticceria elegante. Uno dei caffè per i quali Buenos Aires è famosa. Comincia così la storia. E con un errore di pronuncia di Che Guevara. L’urna con le ceneri di Fidel Castro viaggia verso Santiago de Cuba, per raggiungere oggi Josè Martì, il poeta padre della Patria. Alfredo Helman racconta con la stessa voce di cinquanta anni fa. La maggior parte trascorsi in esilio, a Viareggio, nell’anonimato. Un pubblicitario argentino, con simpatie di sinistra. Non uno dei comandanti del “Che”, addestrato a Cuba per la rivoluzione in America Latina. A 81 anni Alfredo vive tra Messico, la Toscana e Cuba dove la storia è iniziata. «Stavo guardando un film alla televisione, quando la trasmissione all’improvviso si è interrotta: Raul Castro, il fratello, ha dato l’annuncio della morte di Fidel. Un momento amaro. E di commozione. La rivoluzione cubana ha cambiato la mia vita. Non mi pento, ma riconosco che Cuba è un Paese illuminato con un cono di ombre. Tutto quello che è, però, non avrebbe potuto esserlo senza Fidel».

Il partito “bombero”. Il filo della storia si riannoda, mezzo secolo si diluisce in un attimo. L’Avana del 2016 si sovrappone all’Argentina di fine anni Cinquanta. Due luoghi, un Paese. Una stessa gioventù che guarda «con sorpresa» ai “barbudos”, i giovani senza lamette, con la barba lunga cresciuta a forza, nella Sierra Maestra: il medico argentino Ernesto Guevara De la Serna e Fidel Castro che si incontrano in Messico e da lì progettano la rivoluzione. Nel 1959 abbattono il regime di Batista «e contagiano il Sud America. All’epoca io ero un giovane dirigente del Partito comunista di Mendoza. Per noi quella rivoluzione era ancora una nebulosa, ma ha un effetto dirompente. In Argentina chiamavamo il Partito comunista il “partido bombero”, pompiere, perché spegneva gli entusiasmi, invece di accenderli. Dopo il 1959 anche da noi si formano le Brigate volontarie pronte ad andare a difendere la rivoluzione cubana da attacchi come quello della Baia dei porci».

Approccio alla rivoluzione. Fidel, infatti, è «il paradigma di noi giovani. Dice quello che volevamo sentire. Aspiravamo a un Fidel argentino, volevamo una nuova Sierra Maestra sulla Cordigliera delle Ande». Occorre, però, passare all’azione. Alfredo è fra i primi. «Tutte le correnti politiche hanno iniziato a guardare con speranza a Cuba. Abbiamo preso contatto con la rivoluzione cubana. Abbiamo chiesto aiuto militare per organizzare la guerriglia in Argentina. Sono uscito dalla corrente comunista, rompendo in malo modo. Eravamo tanti: peronisti, cattolici, trotskisti. Tutti siamo confluiti a Cuba. Tutti ci siamo messi a disposizione di Che Guevara, l’unico collante fra di noi». L’unico in grado di esportare la rivoluzione. Di non lasciare abbattere il morale alle prime sconfitte.

La guerriglia sconfitta. In Argentina, infatti, i primi tentativi di guerriglia non hanno successo. Li progettano Che Guevara e il giornalista di origini bolognesi Jorge Masetti (fondatore dell’agenzia di stampa La prensa Latina a Cuba) a partire dal 1962 nella zona di Salta. «Masetti – ricorda Alfredo – era conosciuto come “Comandante Segundo” perché il “primero” era il Che. Il suo gruppo di guerriglieri viene sconfitto nel 1964 dalla Gendarmeria Nacional Argentina; molti vengono uccisi; Masetti scompare nella selva al confine con la Bolivia (il suo corpo non è mai stato trovato) e altri vengono incarcerati». Questi giovani – prosegue Alfredo – «li conoscevo bene perché erano stati militanti della gioventù comunista di cui io ero stato segretario. Allora mi sono procurato le credenziali da un amico avvocato per andarli a trovare in carcere».

