dicembre 30, 2016 Lascia il tuo commento

Egisto Malfatti era nato a Viareggio in estate, il 23 agosto 1914. Anche io sono nato in via Garibaldi, oramai troppo tempo fa, a pochi metri da quella casa nel cui orto Egisto, da “bamboretto” delle elementari, organizzava in un teatrino immaginario, piccoli spettacoli per gli amici.

Tra il mio ed il suo “soglioro” c’era, nel mezzo, la Piazza Grande, spazio tanto caro ai viareggini che, ancora orfano di quell’obbrobio che è il Palazzo Municipale, era simbolo di una Città. Passati gli anni, diventato “giovanetto”, ebbi la fortuna di percorrere quei pochi passi necessari per raggiungere la sua porta ed entrare in quelle stanze dove Egisto viveva e dove nascevano i monologhi e le canzoni delle sue “canzonette”. Una frequentazione che prendeva corpo già a settembre, si perfezionava nelle sere di prove ed esplodeva, al teatro Politeama, nel corso delle seguitissime rappresentazioni. Erano momenti in cui le emozioni proposte sul palco si univano a quelle che si provavano in platea, in galleria e nei palchetti, creando un’alchimia ed un coinvolgimento che caratterizzava, all’epoca, anche le proposte che ruotavano attorno a Vittorio “Tubino” Cinquini, prima ed Enrico Casani, poi.

Si perchè quelle non erano semplicemente rappresentazioni teatrali. Erano il momento tanto atteso, coltivato, sognato che avevamo per essere parte di un sentimento generale di appartenenza che era storia, partecipazione, vanto e che, magicamente, si palesava sotto forma di brividi e pelle d’oca, dal momento in cui, spente le luci in sala, il fascio luminoso dell’occhio di bue andava ad evidenziare il posto del direttore d’orchestra a cui spettava il compito di far partire il pourt pourri carnevalesco. Battevano i cuori e battevano le mani per tutto il tempo di quell’esibizione che, immancabilmente, si concludeva con la Coppa di Sciampagna, cantata coralmente alla stregua di un urlo liberatorio. Libertà dai problemi e dai condizionamenti della vita, viatico per qualche ora di allegria e divertimento.

Passata questa indimenticabile fase, passate una dopo l’altra, tante stagioni, ritrovai Egisto anni e anni dopo. La casa era cambiata. Adesso abitava in una mansarda in via IV Novembre. Un pianoforte a parete, una scaffalatura con bellissime testine in legno di comici italiani ed internazionali, realizzati da Inaco, libri e copioni. L’immancabile chitarra, alcune fotografie incorniciate, un piccolissimo spazio cucina, il bagnetto, il letto, un tavolino ed un cassettone dove era posizionata la sua macchina da scrivere azzurra, una Lettera 22 con un foglio sempre inserito nel rullo di gomma per catturare, in ogni momento, il volo di un’idea. Ed era qui che, a chi lo andava a trovare, raccontava il suo ieri, mostrava il suo oggi ed immaginava il suo domani. Un domani che lo ha sempre accompagnato perchè i suoi sogni non avevano limiti e non potevano certo essere ostaggio del movimento delle lancette di un orologio. I sogni no, ma la vita si. E così Egisto, superati gli ottanta anni, sempre più solo, è costretto ad affrontare le ultime repliche dei suoi giorni in una stanza, a piano terra, dei “Poveri Vecchi” dove lui, eterno bambino, si sentiva fuori posto. Lo incontravo spesso all’ora di pranzo che consumava quotidianamente ai tavoli de “La Lucciola”, in via Pucci, che aveva l’ingresso in un corridoio interno proprio davanti a quello di Radio Babilonia dove io, all’epoca, lavoravo. Gigi, il titolare, lo ospitava sempre volentieri facendoli sentire quella vicinanza e quell’affetto che a Egisto, anche per la complessità del suo carattere, mancavano molto. Da lì il passo fu breve. Qualche giorno al Tabarracci e poi all’ospedale di Camaiore dove la vita si mise a sedè il 26 settembre del 1997 (giusto venti anni orsono), all’età di 83 anni.

Ma chi era Egisto?

