GIOSUE’ CARDUCCI, POETA DI UN’ITALIA REMOTA
Ogni anno Pietrasanta col suo Premio di poesia “Giosuè Carducci” ci ricorda la figura e l’opera di questa grande figura della letteratura dell’Ottocento. Una giuria di grande prestigio assicura una rigorosa selezione dei libri di poesia di autori sotto i quarant’anni (non riesco a capire le ragioni di questa limitazione) editi negli ultimi due anni. La Toscana, dove il poeta trascorse l’infanzia e l’adolescenza, è interessata dal versante lirico della sua opera poetica. Valdicastello e Seravezza, insieme a Bolgheri, Castagneto, S. Miniato, sono luoghi mitici del suo fare poesia.
Se Bologna, dopo gli inizi a Firenze, è la città delle sue battaglie
ideali e civili, la Toscana è il giacimento da cui attinge motivi,
paesaggi, affetti, sensazioni, memorie, che custodisce nel fondo del
suo animo e che affiorano nel momento del ripiegamento interiore.
Carducci ha dominato la vita culturale del secondo Ottocento. Per
quarant’anni ha interpretato lo spirito del suo tempo imperniato sul
contrasto tra i miti della storia patria, del mondo classico e del
progresso politico, sociale e civile, rappresentato dalla rivoluzione
francese, e la nota intimistica, elegiaca e funebre.
In quest’ultimo dopoguerra è stato rimosso dalla coscienza della
cultura letteraria e politica. Le ferite della guerra e della
sconfitta sono profonde; la sua enfasi appare fuori posto. Il
neorealismo e la neoavanguardia eclissano la memoria di quella energia
creativa che si distende in metri classici, frutto di sperimentazione,
non tanto sul linguaggio, quanto sulle tecniche metriche (vedasi la
ripresa in chiave moderna dell’esametro latino e greco, della rima,
delle strofe saffiche e alcaiche) e del senso alto e profetico della
figura del poeta.
La parabola dell’interesse alla lettura dei suoi versi, negli ultimi
decenni, rimane discendente. Impossibile riproporre l’antica triade
Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Il primo rimane fatalmente impigliato
nel mondo ottocentesco, al suo classicismo romantico, carico di
razionalismo, al suo realismo positivista, intriso di certezze e di
fiducia nel progresso. La rivoluzione portata dal simbolismo
(Baudelaire, Verlaine, Rimbaud) lo sfiora appena. Per Carducci un
paesaggio, un’immagine, hanno una loro giustificazione razionale, per
Baudelaire sono la proiezione di uno stato d’animo. La metafora,
l’analogia, la corrispondenza sono estranee al verso di Carducci.
I critici del Novecento (Petrini, Praz, Binni, Sapegno, Baldacci,
Bàrberi Squarotti), pur non sminuendo il valore storico della sua
testimonianza, elevatasi fino a guida delle idealità culturali e
civili dell’Ottocento italiano, si soffermano sui prodotti della sua
maturità inoltrata, Odi barbare, Rime nuove, Rime e ritmi, ove il
classicismo illuminista si fonde con un misurato lirismo permeato di
accenti sinceri sul dolore dell’uomo, sugli affetti, sulla malinconica
contemplazione della bellezza della natura, sul trascorrere del tempo
e delle vicende umane, sulla disperazione e sulla morte. Viene fuori
così il suo realismo classicistico (Ferroni) basato su immagini
corpose e plastiche, il rifiuto del languore romantico, le novità
lessicali (fino all’uso di termini della quotidianità). Il Carducci,
quindi, che oggi rimane leggibile è quello della meditazione amara e
malinconica sull’esistenza, immersa in una caliginosa atmosfera,
scolpita in versi memorabili per realismo e resa emozionale.
Antonio Carollo
Commenti
3 Commenti all'articolo GIOSUE’ CARDUCCI, POETA DI UN’ITALIA REMOTA
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Ludwigzaller
in data gio, 14 giu 2012 ore: 09:06
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marcomaccioni
in data gio, 14 giu 2012 ore: 09:45
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Maurizio Lorca
in data gio, 14 giu 2012 ore: 10:00
Non sono completamente d’accordo, Carollo. Analogie e metafore sono presenti nella poesia di Carducci, fors’anche perchè nessuna forma di poesia ne può fare davvero a meno. Trascrivo il bellissimo inizio di “Alla stazione in una mattina di autunno”: “Oh quei fanali come s’inseguono/accidïosi là dietro gli alberi/tra i rami stillanti di pioggia/sbadigliando la luce su ‘l fango!”. Come vede le figure retoriche abbondano: i fanali “si inseguono”, “sbadigliano la luce”, e sono “accidiosi”.
[.......................] Maledetta
Sii tu, mia patria antica,
Su cui l’onta de l’oggi e la vendetta
De i secoli s’abbica!
La pianta di virtú qui cresce ancora,
Ma per farsene strame
I muli tuoi: qui la vïola odora
Per divenir letame.
Oh, risvegliar che val l’ira de i forti,
Di Dante padre l’ira?
Solingo vate, in su l’urne de’ morti
Io vo’ spezzar la lira.
Accoglietemi, udite, o de gli eroi
Esercito gentile:
Triste novella io recherò fra voi:
La nostra patria è vile.
Era cazzuto come pochi…
Intanto il viale Giosuè Carducci è stato “rinominato” viale “Belluomini”.
Li tutti zitti!
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