Il finto avvocato. Helman, dunque, si fa prestare «il tesserino da avvocato» e si presenta dai guerriglieri prigionieri. «Domando se volevano chiudere con il partito comunista e se unirsi alla rivoluzione. Dopo una quindicina di giorni, la mia svolta». L’incontro con un altro sopravvissuto alla guerriglia. L’uomo si chiama Ciro Bustos. È guerrigliero e pittore. Amico di Che Guevara. Il compagno traditore, secondo alcune versioni, smentite perfino dalla Cia. «Bustos gestiva l’appoggio cittadino alla guerriglia ed era il nostro contatto con i cubani. Mi dette appuntamento in una pasticceria chic di Buenos Aires per il nostro primo incontro». Un guerrigliero e un rivoluzionario aspirante. Bustos consegna a Helman un cofanetto e un tubetto di dentifricio: «Portali a Cuba».

La falsa identità. È il viaggio di prova. Siamo a metà anni Sessanta. Helman parte da Buenos Aires per la Francia. Niente voli diretti per l’Avana. All’ambasciata cubana di Parigi, entra Alfredo, esce Ricardo Perez: stesso volto, ma una storia ancora da scrivere. Prende un volo per Praga e da lì per Cuba. «Appena arrivato, mi sono trovato in una sala enorme, probabilmente un albergo. A pochi 5-6 metri da me, a Fidel. Parlava a un gruppo dirigente. Diceva che i partiti non stavano lottando come avrebbero dovuto, invitava la gioventù latinoamericana a prendere le armi e a lottare. Parlò quattro ore. Le prime due me le ricordo. Le altre due no». Alfredo non trattiene una risata.Il tempo massimo di sopportazione dei rivoluzionari. I contatti, comunque, sono presi. Pineiro “il Barbarossa” è stato agganciato. Si può pensare alla missione successiva.

L’addestramento da Comandante. Pochi mesi dopo, infatti, Helman torna a Cuba. A Santa Clara. Questa volta è per l’addestramento. Ha 35 anni, si trova in mezzo a un migliaio di giovani. Ci sono i trotskisti di Luis Faustino Stamponi, un argentino di radici anconetane, esponenti della gioventù rivoluzionaria peronista, universitari. Per tutti ore, giorni, mesi di marcia, tiro, discussione politica per la rivoluzione in America Latina. Alfredo è un comandante. Uno dei 9 che deve unirsi a Che Guevara in Bolivia. «C’era un cubano che teneva i contatti con il Che in Bolivia via radio. Le sue parole ci facevano andare avanti: “Continuate con l’addestramento. Attendete l’ordine. Sarete parte della storia”. Eravamo emozionati».

Il “Che” è morte. L’ordine di partire, però, non arriva. Esplode, invece, la notizia che Che Guevara è morto. Helman torna in Argentina. A Parigi lascia per sempre Ricardo Perez. A Buenos Aires lo aspetta un futuro incerto. Non è più funzionario di partito. E si deve inventare mille mestieri per campare. Tassista, operaio. Fino a quando diventa pubblicitario. Ma nel 1976 la sua identità segreta viene rivelata ai militari del dittatore Videla. Dalla sera alla mattina deve fuggire con la famiglia, i figli, per evitare il carcere o la desapariciòn. Con i vestiti che ha addosso scappa e si rifugia in Italia. Arriva a Torre del Lago. I primi anni si adatta perfino a fare il bagnino. Poi piano piano la risalita, nell’anonimato.

È lei il Comandante? Fino alla visita dello scrittore Paco Ignacio Taibo II sulle tracce di Che Guevara. Venti anni fa. A Viareggio. «Sei tu quell’argentino che il Che aspettava in Bolivia?». Basta un cenno del capo. Nel diario si parla di Gelman, non di Helman. Per decenni tutti pensano al poeta argentino vicino alla rivoluzione. Ma lo stesso poeta, a Città del Messico, conferma a Taibo di non essere la persona citata dal Comandante del Diario in Bolivia. «Sono io. Il fatto è che il mio nome veniva pronunciato con un difetto: aspirando la H iniziale. E quindi è stato riportato con la G, perché in spagnolo la H è muta. Questo, però, mi ha salvato la vita. Mi ha consentito di restare anonimo per anni». Fino a quando la storia gli ha restituito il suo posto. E anche qualche cosa di più. Si dice che nell’archivio segreto della polizia ceca, Helman risulterebbe una spia dei servizi segreti cubani. «Ecco se anche ci fosse il mio nome, posso assicurare che quello non sono io».

di Ilaria Bonuccelli

 

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