Innata vena artistica. Aveva una bella voce e per questo veniva chiamato spesso a cantare, in qualità di solista, in occasione delle funzioni che si tenevano nelle chiese di S. Andrea e S. Francesco. Nel 1924 cantò anche ai funerali del Maestro Giacomo Puccini e testimonianze scritte raccontano di un Pietro Mascagni che, apprezzandone le qualità, si volle complimentare con lui. Ottenuto a Lucca il diploma di computista, coltivò la passione per i cavalli che lo portò a frequentare la Scuola Cavalleggeri di Pinerolo e a partecipare a concorsi equestri. Fu per questo che, con l’inizio della seconda guerra mondiale, fu richiamato in cavalleria con destinazione Arma di Taggia, vicino a Sanremo. Da qui arruolamento nei reparti dei carri armati con destinazione Sicilia dove, nel 1943, dovette fronteggiare lo sbarco delle truppe alleate che lo fecero prigioniero per poi deportarlo in un campo di concentramento inglese, in Africa, dove conobbe Fausto Coppi. Non si perse d’animo, ma anzi si mise ad organizzare spettacoli per i soldati italiani internati. Finita la guerra tornò a Sanremo, dove viveva, ma il richiamo di Viareggio era troppo forte e per questo, nel 1946, non ci pensò due volte ad accettare l’invito di alcuni studenti, tra cui Pieraccini e Monciatti, che gli chiedevano di rivedere il copione di una parodia dei Promessi Sposi e di esibirsi nell’intervallo della commedia, al Teatro Eden. Per farlo decise di preparare una carrellata di pezzi sulla quotidianità di Viareggio e di farsi accompagnare dall’orchestra di 40 elementi coinvolta nello spettacolo. Il successo spinse Alberto Sargentini, l’allora presidente del Comitato Carnevale, ad affidargli il compito, per il 1947, di presentare lo spettacolo delle canzoni dei Carri e ripetere l’esibizione. Grandissimo fu l’apprezzamento del pubblico che, per le due repliche previste, esaurì tutti i posti del Teatro Politeama, costringendo gli organizzatori ad installare altoparlanti all’esterno.

La Festa della Canzonetta come l’abbiamo conosciuta noi inizia, invece, nel 1948 anno in cui Egisto propone al suo fianco Delia Scala. Il resto è storia con tante edizioni a dir poco indimenticabili. Malfatti, che dichiara di ispirarsi a Raffaele Viviani, maestro di Eduardo De Filippo, scrive e ci lascia personaggi, situazioni e canzoni che entrano nel cuore e nella memoria dei viareggini. Il monello con la fionda, il bimbo che gioca con un calapugnoro, il dottorino che non chiede parcelle, il postino, la vedova, il clown, il vecchi marinaio, il prete, un lucchese al corso e tanti altri. Un lungo elenco di brani come “Ballata per quattro stagioni (il Mi riordo)”, “Passeggiata margherita”, “Viareggio timida”, “Viareggio West”, “Viareggio d’estate”, “Le donnine dei Tigli”, “Viareggio sei cambiata”….
Titoli come, tanto per fare qualche esempio: “A te lullì”, “Verga Tintore!”, “Bella calda la cecina”, “Buonanotte mi opro”, “Mani in sacca e torcia al naso”, “Vieni vi t’arizzo”, “Laviti un fa storie”, “Alleluia arriva gente” , “Bone le cee”, “Diamo al libeccio pensieri e noia”, “Camera ammobiliata”, “Dove sei Viareggino”, “Ci rimugino e canto” e “Baci e ciaffate “, ultimo spettacolo del 1984, in cui presenta una compagnia di giovanissimi attori. E’ qui che si conclude, in pratica, questo tipo di esperienza. I tempi cambiano, cambia la città ed Egisto capisce che è arrivato il momento di tirar fuori altri aspetti della sua artisticità. Lui che da giovane aveva vinto un concorso di pittura nazionale, sbaragliando la concorrenza di oltre 200 partecipanti, ha bisogno di andare oltre, di essere, finalmente, quello che è sempre stato: un Poeta.

Mantiene il legame con il Carnevale scrivendo meravigliosi brani per la Festa della Canzonetta dei Rioni, ma soprattutto, inizia a scrivere libri e raccolte di poesie. “Un uomo e una città”, “Il grande gioco” ed i tre volumi voluti da quel grande uomo di cultura che era Mauro Baroni: “Le ballate del santo peccatore”, “Il figlio del marinaio” e “La cattedrale. Anomalia del romanzo” che esce nel 1997, l’anno della sua morte. Il sipario si chiude, ma solo per poco. Con il passar del tempo, infatti, ci si rende conto sempre di più di quanto Egisto ci abbia lasciato e quanto importante e profondo sia il valore e l’intensità delle sue opere che anche i giovani iniziano a scoprire, grazie ai tanti progetti che vengono attivati nelle scuole di Viareggio e di Torre del Lago Puccini.

Ed è per questo che abbiamo deciso di dar vita allo spettacolo “C’è la vita; la , oh bimbetto…”, andato in scena venerdì 3 marzo al teatro Politeama, dove abbiamo reso omaggio al Poeta di Viareggio. E lo abbiamo fatto tenendo fede a ciò che intendeva dire Egisto quando diceva: “La storia della mia vita deve essere la storia della mia poesia”.

Stefano Pasquinucci

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